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di Sergio D’Elia*

L’Unità, 6 febbraio 2026

Danilo Coppola è fuori dalla prigione. Esultiamo. Restano in prigione tanti come lui e dietro le sbarre c’è anche la Costituzione. La lieta novella è giunta mentre mi apprestavo a scrivere il mio terzo “amicus curiae” in tre settimane. Quello per Danilo Coppola - immobiliarista la cui vicenda giudiziaria risale all’inchiesta sui “furbetti del quartierino” - detenuto a San Vittore e in pericolo di vita. Dopo quello che non so se sia ancora giunto a destinazione per Pippo Scuderi, detenuto a Regina Coeli, anche lui in pericolo di vita. Dopo quello che non è mai giunto a destinazione per Giosuè Chindamo, detenuto a Secondigliano, che nel frattempo è stato “scarcerato”, cacciato dalla sua cella con cattiveria.

“Papà sta morendo. Io chiedo solo che venga curato. Il tempo sta scadendo. Vi chiedo di non restare in silenzio,” aveva scritto a Piero Sansonetti un anno fa Paolo Coppola, il figlio di Danilo, un ragazzo di 17 anni. Il papà oggi è stato scarcerato, anche lui cacciato dalla sua cella, ma con dolcezza.

L’ordinanza del tribunale è un capolavoro del diritto umano e civile, e anche di quello penale che non consente trattamenti inumani e degradanti nei luoghi di privazione della libertà. “L’esecuzione della pena con le attuali modalità non è idonea a perseguire la finalità rieducativa costituzionalmente prevista apparendo, invece, funzionale esclusivamente a una finalità retributiva.” Cosa dire di più, come dire meglio. Il carcere è vietato quando lo stato di salute del carcerato lo rende mera vendetta, uno stato di tortura, intollerabile, non solo per il detenuto ma anche per il detenente.

Onore al merito dei giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano che hanno alla fine liberato un uomo ormai alla mercè dei luoghi e dei mezzi di esecuzione della pena, quando la sua pena era diventata anche corporale e il carcere, più che una misura di sicurezza, divenuto una tortura quotidiana. Onore al merito dei tutori della legge e dello stato di diritto che hanno risparmiato il residuo di tortura di altri due anni che Danilo Coppola avrebbe dovuto ancora sopportare.

Amici della corte, non solo difensori del detenuto, si sono dimostrati i suoi due straordinari avvocati, Antonella Calcaterra e Alessandro De Federicis, che hanno consigliato, confortato, seguito da un tribunale all’altro l’uomo del reato, da un carcere all’altro l’uomo della pena. Che hanno posto al tribunale semplici domande: È ancora tollerabile lo stato di detenzione? Che senso ha questo accanimento “terapeutico” penitenziario - diseducativo, doloroso e senza prospettiva di salvezza? Che senso ha un carcere a oltranza che non ha nulla da esigere in termini di emenda individuale e sicurezza sociale? Che senso ha una pena che non consiste più solo nella privazione della libertà, ma in una sofferenza aggiuntiva e gratuita? Queste le domande degli avvocati di Danilo Coppola che hanno fatto riflettere il tribunale orientandolo alla giusta decisione. Amici della corte, non del detenuto, si sono manifestati anche dirigenti e operatori sanitari del carcere di San Vittore e i periti nominati dal Tribunale che nel corso del tempo hanno unanimemente definito le condizioni psico-fisiche di Danilo Coppola incompatibili sia con il regime carcerario ordinario sia con quello carcerario ospedaliero. Perché la malattia del carcerato, diagnosticata come “reattiva al carcere”, era accompagnata da una forma di claustrofobia, per la quale il carcere, insomma, non era solo il luogo dove scontava la sua pena, ma la causa stessa dell’aggravarsi della sua malattia.

Amico della corte si è rivelato alla fine Piero Sansonetti, forse l’unico giornalista che si è appassionato al caso, sicuramente il primo a scriverne. “Coppola non ha stuprato nessuno, non ha ucciso nessuno, non ha ferito nessuno, non ha derubato nessuna persona né ha ricattato, ne ha danneggiato, ne ha usato violenza.” Un po’ parafrasando la celebre citazione di Bertolt Brecht - “Che cos’è una rapina in banca in confronto alla fondazione di una banca?” - Sansonetti ha aggiunto: “Seppure fosse colpevole del reato del quale è stato accusato sarebbe colpevole di avere danneggiato alcune banche … Non riesco a provare un moto di indignazione morale per questo reato.”

“Bisogna aver visto”, esortava Piero Calamandrei, devi toccare con mano la realtà delle carceri. Per verificare se le pene siano rispettose della dignità umana oppure consistano in trattamenti contrari al senso di umanità, il “pellegrinaggio” da fare è proprio alla “Mecca dei detenuti”, dove i responsabili della giustizia non vogliono andare. Alcuni giorni fa sono andato a visitare il carcere di San Vittore insieme alla senatrice Mariastella Gelmini, ai dirigenti di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Cesare Burdese, Federico Canziani, Marco Sorbara e Raffaella Stacciarini, ed Eliana Zecca, Vice Presidente della Camera Penale di Milano. Come al solito, autorizzati dal Capo dell’Amministrazione penitenziaria e accompagnati dal Direttore e dal Comandante dell’istituto, abbiamo visitato gli spazi detentivi, verificato le condizioni di vita, parlato coi detenuti. Abbiamo incontrato anche Danilo Coppola nel luogo della sua pena.

