di Albertina Sanchioni
Il Manifesto, 10 ottobre 2025
La pronuncia dei giudici di Strasburgo sul caso di una coppia italiana. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso ieri una sentenza destinata a riaprire il dibattito sulle coppie omogenitoriali. Secondo i giudici di Strasburgo, l’Italia non ha violato i diritti di un minore, nato nel 2018 nel bellunese, quando ha imposto di cancellare dal suo certificato di nascita la seconda madre, mantenendo solo quello della madre biologica. Le due donne si erano opposte alla decisione, avviando un lungo percorso giudiziario: prima il tribunale, poi la Corte d’appello e infine la Cassazione, che nel 2023 aveva respinto il ricorso. A quel punto, la madre biologica aveva deciso di rivolgersi a Strasburgo.
Per i giudici europei, la cancellazione della “madre intenzionale” - cioè la donna che condivide con la madre biologica il progetto genitoriale - non ha interrotto la vita familiare del bambino, che continua a vivere con entrambe. Non vi sarebbe stata quindi alcuna violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (Cedu): il diritto alla vita familiare del minore. Nella pronuncia, i giudici ricordano che gli stati non sono obbligati a inserire automaticamente i genitori d’intenzione nei certificati di nascita, purché offrano altre vie per riconoscere il rapporto familiare: nel caso italiano, ci si riferisce all’adozione.
L’avvocato Alexander Schuster, che da anni tutela le famiglie omogenitoriali, sentito dal manifesto, ha dichiarato che questa pronuncia “è più argomentata rispetto a un’altra molto lapidaria del 2023, ma resta negativa perché considera l’adozione un rimedio sufficiente”. Il legale sottolinea il vuoto di tutela che l’adozione comporta: “Nel nostro ordinamento l’effetto si produce solo con la sentenza, non retroattivamente. Per anni il bambino resta privo di un genitore legalmente riconosciuto, con conseguenze concrete a partire dall’assistenza sanitaria in caso di disabilità”.
Schuster sottolinea che il ricorso avrebbe potuto essere più incisivo se avesse fatto leva sull’articolo 14 della stessa Cedu sul divieto di discriminazione: “Non si è messo a confronto il figlio nato da due madri con quello nato da una coppia eterosessuale, dove pure vi è donazione di seme. Bisogna garantire equità in termini di tutela”. Un aspetto positivo, però, c’è stato: per la prima volta una sentenza su questo tema non è stata approvata all’unanimità. “Anche sul piano delle argomentazioni - osserva Schuster - Strasburgo è stata più elaborata e sensibile. Sono piccoli passi in avanti”.
Sul fronte opposto, Pro Vita e Famiglia, da sempre contraria al riconoscimento di pari diritti per le famiglie omogenitoriali, esulta: “La Corte ha arginato la pericolosa deriva giudiziaria su un presunto “diritto al figlio” a ogni costo”. In assenza di una legge, la tutela dei figli delle coppie di donne continua a dipendere dai tempi dei tribunali e dalle scelte dei giudici. Strasburgo non chiude il dibattito: lo rimette all’Italia, lasciandole la responsabilità di colmare o di ignorare quel vuoto.











