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di Francesca Caferri

 

La Repubblica, 14 giugno 2020

 

La paralisi generata dal Covid19 porta sull'orlo dell'abisso il già fragilissimo Libano. Per il terzo giorno di seguito ieri migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la crisi economica e l'inazione del governo: lo stallo si protrae da mesi ma è stato esacerbato dal lockdown e dal conseguente blocco di tutte le attività.

Mentre venerdì le manifestazioni erano state violente, con incendi nelle strade, banche prese d'assalto e numerosi scontri fra polizia e manifestanti, ieri la protesta è stata per lo più pacifica: ma non per questo meno pericolosa per il futuro di questo Paese che, a detta degli analisti, sta vivendo la crisi peggiore dalla fine della guerra civile nel 1990.

A monte della rabbia, c'è la drammatica situazione economica, esemplificata dal declino della valuta locale: la lira libanese, che per due decenni è rimasta ancorata al dollaro con un cambio fissato a 1.500 lire per biglietto verde, ha perso il 70% del valore in pochi mesi, con un'accelerazione rapidissima negli ultimi giorni. Venerdì il cambio era arrivato a 6000 lire per dollaro: ieri il discorso con cui il primo ministro Hassan Diab ha cercato di calmare la folla lo ha riportato intorno a 4000, ma questo non basta a un Paese in cui la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, una persona su tre è disoccupata e anche chi lavora - essendo pagato in valuta locale - ha visto il suo tenore di vita precipitare in pochi mesi.

"No al governo della spartizione, sì a un governo a interim con poteri eccezionali", si leggeva sugli appelli alla mobilitazione lanciati nei giorni scorsi sui social network: ma al di là della frustrazione per la situazione e per la paralisi del governo è difficile anche i manifestanti individuare chi possa portare il Libano fuori dalla crisi.

Venerdì in piazza si sono viste bruciare le immagini di Hassan Nasrallah, leader degli sciiti di Hezbollah, che sostengono Diab: nei mesi scorsi la stessa fine avevano fatto quelle di Saad Hariri, sunnita, che guidava il precedente esecutivo. "Gli eventi di ottobre e i mesi che ne sono seguiti hanno inferto un colpo durissimo alla legittimità già minima delle elites politiche libanesi - scriveva nei giorni scorsi in un report l'Intemational Crisis Group - non hanno colto la profondità della crisi che in modo tardivo, pensando di poter cavalcare la tempesta con discorsi retorici e promettendo riforme.

I partiti libanesi sono così concentrati sul tentativo di mantenere fette di potere che non sono stati in grado di vedere che le fondamenta del potere politico stavano precipitando. Anche se i segni della crisi erano evidenti ben prima di ottobre, hanno impiegato sei mesi dopo l'inizio delle proteste per dar vita a un piano che traghetti il Libano fuori dalla calamità".

Un piano che dovrebbe passare per un prestito del Fondo monetario internazionale ma che resta lontano dal diventare realtà. Così lontano che dietro le quinte le agenzie Onu stanno preparando piani di emergenza per sfamare i libanesi e il milione e mezzo di profughi siriani da anni in Libano. A complicare il quadro c'è poi proprio la Siria: venerdì a Tripoli i manifestanti hanno bloccato camion di aiuti per Paese in guerra al grido di "i libanesi ne hanno più bisogno".