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di Massimiliano Lanzi*

Il Riformista, 27 aprile 2024

La dottoressa Benedetta Rossi è magistrato di sorveglianza in servizio presso l’Ufficio di sorveglianza di Varese - Tribunale di sorveglianza di Milano. Dottoressa Rossi, dopo gli effetti positivi della sentenza Torreggiani e dei provvedimenti “svuota carceri”, ecco riproporsi l’emergenza sovraffollamento. Che tipi di rimedi risultano attivabili a tale riguardo?

“Partirei da un dato, aggiornato al 31 marzo 2024, per cui la popolazione detentiva è arrivata a 61.049 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 51.000 posti. Un dato sicuramente allarmante. Stiamo raggiungendo i limiti del 2013, quando l’Italia è stata condannata dalla Corte EDU. I rimedi attivabili sono disciplinati dall’art. 35 ter ord. penit., che prevede, per il detenuto che abbia subìto una detenzione disumana e degradante, uno sconto di pena (1 giorno ogni 10 giorni di violazione), oppure, nel caso in cui abbia terminato di espiare la pena, un ristoro economico (8 € per ogni giorno di violazione). Di fatto, l’introduzione di questo rimedio - di cui gli uffici di sorveglianza sono oggi oberati - è la rinuncia dello Stato all’irrogazione di sole pene adeguate. È disastroso, infatti, far scontare una pena ad un soggetto che ha commesso un reato, e che quindi non ha recepito il senso della legalità, in una situazione a sua volta di palese illegalità, legittimata dallo Stato. L’effetto è la perdita di credibilità dell’ordinamento. Con il sovraffollamento, inoltre, si verificano una serie di situazioni critiche, a partire dalla difficoltà di garantire la sicurezza negli Istituti. E infatti, all’esasperazione dei detenuti per la loro condizione si accompagna una diffusa frustrazione sofferta dal personale della polizia penitenziaria (a volte, occorre dirlo, non formato in modo adeguato) legata alla difficoltà di gestire simili condizioni. A queste esasperazione e frustrazione conseguono episodi di violenza, sotto diverse forme: da parte della polizia penitenziaria, ma anche da parte dei detenuti, tra di loro e verso sé stessi”.

Questo ci porta ad uno dei profili più drammatici della realtà carceraria, ovvero l’emergenza suicidi. Perché non si riescono ad intercettare per tempo le più gravi situazioni di disagio? Che ruolo ha o potrebbe avere la magistratura di sorveglianza a tale proposito?

“Su questo tema riporto un dato del 2019 dell’OMS, per cui il tasso di suicidi in carcere è di 8,7 ogni 10.000 detenuti, mentre all’esterno il dato è di 0,6 suicidi ogni 10.000 persone. Uno studio di Antigone, aggiornato al 2023, rappresenta un dato ancora peggiore, ovvero che in carcere i suicidi sono 12 ogni 10.000 detenuti. La ragione è legata al sovraffollamento e alla cronica carenza di figure professionali specializzate, specie a fronte della nuova tipologia di popolazione detentiva, sempre più caratterizzata da una grande marginalità sociale. E così, negli Istituti penitenziari si riscontano fragilità economiche - la scarsità di risorse all’esterno, infatti, ostacola l’accesso a misure alternative alla detenzione - fragilità legate a dipendenze - alcool, stupefacenti, gioco d’azzardo - e, in misura crescente, fragilità psicologiche e psichiatriche. Il problema, poi, andrebbe affrontato con un rafforzamento dell’area penale esterna, e del relativo accesso a misure alternative alla detenzione. Questo vale in generale per la gestione del fenomeno del sovraffollamento, ma ancora di più per trattare adeguatamente coloro che presentano queste fragilità. Gli istituti giuridici perché questi soggetti scontino la pena fuori dal carcere ci sono già: pensiamo all’affidamento terapeutico, così come al differimento della pena per motivi di salute, anche psichiatrica. Ad essere carenti, a mio parere, sono i servizi territoriali, quali figure professionali adeguate al loro supporto e, soprattutto, strutture di accoglienza: comunità residenziali, comunità psichiatriche terapeutiche e di housing sociali. Queste carenze strutturali rendono sostanzialmente non applicabili e quindi inutili, in molti casi, quei medesimi istituti”.

Ha fatto prima riferimento anche alla violenza all’interno delle carceri da parte della polizia penitenziaria: questione di drammatica attualità alla luce delle contestazioni di presunte violenze e abusi perpetrati nel carcere minorile Beccaria di Milano. Che ruolo riveste la magistratura di sorveglianza per garantire la legalità all’interno delle carceri?

“Come dicevo, la violenza della polizia penitenziaria è un’altra conseguenza dello stato di sovraffollamento negli Istituti carcerari. La polizia penitenziaria vive infatti difficoltà e frustrazioni crescenti nel dover operare in situazioni complesse, rispetto alle quali la formazione non è sempre adeguata. A ciò si aggiunga la carenza di personale specializzato la cui presenza dovrebbe essere implementata: dagli operatori sanitari e psichiatri agli operatori del SERT. Unico strumento di cui la magistratura di sorveglianza dispone è la vigilanza negli Istituti penitenziari, tramite colloqui con i detenuti, visite e frequenti accessi negli Istituti, nonché con la decisione sui reclami presentati dai detenuti. Armi purtroppo talvolta spuntate, ma che proviamo ad utilizzare in maniera il più possibile efficace”.

Messo a fuoco il problema, è lecito pensare a qualche rimedio “strutturale”. L’emergenza sovraffollamento alimenta il dibattito in merito alla costruzione di nuove carceri. Si tratta di una prospettiva realistica per la gestione di questo fenomeno? Quali sono, a suo parere, le prospettive a medio termine?

“Sul punto, la Corte EDU ha proposto, quale soluzione per il sovraffollamento, non solo la costruzione di nuove carceri, ma anche un cambio di prospettiva culturale, tesa a distinguere i casi in cui la carcerazione sia insostituibile rispetto a quelli in cui la pena possa essere scontata in altro modo. Quanto al primo aspetto, a mio parere, prima di costruire nuove carceri occorre risolvere i molti problemi strutturali che presentano gli Istituti già in esercizio, necessitando di investimenti e interventi di manutenzione importanti. Basti pensare alla pronuncia della Consulta che, nel gennaio 2024, ha riconosciuto il diritto all’affettività dei detenuti, e che tuttavia, ad oggi, è lettera morta in quanto l’edilizia carceraria attuale non consente, nella maggior parte degli Istituti, di individuare spazi idonei in tal senso. In generale, a me pare che le prospettive non siano affatto rosee.

Il numero dei detenuti, infatti, è destinato a crescere, anche alla luce degli ultimi interventi legislativi - pensiamo al “decreto Caivano” o al più recente pacchetto sicurezza - volti ad un generale inasprimento del trattamento sanzionatorio. L’unico modo realistico per contrastare il fenomeno del sovraffollamento, e prevenirne quindi le gravissime conseguenze negative, è, ripeto, quello di aumentare sempre più lo spazio dell’area penale esterna, e quindi l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Ma per questo, come detto, occorrono investimenti importanti, in risorse e competenze”.

*Avvocato penalista