di Ivana Barberini
trendsanita.it, 4 maggio 2026
Ad oggi soltanto una decina, su un totale di 190, di Istituti penitenziari in Italia hanno previsto una stanza dell’affettività. Tra diritti riconosciuti e ostacoli concreti, l’affettività in carcere diventa il banco di prova di una pena più umana, ed è strettamente correlata alla serenità operativa di tutto il personale. La detenzione non priva soltanto della libertà di movimento, ma incide in profondità anche sulla sfera più intima della persona, quella affettiva e sessuale. Per anni, nelle carceri italiane, questo aspetto è rimasto ai margini del dibattito pubblico e istituzionale, sospeso tra silenzi, tabù culturali e una visione della pena ancora fortemente ancorata alla dimensione punitiva. La sessualità però non si esaurisce con l’ingresso in carcere, è parte integrante dell’identità, della dignità e delle relazioni umane e negarla solleva interrogativi sui limiti della detenzione e sui diritti che continuano a esistere anche dietro le sbarre.
Negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Le pronunce della magistratura di sorveglianza, il contributo della società civile e, soprattutto, la sentenza n. 10 del 2024 della Corte Costituzionale hanno incrinato un silenzio durato troppo a lungo, affermando con chiarezza che affettività e sessualità non possono essere trattate come concessioni, ma come diritti fondamentali. Va in questa direzione anche la circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dell’aprile 2025, che prova per la prima volta a tradurre questi principi in indicazioni operative, introducendo la possibilità di colloqui intimi senza controllo visivo.
Un passaggio importante, ma non privo di criticità. Tra limiti strutturali, carenze di personale, sovraffollamento e criteri di accesso spesso discrezionali, il rischio è che il riconoscimento formale di un diritto non si traduca in una sua reale esigibilità. Aperture normative e resistenze concrete accendono il dibattito sul diritto all’affettività in carcere, oggi più che mai al centro di una riflessione che riguarda non solo il sistema penitenziario, ma l’idea stessa di giustizia e di dignità della persona. Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Sofia Antonelli, ricercatrice di Antigone, e Stefano Graffagnino, Presidente Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento (ANFT).
Un diritto rimosso: perché l’affettività in carcere resta un tema scomodo - “Il diritto all’affettività delle persone detenute è stato a lungo poco discusso nel dibattito pubblico per una combinazione di fattori culturali, politici e istituzionali”, ci dice Antonelli. “Il carcere è concepito essenzialmente come luogo di punizione e privazione, più che come spazio di reinserimento sociale. In questa prospettiva, mantenere relazioni affettive o intime viene visto quasi come un privilegio, incompatibile con l’idea di pena. Politicamente è stato sempre considerato come un tema difficile da sostenere, per questo molti governi hanno evitato di affrontarlo apertamente, temendo reazioni negative dell’opinione pubblica o accuse di eccessiva indulgenza verso chi ha commesso reati. A ciò si aggiunge sicuramente un tema culturale legato ai tabù sulla sessualità che in Italia faticano ad essere sradicati”.
“Più che di rimozione, parlerei di una complessità gestionale che ha richiesto tempi lunghi per essere maturata - aggiunge Graffagnino. Il dibattito è stato spesso polarizzato, ma oggi le istituzioni sono consapevoli che l’affettività non è un tema isolato, ma una tessera di un mosaico più ampio che riguarda la qualità della vita detentiva. Di riflesso, questo incide direttamente sulle condizioni di lavoro di chi il carcere lo vive quotidianamente, poiché il benessere psicofisico della popolazione detenuta è strettamente correlato alla serenità operativa di tutto il personale”.
Stanze dell’affettività, tra sicurezza e resistenze. I timori del sistema penitenziario - “Le osservazioni delle organizzazioni sindacali sono preziose perché pongono l’accento sulla sostenibilità operativa. È comprensibile che si guardi ai permessi con favore, essendo uno strumento collaudato, ma l’introduzione di spazi per l’affettività non va vista in antitesi, è un’evoluzione che può convivere con i permessi. La sfida è garantire che queste innovazioni siano accompagnate da risorse adeguate e da un corretto equilibrio tra l’area della sicurezza e quella del trattamento. L’obiettivo comune deve essere quello di non creare oneri aggiuntivi per la Polizia Penitenziaria, ma di trasformare queste innovazioni in opportunità per una gestione più serena e meno conflittuale degli istituti”, afferma Graffagnino.
