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di Kaspar Hauser

Il Manifesto, 16 gennaio 2025

Forza Italia bloccata per il veto ai suo candidati parlamentati. Tajani prova a tenere i nomi coperti per impedire la controffensiva delle correnti forziste. Con solo undici componenti, è a rischio la camera di consiglio del 20 sui referendum. Il Parlamento in seduta comune (per eleggere quattro giudici costituzionali) si riunirà giovedì 23 gennaio dopo il nulla di fatto di martedì scorso. Fallisce dunque il tentativo di eleggere i giudici in tempo per consentire loro di prendere parte alla camera di consiglio della Corte del 20 gennaio, nella quale si deciderà sull’ammissibilità dei referendum sull’autonomia differenziata, sul jobs act e sulla legge sulla cittadinanza. Un fallimento non del Parlamento - rimasto esautorato dalle trattative per la scelta dei quattro giudici - bensì del centrodestra, e in particolare di Fi.

Martedì scorso la seduta del Parlamento si era conclusa con una nuova fumata nera. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, aveva convocato per ieri mattina alle 9 la conferenza dei capigruppo per comunicare la prossima seduta. Martedì si era parlato del fine settimana, per consentire ai quattro neo eletti di partecipare alla camera di consiglio del 20. Fontana ieri mattina ha tuttavia comunicato che la seduta si terrà solo il 23. Quindi lunedì la Corte costituzionale si riunirà a ranghi ridotti, anzi ridottissimi: i giudici saranno 11, il minimo legale. Se uno di loro sarà colpito da influenza la Corte dovrà soprassedere, nonostante il 20 sia l’ultimo giorno utile per la delibera.

Uno scenario statisticamente possibile, visto che stiamo attraversando il picco di influenza. Perché dunque il rinvio al 23? Le ragioni sono sostanzialmente due. Innanzi tutto la difficoltà a trovare un’intesa da portare in Aula blindata, senza rischi di impallinamento; in secondo luogo l’inopportunità di mandare i quattro neo eletti in camera di consiglio il 20 gennaio con alle spalle solo poche ore per studiare e riflettere sulle questioni in ballo. Ma vediamo il primo aspetto.

Come questo giornale ha riferito ieri, l’impasse è stata creata da Fi, che alla riunione di martedì mattina con i leader dei due poli ha detto di aver scelto la personalità da proporre, ma di volerne tenere “coperto” il nome. Ebbene questa estrema “riservatezza” va raccontata. Gli aspiranti giudici per Fi erano due senatori, il viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto, pugliese, e Pierantonio Zanettin, veneto, ognuno con un curriculum con adeguate medaglie di fedeltà a Silvio Berlusconi. Tuttavia la scelta di uno dei due, avrebbe scontentato la corrente a cui appartiene l’altro; altrettanto dicasi se la scelta di Antonio Tajani fosse caduta su un terzo nome, estraneo alla politica (era stato ipotizzato il giurista Andrea Di Porto, che era stato avvocato di Berlusconi).

Il nome del prescelto doveva dunque rimanere “coperto” fino al momento di entrare in Aula, quando sarebbe stato consegnato ai parlamentari il foglietto con i quattro nomi. In questo modo la corrente o le correnti scontente non avrebbero fatto in tempo a organizzare una fronda contro la decisione di Tajani. E ad aggravare le ambasce del ministro degli Esteri ci ha pensato anche la premier Meloni, la quale ha arricciato il naso su tutti e tre i nomi, non ultimo quello più gradito alla Famiglia.