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di Maurizio Molinari

La Repubblica, 31 marzo 2024

Includere i palestinesi negli Accordi di Abramo è un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria. Incontrare David Grossman a quasi sei mesi dall’attacco del 7 ottobre significa ascoltare una voce di Israele che guarda oltre la feroce guerra in corso contro Hamas per tentare di esplorare un nuovo, coraggioso, percorso di pace con i palestinesi. Lo scrittore israeliano, in Italia per l’uscita del suo ultimo libro La pace è l’unica strada (Mondadori), è uno dei volti di spicco del “campo della pace” nel suo Paese, ed è stato uno degli intellettuali più in vista nel movimento di protesta popolare contro la riforma della Giustizia proposta dal premier Benjamin Netanyahu ed ora, davanti ad una guerra che mette in pericolo l’esistenza dello Stato ebraico e ad un bilancio di vittime civili palestinesi così alto nella Striscia di Gaza, vede per Israele il bisogno di unirsi dietro una mossa, un’iniziativa, una decisione capace di rilanciare la sfida della convivenza in Medio Oriente.

“Se fossi un consigliere del premier Netanyahu - mi dice, durante un incontro in redazione - gli suggerirei di includere i palestinesi negli Accordi di Abramo”. È un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria. Semplice perché gli Accordi di Abramo - siglati nel 2020 da Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan - sono potenzialmente aperti ad ogni Stato e popolo arabo, hanno come base il riconoscimento reciproco e la volontà di costruire un Medio Oriente in pace, prosperità e sicurezza.

Dunque, costituiscono l’estensione regionale delle intese di pace siglate da Israele con Egitto (1979) e Giordania (1994), ed è naturale identificarvi la cornice possibile di una soluzione permanente del conflitto israelo-palestinese, come naturale proseguimento degli accordi di Oslo del 1993 fra Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Yasser Arafat che portarono alla creazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Ma c’è anche un elemento rivoluzionario nell’idea di Grossman: tornare ad offrire in maniera drammatica e immediata l’orizzonte della convivenza fra due popoli e due Stati che il pogrom di Hamas del 7 ottobre ha voluto annientare e che la guerra in corso nella Striscia di Gaza sembra allontanare indefinitamente nel tempo. È la stessa impronta rivoluzionaria che distingueva le origini del movimento sionista quando, a fine Ottocento, si propose di rispondere all’antisemitismo dominante in Europa con la creazione di un focolaio ebraico nell’antica Terra di Israele al fine di coesistere con le popolazioni arabe, musulmani e cristiani, che vi si erano insediate durante i duemila anni di Diaspora.

Ed è lo stesso motivo per cui David Ben Gurion, primo premier di Israele, accettò senza esitazioni la risoluzione dell’Onu che il 29 novembre del 1947 decretò la nascita di Israele a fianco di uno Stato arabo nell’ex Palestina mandataria britannica. Tentando poi di convincere gli arabi che vivevano nei territori assegnati ad Israele di restare nelle loro case, rigettando gli appelli degli Stati arabi dell’epoca che invece gli chiedevano di andare via per facilitare la liquidazione degli ebrei.

L’idea di Grossman ha le radici nella convinzione del sionismo delle origini sulla necessità di convivere con gli arabi, punta a rivitalizzare gli accordi di Oslo sul riconoscimento reciproco e coglie l’occasione degli Accordi di Abramo che restano la cornice più solida per una convivenza regionale. E ancora: quando Grossman suggerisce l’adesione dei palestinesi agli Accordi di Abramo si riferisce all’Anp ovvero all’importanza che il percorso verso lo Stato nazionale resti nelle mani di Fatah e Olp, eredi della scelta fatta ad Oslo da Arafat, senza cadere preda dei jihadisti di Hamas, il cui obiettivo è realizzare uno Stato islamico cancellando dalla carta geografica tanto Israele quanto la società palestinese laica e moderna che ognuno può toccare con mano passeggiando per Ramallah.

A prima vista le parole di Grossman sembrano distanti anni luce dalle brutali cronache di guerra quotidiana del Medio Oriente ma la Storia ci insegna che è una regione dove l’impossibile può diventare improvvisamente realtà. Nessuno avrebbe mai immaginato la sigla della pace di Camp David fra Egitto ed Israele appena quattro anni dopo la guerra del Kippur come nessuno avrebbe ipotizzato la firma degli accordi di Oslo fra Israele e Olp solo sei anni dopo la prima Intifada. In un angolo del Pianeta dove i nemici feroci sono abituati a convivere porta a porta, il confine fra pace e guerra è talmente impercettibile da poter essere non solo distrutto ma anche costruito nello spazio di un mattino.

In ultima istanza, ciò che fa la differenza è il principio con cui Shimon Peres giustificò l’intesa con Yasser Arafat, che fino al 1993 era stato il più feroce avversario di Israele: la pace si fa con i nemici. Tutto parte, dunque, dal riconoscimento reciproco del diritto all’esistenza, in pace e sicurezza. Un percorso che israeliani e palestinesi hanno iniziato ad Oslo, che Hamas vuole azzerare ma che gli Accordi di Abramo possono trasformare - con il sostegno di Usa e Ue - nella cornice della ricostruzione, anche a Gaza. Il fatto che i Paesi arabi in pace con Israele non abbiano interrotto le relazioni e che l’Arabia Saudita continui a ritenere possibile l’entrata negli Accordi di Abramo, sono due timidi segnali che consentono di pensare che Grossman possa essere ascoltato. A patto che i leader israeliani, arabi e palestinesi dimostrino di avere quello che Shimon Peres chiamava “il coraggio di osare”.