di Luca Cereda
lifegate.it, 9 marzo 2020
A causa del grave sovraffollamento, se si verificassero contagi da coronavirus nelle carceri, la situazione potrebbe diventare ingestibile. Forse il Coronavirus non entrerà nelle carceri. Ma se ciò dovesse accadere, le misure di gestione dell'emergenza epidemiologica da coronavirus negli istituti di pena italiani si rivelerebbero di fatto impraticabili per via del grave sovraffollamento.
Mentre anche l'Iran ha varato misure alternative fuori dal carcere, da noi le direttive parlano, in caso di contagio, di porre i detenuti in celle singole per l'isolamento sanitario. Difficile, tuttavia, comprendere in che modo ciò possa essere organizzato, tenendo conto del fatto che, secondo gli ultimi dati, in Italia abbiamo circa 61.500 detenuti per un totale di 47.231 posti effettivi. E non ci sono celle vuote, semmai ce ne sono di inagibili.
Le misure anti-contagio dei detenuti nel decreto legge del 2 marzo - Il decreto legge emanato il 2 marzo ha disposto, da un lato, che "le articolazioni territoriali del servizio sanitario nazionale assicurano al ministero della Giustizia idoneo supporto per il contenimento della diffusione del contagio da coronavirus".
Ciò accadeva già nei giorni scorsi, "con le tende montate davanti a vari istituti penitenziari lombardi, dove vengono controllati quei detenuti cosiddetti 'nuovi giunti' che devono fare ingresso in carcere", spiega Carlo Lio, garante dei detenuti o privati della libertà della Lombardia. Dall'altro lato, con lo stesso decreto il governo ha stabilito che per 30 giorni negli istituti presenti nelle "zone rosse", i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si effettuano via telefono, via skype o con videochiamata. "Dove questo è tecnicamente possibile, e non lo è molto spesso", racconta Lio.
"L'isolamento degli isolati" e i diritti dei detenuti - "Questa emergenza si somma ad una situazione già compromessa - spiega Lio - dal sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia". Inoltre, spetta al magistrato di sorveglianza, che si dovrà assumere la responsabilità della decisione in ogni caso, anche quelli di contagio, valutare se vadano sospesi e confermati i permessi premio o i provvedimenti di semilibertà, ovvero le uscite diurne dal carcere.
"I provvedimenti adottati sono anche comprensibili, ma isolano i detenuti e vanno applicati con la massima attenzione alla specificità delle singole situazioni, così da non rischiare di andare oltre lo stretto necessario, isolando dall'esterno ancor di più chi vive già in modo ristretto". Sentirsi abbandonati in carcere può essere infatti drammatico.
"Per rispettare la normativa vigente", continua il garante lombardo dei ristretti della libertà, "ho sospeso le mie visite nelle carceri regionali per ascoltare i bisogni dei detenuti". Eppure da alcuni istituti arrivano segnalazioni di chiusure ingiustificate rispetto all'obiettivo unico di limitare la diffusione del virus. Chiusure che, come segnala anche il garante nazionale dei diritti dei detenuti, "incidono anche sui diritti delle persone incarcerate e che sembrano essere il frutto di un irragionevole allarmismo che retroagisce determinando un allarme sempre crescente che non trova fondamento né giustificazione sul piano dell'efficacia delle misure".
"Bisogna ripensare il carcere, anche al di là dell'emergenza coronavirus" - "Bisogna ripensare il carcere a monte della situazione di emergenza che stiamo vivendo, dobbiamo mettere al centro la dignità dei detenuti riducendo il numero di persone presenti dietro le sbarre", conclude Carlo Lio. Le misure di semilibertà, che comportano oggi un passaggio quotidiano rischioso da dentro a fuori delle carceri, e viceversa, potrebbero in molti casi essere trasformate in affidamenti in prova al servizio sociale. In tal modo i detenuti vivrebbero le loro giornate interamente in comunità esterne. Una questione di senso civico, con l'obiettivo di cooperare tutti nella stessa direzione.









