agenzianova.com, 11 aprile 2020
Con la Pasqua segnalata almeno sul calendario, e l'introduzione delle videochiamate, sembra essersi rasserenato anche il clima nelle carceri italiane. Clima che, a causa del coronavirus, appena un mese fa, era da guerriglia urbana sia fuori dalle mura dei penitenziari per la protesta dei parenti dei detenuti, che all'interno con quella dei detenuti stessi.
A farla detonare sono stati i provvedimenti restrittivi che vietavano ai parenti di entrare in visita nelle carceri e sospendevano i permessi premio, ma anche il timore di un contagio da coronavirus interno ai perimetri carcerari e la falsa convinzione che lo stesso contagio fosse mantenuto nascosto per evitare di dover rimettere in liberà i detenuti. Per alcune ore le carceri di Rebibbia, Modena, Foggia, Rieti, e di un'altra dozzina di istituti sparsi su tutto il territorio nazionale, sono stati sotto il controllo dei detenuti. Gli agenti della penitenziaria, supportati dai reparti mobili della polizia, sono stati impegnati in vere battaglie per ripristinare l'ordine; durante il caos 12 detenuti sono morti, secondo le versioni ufficiali delle forze dell'ordine, per overdose da farmaci reperiti nelle medicherie, 80 evasi dal carcere di Foggia (numero che poi si è ridotto a 16) e una quarantina di agenti feriti oltre a milioni di euro di danni.
Un innalzamento della tensione per chiedere sconti di pena se non addirittura l'indulto, sotto la regia, secondo alcuni, di associazioni criminali. A Napoli, dal carcere di Poggioreale, con una lettera aperta un boss degli Scissionisti, tale Antonio Bastone, ha vestito i panni del "capopopolo" maturo e saggio, capace di mantenere "sotto controllo" il braccio carcerario nel quale si trova, sostenendo di non partecipare alle proteste data la gravità della situazione in cui versava, e versa, il paese. Per questo dice nella lettera che nel "Padiglione Avellino, nel quale mi trovo detenuto, del resto si è subito dissociato da quella rivolta".
Quella rivolta che, lascia intendere, altrove è mantenuta viva da familiari e detenuti di altri clan, ma non il suo. Alla fine, però, le proteste sono rientrate e, in ogni carcere italiano, si è tornati alle emergenze quotidiane: quello del sovraffollamento da detenuti e del sottodimensionamento del personale carcerario che deve gestirlo, ma con un problema in più: il coronavirus.
La situazione nel Lazio, dopo le sanguinose rivolte nel carcere di Rieti, e quelle concitate di Rebibbia a Roma, sembrano essersi rasserenate. "I detenuti hanno capito che quel provvedimento era necessario per salvaguardare la loro sicurezza, quella dei loro parenti ed anche quella del personale del carcere - dichiara ad "Agenzia Nova" Massimo Costantino, rappresentante sindacale della polizia penitenziaria della Cisl Lazio riferendosi al decreto che impediva le visite in carcere - e non era, invece, un provvedimento restrittivo finalizzato ad un inasprimento della misura carceraria". Del resto, alcune prima e alcune dopo, ogni carcere ha adottato la videochiamata su Skype o Whatsapp tra detenuto e parente, per compensare la mancanza dell'incontro. Ovviamente nessuno di loro è dotato di cellulare o computer, al momento stabilito, il detenuto viene condotto in una stanza, dotato di un apparecchio con cui si collega con il parente alla presenza di un agente che sovrintende all'incontro "digitale".
"Al momento non ci risultano condizioni di crisi dovute al coronavirus nelle carceri laziali. Solamente a Rebibbia una detenuta è risultata positiva. Ogni struttura, però, ha dovuto individuare un'area in cui allocare in sicurezza eventuali detenuti positivi e in condizioni compatibili con il regime carcerario. Resta il problema della mancanza di mascherine.
Il personale penitenziario deve accompagnare detenuti in ospedali, anche in reparti Covid, senza poter disporre delle necessarie dotazioni di sicurezza. Inoltre abbiamo più volte chiesto alla regione Lazio di effettuare tamponi nelle carceri, non solo ai detenuti ma anche a tutto il personale carcerario".
Se il principale alleato del coronavirus è l'assembramento, allora le carceri pugliesi sono quelle che rischiano di più dato che sono le strutture carcerarie più affollate d'Italia. "Abbiamo una popolazione carceraria del 180 per cento in più rispetto al massimo dell'accoglienza" dichiara Crescenzio Lumieri segretario Fns Cisl Puglia. Proprio un carcere pugliese, quello di Foggia, ha fatto registrare durante le proteste dello scorso 9 marzo, l'evasione di circa 80 detenuti, molti dei quali sono stati poi catturati.
