di Paolo Brera
La Repubblica, 29 aprile 2024
La domanda potrebbe essere formalizzata la prossima settimana. L’accusa è di crimini umanitari condotti sia a Gaza che in Cisgiordania. C’è un nuovo grosso guaio sulle spalle del governo israeliano. Mentre naviga a vista tra la pressione internazionale per le vittime civili della guerra scatenata dopo il 7 ottobre e le proteste interne sul fallimento degli obiettivi dichiarati - cioè liberare gli ostaggi e sconfiggere definitivamente Hamas - deve affrontare l’imminente decisione della Corte penale internazionale che, secondo indiscrezioni, nel corso della prossima settimana sarebbe pronta a chiedere l’arresto del premier Benjamin Netanyahu, del ministro della Difesa Yoav Gallant e del capo di Stato maggiore delle forze armate Herzi Halevi. L’accusa nei loro confronti è infamante: a tutti e tre vengono contestati crimini contro l’umanità commessi ai danni dei palestinesi.
Secondo il sito israeliano di informazione Walla, Netanyahu sarebbe impegnato in prima persona in un “pressing telefonico senza sosta” per evitare l’intervento della Corte dell’Aja. E anche gli Stati Uniti avrebbero mosso la propria diplomazia per convincere i giudici a non compiere un passo così clamoroso. Il precedente più recente, in questo senso, è il mandato internazionale d’arresto spiccato contro Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina.
Non è un guaio con immediate conseguenze giudiziarie, perché Israele non riconosce la Corte penale internazionale, ma un immenso problema politico di immagine e credibilità. Non si tratta della risposta all’accusa di genocidio formulata presso la Corte internazionale di giustizia (Cig) dal Sudafrica, ma dell’evoluzione di un’indagine che la Corte penale internazionale (Cpi) porta avanti dal 2014, e che si è allargata alla catastrofe scatenata dopo il 7 ottobre. A spiegarlo era stato lo stesso procuratore capo della Cpi, Karim Khan, confermando nei mesi scorsi che era in corso un’indagine su possibili crimini di guerra in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. L’indagine, diceva Khan, era iniziata nel marzo di tre anni fa, ma risale fino alla denuncia di crimini avvenuti il 13 giugno 2014, e “si estende all’escalation delle ostilità e della violenza dopo gli attacchi avvenuti il 7 ottobre”.
Dal punto di vista giuridico la vicenda è complessa perché Israele non ha firmato lo Statuto di Roma che istituiva la Corte, ma l’Autorità palestinese lo ha fatto nel 2015 e la Corte ha quindi pieno titolo per giudicare sul sospetto di crimini avvenuti nei territori palestinesi. La notizia secondo cui i mandati di arresto sarebbero imminenti ha scosso il governo di Israele.
Netanyahu ha twittato nei giorni scorsi un messaggio in cui avverte che “sotto la mia guida, Israele non accetterà mai alcun tentativo da parte della Corte penale internazionale di minare il suo diritto intrinseco all’autodifesa”, sostenendo che “la minaccia di arrestare soldati e funzionari dell’unica democrazia del Medio Oriente e dell’unico Stato ebraico al mondo è oltraggiosa. Non ci piegheremo”. “Israele - ha aggiunto - continuerà a condurre fino alla vittoria la nostra giusta guerra contro i terroristi genocidi e non smetteremo mai di difenderci. Ma anche se la Corte penale internazionale non influenzerà le azioni di Israele, creerebbe un pericoloso precedente che minaccia i soldati e i funzionari di tutte le democrazie che combattono il terrorismo selvaggio e l’aggressione sfrenata”.
Dal punto di vista politico è una grossa tegola nel momento più delicato della trattativa con Hamas, che il governo israeliano conduce usando la minaccia di stanare la leadership dei miliziani direttamente nella loro ultima roccaforte a Rafah. Persino gli alleati più stretti, come gli Stati Uniti e il resto del G7, attaccare sarebbe un errore insostenibile, senza aver prima trovato una soluzione - di fatto impossibile - per tutelare i civili dall’inevitabile ulteriore catastrofe umanitaria che provocherebbe. Ma la minaccia serve a Netanyahu per costringere Hamas ad accettare l’accordo senza alzare continuamente la contropartita.
Anche per questo l’eventuale decisione della Corte di chiedere l’arresto del premier e dei vertici politici e militari delle forze armate con un’accusa così infamante come quella avanzata contro Putin è un’enorme problema che sta spingendo il governo a reagire con veemenza. Il tentativo è di bloccarla politicamente, come è stato fatto nei giorni scorsi per le sanzioni americane contro un battaglione dell’Idf accusato proprio di crimini di guerra.
Secondo una fonte diplomatica israeliana citata dal Jerusalem Post, la Cpi non potrebbe agire contro Netanyahu e i vertici dell’Idf “senza il sostegno palese o tattico degli Stati Uniti. Dov’è Biden? Perché resta in silenzio mentre Israele potrebbe essere gettato nel fango?”. A intervenire è stato invece il presidente della Camera, Mike Johnson, che in un tweet chiede alla Cpi di “rinunciare immediatamente” perché “Israele ha il diritto di difendersi dalle organizzazioni terroristiche che cercano di distruggerlo. Nota per la Cpi: i veri criminali sono Hamas e l’Iran”.
Anche gli Stati Uniti, come Israele, non hanno ratificato lo statuto della Cpi per non cedere la propria sovranità giuridica a un ente superiore internazionale. Ma i lavori in corso per tentare di smontare in anticipo l’inchiesta delegittimando la Corte sono in piena attività: il Wall Street Journal ha invitato in un editoriale gli Usa e la Gran Bretagna a intervenire visto che entrambi i Paesi hanno “sostenuto la candidatura di Khan”, pressando il procuratore capo per fare marcia indietro e procrastinare la decisione: “È necessario scongiurare procedimenti giudiziari contro un alleato democratico”.
Netanyahu resta convinto che le pressioni fino a oggi non siano bastate, e teme come imminente un ordine di arresto che obbligherebbe tutti i 120 Paesi firmatari a eseguire gli ordini di arresto qualora i destinatari si recassero nella loro giurisdizione. Tutto questo senza considerare l’impatto etico su alleati e sostenitori di Israele di una decisione che, come successo per Putin con l’Ucraina, sancirebbe ufficialmente l’esistenza di prove sufficienti per arrestare come sospetti criminali i decisori e gli esecutori di una strategia di guerra ad Hamas che secondo fonti palestinesi ha già causato più di 34.000 morti, tra cui un’infinità di donne, minori e bimbi.











