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di Vitalba Azzollini*

Il Dubbio, 18 luglio 2026

La Cpi è oggi in difficoltà su più fronti. È colpita dagli Usa di Trump, che hanno adottato sanzioni contro suoi giudici e procuratori. Non è adeguatamente difesa dall’Ue. È indebolita dagli Stati che non ne eseguono gli ordini, Italia compresa. Il 17 luglio di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della giustizia penale internazionale, istituita nel 2010 dall’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma per ricordare l’adozione, nel 1998, del trattato che ha creato la Corte penale internazionale. La Corte, con sede all’Aia, è competente a giudicare genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

In occasione dell’anniversario, Eumans - movimento paneuropeo fondato da Marco Cappato per promuovere democrazia partecipativa e diritti - ha organizzato una manifestazione di sostegno alla Cpi. La Corte è oggi in difficoltà su più fronti. È colpita dagli Stati Uniti di Donald Trump, che hanno adottato sanzioni contro suoi giudici e procuratori. Non è adeguatamente difesa dall’Unione europea, che ha condannato le sanzioni statunitensi, ma non usa gli strumenti giuridici disponibili per neutralizzarne gli effetti.

È indebolita dagli Stati che, pur avendo aderito allo Statuto, non eseguono gli ordini dei giudici. Le sanzioni statunitensi rappresentano un vero e proprio attacco alla Corte. Nel febbraio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo contro la Cpi, accusata di iniziative “illegittime” contro gli Usa e Israele, e conseguentemente il dipartimento del Tesoro ha imposto sanzioni contro alcuni dei suoi componenti. Le sanzioni consistono soprattutto nel congelamento dei loro beni e nel divieto, per cittadini, imprese e istituzioni americane, di mettere fondi, servizi o risorse economiche a loro disposizione. In pratica, chi è sanzionato può perdere l’accesso a conti, pagamenti, carte di credito e altri servizi finanziari.

Il problema è che anche banche, società di pagamento e altri operatori con sede in Europa o altrove, se hanno interessi negli Stati Uniti, usano circuiti finanziari in dollari o lavorano con soggetti americani, possono essere indotti a interrompere i rapporti con le persone sanzionate per timore di ritorsioni di Washington. Corte penale internazionale sotto assedio: Israele e il tycoon demoliscono l’Aja Le inerzie europee Un secondo profilo critico riguarda l’inerzia dell’Ue. L’Unione sostiene la Cpi, ma finora di fatto non l’ha adeguatamente difesa dalle sanzioni di Trump attraverso lo strumento indicato in questi casi: il regolamento di blocco, adottato nel 1996 per neutralizzare nell’ordinamento europeo gli effetti di alcune sanzioni straniere. Per applicarlo alle sanzioni Usa, la Commissione europea dovrebbe aggiornare l’Allegato del regolamento, inserendovi l’ordine esecutivo di Trump e i provvedimenti attuativi.

A quel punto scatterebbe il divieto per banche e società finanziarie con sede in Ue di adeguarsi alle sanzioni americane. Questi soggetti non potrebbero quindi interrompere i rapporti con i funzionari della Corte colpiti da Washington, salvo autorizzazione della Commissione. Se l’Unione accetta che sanzioni prive di giustificazione giuridica contro giudici e procuratori della Corte ne condizionino il funzionamento, ammette nei fatti che la giustizia internazionale vale solo “fino a un certo punto”. Il terzo fattore di indebolimento della Corte arriva dall’interno del sistema. La Cpi non dispone di una propria polizia: per arrestare gli indagati dipende dagli Stati, quindi la cooperazione è la condizione della sua esistenza. Nel 2024 la Mongolia non ha arrestato Vladimir Putin durante una visita nel paese, nonostante il mandato della Corte per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini.

Nel 2025 l’Italia ha liberato e rimpatriato su un volo di Stato il comandante libico Almasri, condotta che la Cpi ha ritenuto contraria all’obbligo di cooperare all’esecuzione del mandato emesso per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il caso Almasri è infinito: perché l’Italia rischia la condanna della Cedu Sempre nel 2025, l’Ungheria non ha arrestato Benjamin Netanyahu durante la visita a Budapest, evitando di dare seguito al mandato della Corte per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella striscia di Gaza.

In tutti e tre i casi, la Cpi ha deferito la questione all’Assemblea degli Stati parte. Insomma, alcuni Stati parte non gradiscono gli ordini della Corte quando interferiscono con i loro interessi. Ma una giustizia internazionale selettiva non è giustizia: i crimini più gravi devono essere giudicati anche quando riguardano governi o leader alleati. Difendere la Corte significa difendere anche la democrazia, che vive di limiti al potere. Altrimenti, il rischio è che il superamento di quei limiti smetta di essere un’eccezione e diventi un metodo. 

*Giurista