di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 17 novembre 2020
L'ultimo leader, Manuel Merino, si è dimesso ieri dopo soli 5 giorni al potere: è l'ultima tappa di una vicenda che va avanti più di un anno e che ha portato quello che era il Paese più virtuoso della regione in piena crisi costituzionale. La soluzione sarebbe un paradosso. Fa sorridere, perché grottesca. La più improponibile. Ma, come dicono molti osservatori, in Perú può accadere di tutto. Si torna indietro, si cancella tutto: Martín Vizcarra torna al suo posto di presidente e si prosegue la legislatura fino al prossimo aprile quando si tengono le previste elezioni generali. Nelle convulse e caotiche ore che vive il Paese andino, il Congresso cerca di salvare sé stesso. Perché è questo emiciclo composto da 130 eletti, di cui 68 sono imputati a vario titolo in decine di inchieste per corruzione, ad aver fatto e disfatto in pochi giorni una trama politica che ha trascinato il Paese nel baratro costituzionale.
Richiamato in fretta e furia dal Canada - dove era stato spedito come ambasciatore in una forma di esilio - per sostituire il presidente Pedro Pablo Kuczynski costretto alle dimissioni, questo ingegnere di 57 anni, un passato di governatore della provincia di Moquegua, ha osato fare quello che altri si erano ben guardati dal fare. Ha messo il dito nella piaga della corruzione che lo scandalo Odebrecht, la multinazionale brasiliana, aveva scoperchiato anche in Perú e ha promosso un referendum su una riforma che avrebbe contrastato il sistema ormai dilagante delle tangenti in tutti i gangli privati e pubblici del Paese.
I quesiti prevedevano una riforma della Corte Costituzionale, la cui nomina era prerogativa solo del Congresso, una regolamentazione del finanziamento pubblico dei partiti, il divieto di rielezione immediata dei parlamentari. Il referendum fu approvato a larghissima maggioranza dai peruviani ma il Congresso, controllato dall'opposizione, si guardò bene dall'applicarlo. Metterlo in pratica significava perdere il controllo sulla Corte Suprema, sui soldi ai partiti, il rischio di finire dentro per tutti quei deputati e senatori indagati dalla magistratura senza più immunità parlamentare.
Avevano i voti e si misero a fare ostruzionismo. Per un anno si opposero a qualsiasi riforma e lo scontro si allargò al potere giudiziario, all'esecutivo, alla classe imprenditoriale. Ognuno a difendere i propri interessi che, nel frattempo, erano diventati rilevanti. Dieci anni di crescita a due cifre avevano trasformato il Perú nel Paese virtuoso dell'America Latina. Aveva accumulato una ricchezza che lo portava a snobbare alcune importanti dismissioni di investitori stranieri, soprattutto europei, travolti dalla crisi del 2008: c'erano sufficienti riserve da colmare qualsiasi buco.
Il Paese era cambiato e in meglio, la classe media continuava ad essere il motore dell'economia, si costruiva e si rendeva tutto più moderno. Giravano molti soldi. Miliardi di dollari. In questa euforia che contagiava tutti e accontentava molti, si assiste a una guerra senza esclusione di colpi: a suon di video, documenti, audio che il Congresso usava per scuotere la gente, ricattare i nemici, lanciare messaggi trasversali.
Vizcarra perse la pazienza e sciolse l'emiciclo. Ma anche qui trovò un muro. I parlamentari si opposero appellandosi alla Costituzione. Per un anno il presidente ha governato in piena solitudine, avvolto da un limbo politico surreale, e gli altri ne hanno approfittato per mettere a punto la trappola. Con lo stesso sistema hanno tirato fuori la presunta tangente percepita da Vizcarra quando era governatore e gli hanno fatto capire che poteva essere fatto fuori. Lui ha resistito, si è proclamato innocente e loro hanno presentato una mozione di impeachment. Alla seconda votazione sono riusciti a raccogliere i voti sufficienti. Nelle cronache dettagliate dei quotidiani si riportano le fasi di questa trama diretta in prima persona dallo speaker della Camera Manuel Merino, lo stesso che una volta estromesso Vizcarra verrà nominato presidente a interim.
Il golpe era così sfacciato ed evidente da far insorgere l'intero Perú. A guidare la protesta oceanica sono stati i giovani e i giovanissimi: uno scatto d'orgoglio che nasce da lontano ma che il benessere e l'opulenza avevano attenuato, certi di un futuro sicuro tutto basato sulla competitività e sui privilegi. Il Covid ha risvegliato dal letargo una generazione che viveva sui genitori e con i genitori. Molti hanno perso il lavoro, il sistema sanitario pubblico è collassato, c'è stato il più alto numero di morti e contagi di tutta l'America Latina. Non si è più studiato; le scuole, quasi tutte private, sono state chiuse. Il sogno si è infranto. Le previsioni parlano di una caduta del pil del 27 per cento. Chi aveva molto si è impoverito, chi aveva poco oggi non ha più nulla.
Adesso si tratta di arrivare fino ad aprile per nuove elezioni. Si sono dimessi 13 ministri su 19. Ha gettato la spugna anche Merino. Bisogna scegliere una figura autorevole, tra quelli, pochissimi, che hanno votato contro le dimissioni di Vizcarra. Oppure puntare sullo stesso Vizcarra che i sondaggi chiedono di tornare. Il Perú, in fatto di eccezioni, vanta molti primati: un presidente in carcere per violazione dei diritti umani, un altro latitante fuggito negli Usa con la cassa, il successore finito dentro per corruzione, un quarto dimessosi per tangenti, un quinto cacciato dai ladroni per ruberie, un sesto travolto dalla folla dopo appena sei giorni.











