di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2026
La modesta entità della dazione del privato non esclude la corruzione propria susseguente se l’utilità consegnata è mirata remunerare il pubblico ufficiale per l’atto contrario ai propri doveri d’ufficio. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 8675/2026 - ha chiarito i criteri per valutare la rilevanza penale di condotte corruttive anche quando l’entità dell’utilità promessa o consegnata al pubblico ufficiale sia modesta.
Il caso risolto - La vicenda trae origine da un procedimento penale in cui un imprenditore era stato accusato di corruzione propria susseguente nei confronti di due ispettori del lavoro, ai quali aveva consegnato cassette di pesce per aver archiviato una pratica di controllo presso la sua azienda. Le cassette, del valore complessivo di circa 130 euro, erano state considerate dalla Corte di appello come donativi di modesta entità e, per tale motivo, l’imputato era stato assolto. Ma la Corte di Cassazione ha evidenziato che il criterio della “modestia” dell’utilità non è di per sé sufficiente a escludere la rilevanza penale in caso di corruzione propria.
Il ricorso per cassazione - Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza, sostenendo che la decisione di assoluzione derivava da un errore nella valutazione della rilevanza penale, poiché i giudici di appello avevano applicato principi giurisprudenziali relativi all’istigazione alla corruzione, invece che alla corruzione propria susseguente, violando così il corretto inquadramento normativo. In particolare, l’assoluzione era motivata esclusivamente sulla base del valore economico modesto delle cassette di pesce, senza considerare che la loro consegna era collegata all’atto contrario ai doveri di ufficio compiuto dai pubblici ufficiali. La Suprema Corte ha evidenziato che diversamente dall’istigazione alla corruzione, nella quale l’offerta di denaro di modesto valore può essere irrilevante se non idonea a turbare il pubblico ufficiale, nella corruzione propria susseguente ciò che conta è l’esistenza di un nesso tra la dazione e l’atto contrario ai doveri d’ufficio.
Il nesso tra dazione e atto illecito - In altre parole, la rilevanza penale non viene meno anche se l’utilità percepita appare esigua: ciò che occorre accertare è se l’atto illecito del pubblico agente costituisca la causa della dazione o promessa del privato. La Corte ha inoltre chiarito che il concetto di “regalia di modesto valore”, previsto dalle normative sul comportamento dei dipendenti pubblici, non legittima la corruzione anche se l’entità del beneficio è minima, poiché tale principio è finalizzato a disciplinare rapporti di cortesia ordinaria, non atti contrari ai doveri d’ufficio. L’orientamento della giurisprudenza più recente conferma che la proporzionalità tra la prestazione del privato e l’atto del pubblico ufficiale può costituire solo un elemento indiziario per verificare l’esistenza di un accordo illecito, ma non un requisito imprescindibile del reato.
La sentenza sottolinea come la valutazione dell’utilità non possa essere condotta in astratto, ma deve considerare il contesto complessivo della vicenda, le condizioni economiche del privato, la funzione del pubblico ufficiale e l’effettivo impatto dell’atto contrario ai doveri di ufficio.
In tal senso, anche un piccolo beneficio può essere sintomo di un accordo illecito se esiste un nesso diretto tra la prestazione e l’atto amministrativo compiuto in violazione delle norme.
La Corte ricorda, inoltre, che la giurisprudenza attribuisce rilievo alla nozione di “altra utilità” che può comprendere anche prestazioni non patrimoniali, purché correlate all’esercizio improprio della funzione pubblica. Sulla base di questi principi, la Corte di Cassazione ha ritenuto manifestamente errata la motivazione della sentenza impugnata, che aveva escluso la rilevanza penale del fatto limitandosi a considerare l’entità modesta delle cassette di pesce.
La pronuncia della Corte sottolinea come, anche nel caso di corruzioni di piccola entità, debba essere accertato il nesso causale tra l’utilità ricevuta e l’atto illecito compiuto dal pubblico agente: l’assenza di proporzione non esclude il reato, mentre la prova della correlazione sufficiente tra dazione e atto contrario ai doveri d’ufficio integra la fattispecie corruttiva.
In conclusione, la Corte di cassazione ha annullato la sentenza della Corte di appello con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della stessa Corte, invitando i giudici a uniformarsi ai principi enunciati. La decisione ribadisce che, nell’ipotesi di corruzione propria susseguente, la rilevanza penale non può essere esclusa in base alla presunta modestia del compenso, e che è indispensabile verificare il collegamento causale tra la prestazione del privato e l’atto illecito del pubblico ufficiale.
La novità giurisprudenziale - Questo orientamento chiarisce, dunque, un punto cruciale nella giurisprudenza sui delitti contro la pubblica amministrazione: anche piccoli benefici possono integrare una condotta penalmente rilevante, se correlati a comportamenti contrari ai doveri d’ufficio, rafforzando l’obbligo per i giudici di accertare il nesso tra utilità e atto illecito e non limitarsi a valutare la misura economica del vantaggio. Inoltre, la pronuncia evidenzia l’importanza di una valutazione complessiva e contestuale di tutti gli elementi di prova, confermando che la funzione deterrente della normativa anticorruzione non può essere aggirata con il richiamo a regalie di modesto valore, anche se apparentemente simboliche.











