di Enrico Carloni
Corriere della Sera, 25 maggio 2026
L’Europa emana una direttiva da recepire entro due anni che tutela onesti e “categorie deboli”. Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, la prima direttiva europea sulla lotta alla corruzione diventa diritto vigente, vincolante per gli Stati membri chiamati al suo recepimento. L’Italia ha dunque due anni per recepirla, tre per adottare la strategia nazionale anticorruzione prevista dalla direttiva. È un’occasione preziosa: non per riaprire vecchie guerre, ma per fare finalmente sul serio. Il punto di partenza non è la direttiva in sé, ma lo stato in cui versa il sistema italiano dell’anticorruzione.
È un sistema che, a quattordici anni dalla legge 190 del 2012, mostra stanchezza strutturale: i piani triennali di prevenzione della corruzione sono troppo spesso diventati un adempimento rituale e hanno perso autonomia; la figura del responsabile anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni è spesso rimasta isolata, o sovraccarica; l’Autorità anticorruzione (Anac) ha accumulato funzioni eterogenee senza disporre di strumenti di enforcement davvero incisivi, il lobbying continua ad essere privo di una regolazione organica mentre la disciplina dei conflitti di interesse resta frammentaria e insoddisfacente.
Occorre un bilancio laico, senza nostalgie e senza autoassoluzioni: cosa ha funzionato, cosa va ripensato, cosa va rafforzato. Su questo sfondo si inserisce l’impatto della legge Nordio del 2024 - la legge 114 - che ha abrogato il reato di abuso d’ufficio e ridotto drasticamente l’area applicativa del traffico di influenze illecite. Chi l’ha sostenuta ha ritenuto che fosse giusto liberare i funzionari pubblici da un eccesso di responsabilizzazione che ne bloccava l’azione, e garantire al tempo stesso una maggiore autonomia dal controllo giudiziario sulle scelte amministrative. Il problema è che la riforma non ha compensato in alcun modo questo arretramento: non ha rafforzato i presidi preventivi, non ha ridisegnato le situazioni di conflitto di interesse, non ha risposto ai vuoti di tutela che essa stessa apriva. Il risultato è che oggi ci troviamo in quello spazio di transizione in cui nascono i mostri: meno repressione penale, non più prevenzione amministrativa, di fatto diffusi vuoti di tutela. La direttiva europea obbliga ora a fare i conti con questa situazione, e lo fa con un testo che appare a volte “minimale” ma comunque esigente.
Il cuore del discorso ruota intorno a un principio, quello di integrazione. L’anticorruzione efficace non è né solo penale né solo amministrativa: è un sistema in cui prevenzione e repressione si sorreggono a vicenda alla ricerca di un contrasto alla cattiva amministrazione, che sia effettivo ma anche proporzionato. È la logica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, del 2003, cui si ispira la direttiva: la corruzione si combatte riducendo le opportunità (prevenzione), rendendo il crimine costoso (sanzione), e costruendo una cultura dell’integrità (formazione, trasparenza, partecipazione, coinvolgimento della società civile). Quando si indebolisce un pilastro, gli altri devono essere proporzionalmente rafforzati. Sin qui non lo sono stati. Sul reato di abuso d’ufficio occorre avere il coraggio di ragionare senza steccati ideologici. Non si tratta di ripristinare la vecchia fattispecie, con i difetti che l’avevano caratterizzata specie se osservata dal lato della “fatica dell’amministrare” dei funzionari. Si tratta di qualcosa di diverso: costruire un presidio penale preciso, circoscritto, effettivo, a tutela di valori costituzionali fondamentali. Il funzionario che favorisce un amico in un concorso pubblico. Il dirigente che esercita un potere discrezionale per perseguire un interesse privato. Il responsabile che nega un atto dovuto per danneggiare deliberatamente un cittadino. Sono condotte, ora non sanzionate, che lo Stato di diritto non può lasciare senza risposta.
La direttiva, nell’articolo 7, frutto di un difficile compromesso che ha richiesto il consenso italiano, indica la strada: non un reato con portata generale (o generica), ma fattispecie precise di “violazioni gravi della legge” nell’esercizio delle funzioni pubbliche.
Ma la sfida più ambiziosa che la direttiva pone all’Italia non riguarda il diritto penale: riguarda la strategia. La direttiva impone agli Stati membri di adottare e aggiornare regolarmente una strategia nazionale anticorruzione, coinvolgendo la società civile, effettuando valutazioni dei rischi, garantendo sistemi efficaci contro i conflitti di interesse. È una scelta di policy di lungo respiro, con ampio coinvolgimento istituzionale, che richiede un protagonismo della politica che sin qui è mancato. L’anticorruzione in Italia è stata forse troppo a lungo delegata ad ANAC: un’autorità indipendente, preziosa e tanto più importante proprio nel quadro dei meccanismi della direttiva, ma che non può sostituire la scelta politica di mettere l’integrità pubblica al centro dell’agenda di governo. La strategia nazionale non è, non deve essere, un nuovo adempimento formale: è la proiezione di un rinnovato patto tra istituzioni e cittadini sulla qualità della vita pubblica.
C’è una ragione profonda per cui questo discorso è urgente, e non si chiama procedura di infrazione: si chiama fiducia. I dati più recenti del Corruption Perception Index di Transparency International mostrano un arretramento della percezione dell’Italia, in un contesto europeo in cui la corruzione è ancora vissuta come un problema grave dalla grande maggioranza dei cittadini. Un tassello che si inserisce in un quadro di costante peggioramento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni italiane.
La corruzione, d’altra parte, non è solo una questione giudiziaria o amministrativa: è un danno ai diritti di chi subisce la prevaricazione, una distorsione della concorrenza che punisce le imprese oneste, un drenaggio di risorse pubbliche che impoverisce i servizi ai cittadini, una corrosione lenta della democrazia. Ad essere danneggiate dalla corruzione sono costantemente le categorie più deboli, e la corruzione è quindi nemica della democrazia e dell’uguaglianza tra le persone. Prenderla sul serio significa affrontarla davvero come problema di tutti, non come materia tecnica da lasciare agli specialisti e alla stessa burocrazia che ne è a volte affetta. La direttiva pubblicata oggi è, nei suoi limiti, un punto di partenza. L’Italia può usarla come pretesto per fare il minimo indispensabile (ma anche in questo caso dovrà fare modifiche sostanziali alla legislazione in materia), oppure come occasione per costruire finalmente un sistema anticorruzione all’altezza. La differenza non sta nelle norme di recepimento: sta nella volontà istituzionale di considerare l’integrità pubblica una priorità politica, non un mero adempimento amministrativo.










