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di Maurizio Gardini*

Corriere della Sera, 2 novembre 2025

Venti cooperative premiate durante l’evento del 28 ottobre per avere “compreso un principio tanto elementare quanto dirimente: porre la persona al centro non costituisce un esercizio retorico, ma è il modello di sviluppo capace di garantire prospettive concrete a questo Paese”. C’è un’Italia che costruisce e non si arrende. È l’Italia delle imprese che hanno scelto la responsabilità della visione contro la rassegnazione al declino, che continuano a investire nel futuro mentre altri si subiscono le difficoltà del presente. In occasione della V Giornata della Sostenibilità Cooperativa, celebrata il 28 ottobre, abbiamo premiato venti cooperative che incarnano questa scelta di campo. Venti imprese che hanno compreso un principio tanto elementare quanto dirimente: porre la persona al centro non costituisce un esercizio retorico, ma rappresenta il modello di sviluppo capace di garantire prospettive concrete a questo Paese.

La sostenibilità che queste imprese praticano trascende le definizioni convenzionali. Si tratta di un vincolo costitutivo con i territori, con le comunità, con l’ecosistema. È la dimostrazione empirica che eccellenza imprenditoriale e responsabilità sociale non sono antitetiche. Nell’ultimo anno, le imprese aderenti a Confcooperative hanno investito oltre 2 miliardi di euro in progetti che integrano sostenibilità economica, sociale e ambientale. Investimenti strutturali che generano valore condiviso e redistribuito sul territorio.

Mentre queste realtà costruiscono, il Paese affronta tensioni crescenti generate da disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate. Le venti cooperative che abbiamo premiato ieri hanno scelto di rispondere con l’azione concreta anziché con l’attesa. Hanno compreso che il futuro non si aspetta, ma si progetta. Come avviene nelle aree interne, dove le cooperative di comunità rappresentano l’argine essenziale contro lo spopolamento definitivo. Attraverso la mobilitazione della cittadinanza attiva, queste imprese ripristinano servizi dove le istituzioni si sono ritirate, generano occupazione dove appariva impraticabile, custodiscono patrimoni culturali, enogastronomici e turistici. Attendiamo ancora dal ministero delle Imprese e del Made in Italy una legge quadro che armonizzi le normative regionali sulle cooperative di comunità. Nell’attesa, però, queste realtà non stanno ferme. Operano, innovano, trasformano. Hanno compreso che il cambiamento normativo si ottiene dimostrando l’efficacia dei modelli, non attendendo autorizzazioni.

I Padri costituenti riconobbero la funzione sociale della cooperazione all’articolo 45 della Costituzione. L’Italia contemporanea si interroga nuovamente su come rigenerarsi. Non dalle distruzioni della guerra, ma dalle fratture sociali e dalle crescenti disparità. Il Piano dell’economia sociale, in fase di definizione presso il Ministero dell’Economia sotto la supervisione della sottosegretaria Lucia Albano, rappresenta il primo riconoscimento strutturale di chi, nei comuni delle aree interne e nelle periferie delle città, ha continuato a praticare economia reale senza perseguire logiche estrattive. Cooperative che non delocalizzano, offrono servizi, generano valore, ricchezza e benessere tra le comunità sul territorio.

La sostenibilità richiede una configurazione sistemica in cui imprese, lavoratori, territori, ambiente e cittadini traggano vantaggio da un’equa distribuzione di benefici e responsabilità. E integra tre dimensioni: economica, sociale, ambientale. Non ha senso inseguire la crescita del Pil se il Bes (Benessere Equo e Sostenibile) continua a deteriorarsi. Le venti cooperative che premiamo rappresentano l’avanguardia di un movimento cooperativo che conta migliaia di imprese e milioni di soci e lavoratori, un sistema imprenditoriale che costruisce bene comune. Queste imprese dimostrano che un modello di sviluppo alternativo è possibile: più equo, più inclusivo, più sostenibile. Ed è una realtà operativa in decine di settori e centinaia di territori. Osservando queste esperienze, possiamo ancora costruire speranza. Che i borghi non si spopoleranno irreversibilmente. Che le disuguaglianze possono essere contenute. Che il declino demografico può essere invertito se restituiamo alle persone condizioni concrete per progettare il futuro. Che il lavoro può recuperare dignità e stabilità. 

Tutto questo richiede una scelta economica collettiva, inequivocabile, immediata. Collocare definitivamente persone e territori al centro delle politiche economiche, imprenditoriali, sociali. Non per motivazioni accademiche, ma per necessità pragmatica: senza persone e senza territori, non esiste economia sostenibile. Un modello di sviluppo che integri queste dimensioni non è un’opzione tra altre, ma la condizione necessaria per la tenuta del sistema Paese.

*Presidente Confcooperative