di Vittorio Lingiardi
La Repubblica, 3 agosto 2025
Riflettere sulla realtà penitenziaria attraverso le storie e i libri che le hanno raccontate. “La politica dorme con l’aria condizionata”. La frase è di Gianni Alemanno, al momento detenuto a Rebibbia. L’ha letta nell’aula del Senato Michele Fina del Partito Democratico. Alemanno descrive le “celle forno” e la fortuna di chi possiede un ventilatore. Ma i problemi sono cronici, il caldo si limita ad ampliarli crudelmente. Pochi investimenti, sovraffollamento, mancanza di personale, malattie fisiche e disturbi mentali. “Carceri invivibili”, ha detto il Presidente Mattarella incontrando il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E ha aggiunto: “Fermiamo i suicidi”, più di 120 tra il 2024 e il 2025. La realtà carceraria e la riflessione (politica, filosofica, psicologica) che dovrebbe accompagnarla interessa a pochi, con qualche volonterosa eccezione. Eppure la Costituzione dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Perché prevale l’idea della punizione? Forse la convinzione che si tratti di cittadini di serie B, che diventano serie C o D se stranieri? Come sempre, quando ti fai domande su un argomento, l’argomento poi ti viene a cercare. Per questo è importante farsi domande. Risposte, e altre domande, mi sono arrivate da libri che mi invitavano a riflettere non solo sulle leggi, ma anche sugli affetti. Libri capaci di sbloccare zone anchilosate del pensiero. Uno è stato, lo scorso anno, Ogni prigione è un’isola (Mondadori) di Daria Bignardi che mescolando storie private e storie pubbliche aggira le nostre difese e ci aiuta a capire che i temi di pochi sono temi di tutti. “Non è che mi piacciano”, dice delle prigioni, “al contrario. Ma dentro c’è la quintessenza della vita com’è: dolore, ingiustizia, povertà, amore, malattia, morte, amicizia”. Di amore (e di tutto il resto) parla Donatella Stasio nel suo nuovo libro L’amore in gabbia. La ricerca di libertà di un reduce dal carcere (Castelvecchi). Per anni responsabile della comunicazione e portavoce della Corte costituzionale, da sempre impegnata sui temi della giustizia, Stasio racconta il carcere attraverso l’esperienza “incarnata” di Gianluca, una vita in prigione, oggi piccolo imprenditore riuscito, ma per sempre segnato dall’esperienza di solitudine, porte chiuse, muri spessi, cieli interdetti, affettività rubata. È la storia di un corpo imprigionato che racconta, a chi in prigione non c’è stato, chi è, in sintesi, un carcerato: un corpo - biologico, relazionale, affettivo - escluso e recluso. In un Paese dove troppo spesso sentiamo dire “buttate la chiave”, L’amore in gabbia è un libro che prende quella chiave per aprire la cella e farne una stanza senza “più pareti, ma alberi infiniti quando sei vicino a me”. La canzone di Mina mi viene in mente perché Stasio ci spinge a pensare, foucaultianamente, a come il potere interviene sulle forme d’amore. “Lo spazio non può essere concepito unicamente come luogo di custodia, ma deve includere ambienti destinati alla socialità, all’affettività”, dice ancora Mattarella.
Qui penso al volume Donne in carcere. Ricerche e progetti per Rebibbia (LetteraVentidue) di Pisana Posocco, docente alla Sapienza di Progettazione architettonica e urbana. Posocco ha coordinato il progetto della Casa per l’affettività e la maternità inaugurata pochi anni fa da Renzo Piano nel carcere femminile di Rebibbia. “Una piccola cosa, una scintilla in un tema complesso. Ma tante scintille insieme possono cambiare le cose”. Il mio viaggio tra libri e prigioni finisce con Il gabbio. Storie di umanità reclusa (Mimesis). Lo ha appena scritto Gianluca Biggio, per vent’anni psicologo a Regina Coeli. Un racconto sensoriale sulla vita delle persone in carcere: i silenzi, le parole, i rumori, gli odori, i dolori. Un viaggio di realtà e finzione che ancora una volta ci consegna al corpo del prigioniero, alla sua pelle, dunque alla sua verità.











