di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo*
Il Dubbio, 1 ottobre 2026
L’attualità, purtroppo, ci propone sempre più spesso un modello di giustizia privata. Gli ultimi eclatanti casi di cronaca dimostrano come si stia diffondendo, tra i cittadini, l’idea che la giustizia privata “fai da te” sia più efficace di quella che deve attendere il proprio corso, con l’accertamento del giudice. Anche la prevenzione sembra dirigersi verso la privatizzazione, poiché si sta delineando un modello di “giustizia preventiva privata”, affidata all’immancabile intelligenza artificiale. Vediamo come. Fino a oggi il sistema di repressione anticipata era comunque riconducibile a un modello gestito, sia pure con i suoi limiti, dall’autorità giudiziaria; dobbiamo invece constatare che i confini della prevenzione si stanno spostando anche al di fuori dell’ambito giurisdizionale.
La soglia della tutela anticipata si abbassa e il suo controllo viene affidato alle forze di polizia, con il sostegno di privati e l’ausilio dell’intelligenza artificiale: una torsione che merita attenzione, perché tocca da vicino la riserva di giurisdizione che l’articolo 13 della Carta pone a presidio della libertà personale. Va in questa direzione il decreto legislativo n. 160, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 15 settembre scorso, con cui l’Italia si è adeguata al Regolamento (UE) 2024/1689 (il cosiddetto AI Act) che, nei fatti, introduce una vera e propria schedatura e raccolta di dati sottratta al controllo preventivo del giudice, attraverso il riconoscimento facciale biometrico. Si tratta di dati che verranno poi utilizzati per classificare i possibili sospetti, incrociandoli con quelli del sistema di polizia predittiva Giove: un software basato su un algoritmo in grado di incrociare i dati di tutte le forze dell’ordine per prevenire e reprimere i reati di maggiore impatto sociale, mediante l’osservazione di fattori critici ricorrenti e l’applicazione di algoritmi legati all’etnia, all’orientamento sessuale, al credo religioso, alle condizioni economiche e ad altre caratteristiche individuali.
Un simile utilizzo di parametri sensibili come indicatori predittivi di pericolosità pone, all’evidenza, un problema non secondario di compatibilità con il principio di non discriminazione. La polizia predittiva, che sembrava relegata all’ipotesi di un romanzo poi tradotto in un film - Minority Report - è ormai una realtà, e il diritto è chiamato a interrogarsi su come arginarne le derive. Ma il sistema della prevenzione non finisce di stupire, soprattutto ora che si intravede una collaborazione sempre più stretta con privati che utilizzano l’intelligenza artificiale. È di questi giorni la notizia che una startup italiana ha creato un sistema di “intelligence predittiva” il quale, tramite un algoritmo, estrae informazioni dai database pubblici e lavora sui dati dell’Anac, l’autorità Anticorruzione, o sui bilanci depositati presso le Camere di Commercio, da cui è possibile ricavare voci contabili grezze e indici finanziari.
Una volta elaborate, queste informazioni vengono confrontate, per grado di similarità, con quelle di un campione di riferimento di imprese per le quali sono già stati definitivamente accertati determinati reati, rendendo possibile individuare aziende esposte al rischio di collusioni mafiose, turbative d’asta, caporalato, riciclaggio, falsa fatturazione, bancarotta fraudolenta, truffe sul debito o sul credito e non solo: in tutto, quindici macrocategorie di reato.
Attraverso l’analisi dei bilanci societari attinti da fonti aperte, il sistema può dunque intervenire in anticipo, grazie all’intelligenza artificiale, per individuare le aziende con comportamenti sospetti a rischio di commettere reati, oppure scovare quelle che già li commettono. Uno dei suoi futuri compiti potrebbe essere addirittura quello di estrarre informazioni utili a facilitare le indagini: un ruolo, dunque, che si spinge ben oltre la mera analisi di rischio e si avvicina sensibilmente a funzioni investigative.
Il sistema di polizia predittiva, che già si era sottratto al controllo giurisdizionale dell’autorità giudiziaria, entra così in una nuova fase, nella quale il supporto fondamentale è costituito dall’attività di privati. Un sistema che pare piacere molto anche alle istituzioni: per il 30 settembre gli autori di questo strumento sono stati convocati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caporalato, a conferma di un interesse istituzionale crescente verso queste soluzioni.
Si va creando, insomma, un’alternativa al giusto processo fondato sul ragionevole dubbio, per sua natura farraginoso e denso di ostacoli, garanzie e tempi che la prassi sempre più spesso percepisce come un costo da abbattere. Ed è precisamente in questo contesto che si afferma l’idea di un modello più agile, accettato anche dall’opinione pubblica che, accecata dalle paure e dalle insicurezze, finisce per tollerare un sistema giudiziario punitivo, immune da dubbi, per di più “ragionevoli”.
Meglio affidarsi all’algoritmo, per giunta privato, che promette efficienza nel cercare preventivamente possibili sospetti da sottoporre a misure pre-cautelari di prevenzione, rafforzando così la capacità del sistema di incidere sulla libertà personale anche al di fuori del procedimento penale e senza l’intervento del magistrato. E pazienza se l’algoritmo finirà per ridurre lo spazio della libertà: il tema, del resto, non è nuovo a chi si occupa di misure di prevenzione, dove da tempo si registra un progressivo affievolimento delle garanzie tipiche del processo penale.
La giustizia privata e la privatizzazione della giustizia preventiva hanno, in fondo, un comune obiettivo: un’amministrazione della giustizia senza la presenza di avvocati e giudici, affidata unicamente alle forze di polizia, con il supporto di privati che offrono, oltre alla propria competenza, l’uso di algoritmi di tipo predittivo.
Il rischio che va denunciato è quello della tendenza alla “giustizia preventiva artificiale”, con processi “predittivi” da celebrarsi, come del resto avviene sempre più spesso ai giorni nostri, in televisione e non nelle aule di giustizia, con verdetto affidato all’algoritmo e chissà, spot pubblicitari gratuiti per le start up private che collaborano alle indagini.
*Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere Penali Italiane