Quando vado a “visitare i carcerati”, per me vale quel che era scritto un tempo sul frontespizio del carcere di Pianosa: “Qui entra l’uomo, il reato resta fuori”. A me non importa l’uomo del reato, che l’abbia commesso o no. A me importa l’uomo della pena. “Ecce homo”, fatemi vedere l’uomo. “Habeas corpus”, portatemi il corpo. Io ho visto l’uomo e ho visto il corpo di Danilo Coppola. Era rinchiuso a San Vittore da ottobre, dopo un periodo di detenzione a Viterbo. Ma più che detenerlo il carcere lo stava consumando. L’ho visto fortemente debilitato. Era impressionante per la sua magrezza. Dopo essere sceso a 48 chili, con fatica era riuscito a risalire fino a 55. Nelle ultime settimane, però, era tornato di nuovo intorno ai 52 chili e incontrava ancora serie difficoltà a trattenere il cibo.

Alcune settimane fa a San Vittore, dopo un cortocircuito, in un reparto dell’istituto è divampato un incendio. È il tragicomico oggi destino del carcere. Frana, brucia, va in tilt materialmente e anche simbolicamente. A Regina Coeli, a San Vittore, in tutte le carceri, crolla il mito della rieducazione, si verifica il cortocircuito tra il mezzo e il fine della pena. Si pretende che assicuri giustizia, ordine, sicurezza - e invece nega, sabota, contraddice quei fini. Questo avviene quando l’uomo della pena diventa, non fine, ma mezzo della pena: si riduce a cella, sbarra, branda. E quando la persona che la Costituzione vuole rieducare diventa cosa, quando il prigioniero si identifica con il ferro della sua prigione, la storia di quel luogo e di quei mezzi è finita. Allora, bisogna liberarsi di questo ferro vecchio della storia, come ci siamo liberati della schiavitù, dei manicomi, della tortura, della pena di morte. Dobbiamo pensare - sì - non a un diritto penale migliore ma a qualcosa di meglio del diritto penale, non a un carcere migliore ma a qualcosa di meglio del carcere.

Dopo l’incendio, Danilo Coppola era stato trasferito in una cella sovraffollata che condivideva con altre sette persone. Quando l’abbiamo visto, era in piedi sorretto dai suoi compagni di cella o appoggiato al suo letto a castello, con le mani congiunte all’altezza del sesso come per coprire la vergogna della sua più recente sofferenza. Negli ultimi mesi, al quadro clinico già compromesso si erano aggiunti gravi problemi alla prostata, che gli impedivano di urinare autonomamente e richiedevano l’uso abituale del catetere. Mi ha fatto pena vederlo che a tratti piangeva di commozione perché qualcuno era andato a visitarlo. Ora per lui inizia un’altra vita, un’altra cura, un altro affetto, quello delle persone a lui care.

A San Vittore ci sono altre decine e decine di persone che non si chiamano Danilo Coppola ma che sono come Danilo Coppola incompatibili con lo stato di detenzione. Sepolte nel “cimitero dei vivi”, come definiva le carceri Filippo Turati più di un secolo fa. Un cimitero che livella tutti, non fa distinzioni di classe, di razza, di religione.

La tomba è democratica: interclassista, interrazziale, interreligiosa. “Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale”, scriveva Altiero Spinelli, su Il Ponte nel marzo 1949. Una tale riforma, civile e umana, sempre più necessaria e urgente, può essere pensata solo in carcere. Purtroppo, non si concepisce nei palazzi del potere, non nasce a Piazza Madama o a Piazza Montecitorio. Storicamente, le grandi riforme istituzionali e costituzionali, i cambiamenti di regime e gli statuti liberali, sono nati quasi sempre in una prigione. Il Manifesto di Ventotene per gli Stati Uniti d’Europa è stato scritto in carcere da carcerati. La stessa Costituzione italiana - laica, socialista, liberale - prima di essere redatta nelle aule ufficiali, è stata immaginata nei luoghi di privazione della libertà, nelle celle di confino e isolamento politico. Il carcere è stato il vero Parlamento, il luogo di nascita della legge. Sono stati i “fuorilegge” a fare la legge. Perché, forse, solo chi è recluso può concepire un diritto davvero umano e civile. E, quando sento dire “Bisogna portare la Costituzione in carcere, bisogna portare i diritti in carcere”, sorrido amaramente. Ma siete matti? Volete carcerare anche la Costituzione? Volete imprigionare i diritti? Le Costituzioni, i Diritti, non entrano, semmai, escono dalle carceri, si scrivono a partire dal vissuto dei carcerati, dentro le loro celle. Sono i dolori, le ingiustizie, le privazioni patite in quei luoghi che generano la necessità di nuovi diritti, di nuove garanzie, di una nuova umanità giuridica.

*Associazione Nessuno Tocchi Caino