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di Francesco De Masi

Ristretti Orizzonti, 12 maggio 2025

Non mi arrendo, ma sono stanco. Il carcere non può tornare a essere un luogo di morte. Di fronte alla recente decisione del ministro della Giustizia Carlo Nordio, spinta con forza dall’onorevole Andrea Delmastro, di reintrodurre la chiusura generalizzata delle celle, mi sento in dovere di alzare ancora una volta la voce. Perché chi conosce il carcere dal di dentro - non da una poltrona o da una conferenza stampa - sa bene che ogni serratura chiusa in più può significare una vita in meno. Con questo provvedimento siamo tornati indietro di vent’anni. Anni in cui, con fatica e senza armi, ma solo con le parole e con il senso profondo di umanità, ho cercato di contribuire a rendere il carcere un luogo almeno vivibile, dove fosse possibile rieducarsi, lavorare su sé stessi, pensare a un dopo.

Ho combattuto da detenuto, ma anche da uomo libero nel pensiero. Con altri, ho provato a far valere i principi della nostra Costituzione, quella che dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Oggi invece il segnale che arriva è chiaro: tornare a chiudere, isolare, soffocare. E chi conosce il carcere sa che così si muore. Letteralmente. Perché il carcere, quando viene trasformato in puro contenimento, diventa luogo di disperazione e di morte. Io le ho viste, quelle morti. Troppe. Ho provato a salvarne alcune. Qualcuna ci sono riuscito a strapparla al buio. Ma troppe altre no. E quel dolore non passa mai.

Ora sono stanco. Dopo più di vent’anni vissuti là dentro, con le mie lotte, le mie delusioni e le mie speranze, mi sento consumato. Mi sento vecchio. Ma non vinto. Non posso più sopportare il peso delle promesse tradite, delle parole gettate al vento, delle vite spezzate nel silenzio delle celle. Una cosa però è certa: non mi arrenderò. Neanche se questa mia voce dovesse costarmi cara. Neanche se qualcuno pensasse di zittirmi riportandomi dentro. Perché oggi, più che mai, serve dire la verità: la giustizia sta diventando vendetta. E lo Stato sta venendo meno proprio là dove dovrebbe dare il suo esempio più alto: nel trattamento di chi ha sbagliato. Io non cerco scuse per gli errori. Ma chiedo giustizia, non vendetta. E continuerò a farlo, finché avrò fiato.