"Il pericolo che ciò potesse accadere lo avevamo più volte denunciato al prefetto - dichiara il sindacalista dei penitenziari. Nel foggiano era stato aumentato il numero delle forze dell'ordine per contrastare la criminalità e avevamo chiesto un maggior numero anche di agenti della penitenziaria ma ciò non è accaduto. Poi, purtroppo, i fatti ci hanno dato ragione. Foggia resta la struttura peggiore della regione ma, ad eccezione di Lecce che ha una struttura recente, le altre non sono di molto migliori.
Quello di Bari risale al 1900; da una capienza iniziale di mille detenuti, dopo le continue ristrutturazioni e adeguamenti, siamo arrivati ad una capienza di 250 detenuti sulla carta, ma che invece ne accoglie non meno di 450. Inoltre il territorio metropolitano di Bari, molto vasto e complesso, porta tra i 10 e i 50 arresti al giorno e nella struttura sono costretti a continue movimentazioni verso altri carceri, per poter rispondere alla necessità dell'accoglienza". In questo quadro c'è l'emergenza coronavirus e il rischio contagi.
"Il ramo femminile del carcere del capoluogo è chiuso per ristrutturazione - dice ancora Lumieri - quindi è stato utilizzato per ricavare, seppur non a norma, un'area di quarantena per eventuali casi di contagiati che al momento non ci sono". A Brindisi, invece, il problema esiste. "È di questi giorni la notizia di un detenuto tornato dalla libertà, una volta in carcere ha mostrato sintomi del virus ed è risultato positivo. Quindi in quarantena sono stati messi, oltre a nove agenti della penitenziaria con cui è stato a contatto, anche con 40 detenuti".
Per quanto può esserlo un carcere, quello di Bergamo, considerando le devastazioni causate dal coronavirus su tutto il territorio provinciale, è rimasta "un'isola felice". Il virus ha bussato diverse volte all'istituto di pena ma senza entrare, ad eccezione di una sola volta. "Un solo caso di positività al coronavirus tra i detenuti - dichiara Francesco Trovè della Fns Cisl di Bergamo - La struttura si è immediatamente isolata già ai primi segnali bloccando gli accessi dei parenti e interrompendo ogni attività di collegamento con l'esterno. Anche le manifestazioni iniziali, quelle che si sono verificate in altri carceri, da noi non sono state possibili anche per via di una buona organizzazione interna.
Abbiamo registrato, però, un amento di casi di malattia tra gli agenti della penitenziaria ma non c'è un numero preciso che indichi le positività al Covid. Abbiamo ottenuto, però, che chiunque rientri in servizio dopo la malattia deve sottoporsi a tampone". Pochi dati sui contagiati, sia tra gli agenti della penitenziaria che tra i detenuti dei restanti 16 istituti lombardi, sono in possesso al sindacato.
"Li abbiamo chiesti più volte - dichiara Celeste Gentile segretario regionale Fns Cisl Lombardia - ma non ne abbiamo. Sappiamo che ci sono agenti in quarantena ma non sappiamo quanti sono. Ci stiamo adoperando per rispondere alle emergenze e alle richieste di dispositivi di sicurezza che ancora oggi ad alcuni mancano e abbiamo chiesto di fare tamponi a tutti gli agenti perché, a nostro avviso, sarebbe anche un sistema per ridurre al minimo il rischio di portare la malattia nelle carceri. Sappiamo che questa richiesta sembra sia stata accettata per il personale del carcere di Cremona, quello di Mantova e forse anche quello di Como".
Anche nelle carceri della Campania il coronavirus fa paura ma non più dei problemi già tristemente noti agli ambienti carcerari che sono "il sovraffollamento, l'organico della polizia penitenziaria ridotta all'osso, la vetustà delle strutture e dei mezzi", dice il segretario regionale della Fns Cisl Lorenza Sorrentino.
"La pandemia ha acutizzato anche questi problemi in un ambiente, quello carcerario, in cui la popolazione detenuta tende a strumentalizzare ogni cosa per chiedere o per porre in essere atteggiamenti anche aggressivi contro servitori dello Stato a cui, in genere, non viene riconosciuto il giusto merito. Spesso ci si dimentica - continua la rappresentante dei penitenziari - che mentre altre forze di polizia assicurano alla giustizia il malvivente, la penitenziaria lo gestisce per impedirgli di continuare a delinquere, ma non solo, con il tempo ha acquisito anche competenze tra cui quelle di indagine e di polizia stradale".
A proposito del contagio i numeri in Campania sembrano contenuti e limitati a tre agenti e ad un solo detenuto. "Le attenzioni ci sono ovunque, ma in particolare per gli istituti più affollati di Poggioreale e di Secondigliano". Anche in Campania si presta attenzione ai nuovi ingressi per i quali "le Asl competenti hanno allestito tende all'ingresso degli istituti, con personale sanitario addetto alle visite di triage". Inoltre all'ingresso del carcere di Poggioreale è stato installato un termo-scanner dello stesso tipo di quelli installati negli aeroporti.