“Le critiche espresse rispetto all’introduzione delle stanze dell’affettività riflettono principalmente preoccupazioni in merito alle esigenze di sicurezza e alle difficoltà organizzative legate alla carenza di personale. Bisogna anzitutto ricordare che la possibilità di effettuare visite intime è sottoposta ad autorizzazione e quindi valutazione della situazione caso per caso, tenendo conto sia della condotta della persona che ovviamente di eventuali esigenze di sicurezza - aggiunge Antonelli. Inoltre non tutte le persone detenute possono accedere ai permessi premio, che quindi non rappresentano strumenti per garantire il diritto all’affettività a tutti nello stesso modo. Come accade per ogni novità nel sistema penitenziario, sicuramente non avvezzo al cambiamento, è ovviamente necessario adottare qualche forma di riorganizzazione interna che poi, con il passare del tempo, finirà per andare a regime. Si pensi a quanto accaduto con le videochiamate durante il Covid. All’inizio sembrava qualcosa di impensabile, poi piano piano, grazie agli sforzi degli operatori, sono diventate la norma e costituiscono oggi un prezioso strumento per mantenere i legami con i propri familiari”.
Spazi che mancano, ostacoli normativi, organizzativi e culturali nelle carceri italiane - “Ad oggi sono circa una decina gli Istituti penitenziari che hanno previsto una stanza dell’affettività - specifica Antigone. Tenendo presente che complessivamente le carceri per adulti italiane sono 190, si tratta di una percentuale ancora assai ridotta. Durante le nostre visite in carcere ci viene spesso detto che non si dispone degli spazi idonei e in alcuni casi viene riferito come “le priorità sono altre”. Sicuramente, soprattutto in alcuni istituti, possono esserci difficoltà di tipo logistico, ma l’impressione è anche che non vi sia un diffuso e reale impegno per l’affermazione di questo diritto”. “Le difficoltà sono principalmente di natura logistica e organizzativa. Molte nostre strutture sono antiche e non progettate per questi scopi - spiega il presidente ANFT. L’Amministrazione Penitenziaria sta facendo sforzi importanti, ma serve un piano d’azione condiviso che non riguardi solo gli spazi, ma la loro gestione. Serve un equilibrio che garantisca la sicurezza e il trattamento, superando l’impasse attraverso una reale sinergia tra le professionalità che operano all’interno delle strutture penitenziarie”.
Oltre il pregiudizio, il cambiamento culturale necessario - “La pena detentiva deve limitarsi alla limitazione della libertà di movimento, che già di per sé costituisce una risposta punitiva assai lesiva soprattutto per i reati che non comportano particolare pericolosità sociale - ribadisce Antonelli. Questo è il messaggio che dovrebbe passare, per l’affermazione del diritto alla sessualità così come per altri diritti spesso violati in carcere. In larga parte d’Europa il diritto alla sessualità è riconosciuto da tempo, mentre in Italia, probabilmente anche per ragioni di tipo culturale, ha fatto molta fatica ad esser riconosciuto e oggi ad affermarsi realmente”.
“Il cambiamento necessario è passare dalla logica del “conflitto tra diritti” alla logica della sicurezza partecipata. Bisogna promuovere l’idea che un clima interno più umano, rispettoso dei legami familiari e dei principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione, riduca drasticamente le tensioni e gli eventi critici. Questo è un vantaggio per tutti: per i detenuti, per i Funzionari Giuridico-Pedagogici e per il personale di Polizia, che opererebbe in un contesto più stabile e sicuro”, conclude Graffagnino.
Affettività negata, un diritto che riguarda salute, dignità e relazioni - “È un principio che l’Amministrazione Penitenziaria mira a tutelare in linea con il dettato costituzionale degli articoli 3 e 27 - afferma Graffagnino. Uno Stato autorevole sa coniugare la certezza della pena con il rispetto della dignità umana, trasformando la detenzione in un tempo costruttivo. Questo approccio, come dimostrano i dati, riduce la recidiva e garantisce, a lungo termine, una società più sicura per tutti i cittadini”.
Proteggere l’affettività significa investire sulla tenuta psicologica della persona e sul suo reinserimento sociale - “La negazione della sessualità è una grave privazione sia in termini sanitari che in termini di dignità della persona e della sua sfera affettiva. È evidente che tutto ciò provoca una lesione del diritto alla salute, il quale secondo l’OMS va inteso come uno stato generale di benessere psico-fisico e non come mera assenza di malattia. Da questa privazione possono inoltre derivare gravi tensioni, inquietudine, frustrazioni, esposizione alla violenza. Negare la sessualità, soprattutto nei casi di pene medie o lunghe, significa compromettere, a volte anche per sempre, il rapporto con un esercizio sereno dell’attività sessuale. Negare la sessualità vuol dire non tutelare i legami affettivi delle persone, fondamentali in una fase di sofferenza e solitudine come quella detentiva. Non si pensa poi all’impatto che questa negazione ha anche per il partner all’esterno, colpito anch’esso nella propria sfera affettiva”, conclude Antonelli.











