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di Elisabetta Galeazzi*


Il Dubbio, 30 giugno 2021

 

Ma ora anche gli Stati facciano la loro parte sui crimini contro l'umanità. Un imponente edificio a metà strada tra il centro dell'Aia ed il mare. All'interno delle sue severe architetture ha trovato sede per decenni il Tribunale Penale Internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia. Istituito con risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, ha operato dal 1993 al 2017 celebrando processi per i crimini internazionali commessi nel corso dei conflitti balcanici che videro disgregare quella che fu la federazione jugoslava. Unitamente al Tribunale "gemello" che giudicò i crimini commessi in Ruanda, la loro creazione nell'ambito del sistema delle Nazioni Unite ha rappresentato il primo archetipo postbellico - successivo ai processi di Tokyo e Norimberga - per una giustizia penale internazionale.

Scaduto il suo mandato istituzionale, residua oggi il cd. Meccanismo (International Residual Mechanism for Criminal Tribunals), organo temporaneo a cui è affidato il compito di completare i giudizi ancora in corso. In questo scenario, reso plastico dall'ordinata efficienza olandese e, se possibile, ancor più avulso dall'attuale contesto storico - a cagione dell'eccessivo tempo trascorso e dell'attuale monopolio mediatico della pandemia - il Meccanismo ha pronunciato nei giorni scorsi la sentenza d'appello che ha definitivamente condannato all'ergastolo Ratko Mladic, uno dei più importanti e tristemente noti protagonisti di quelle guerre lontane. Confermando la sentenza di primo grado del 2017, i giudici d'appello (con alcune dissenting opinions) hanno ritenuto il "macellaio di Bosnia" colpevole di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.

Mladic è oggi un anziano quasi ottuagenario, almeno somaticamente assai distante dal generale e capo di stato maggiore delle forze armate della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, resosi responsabile durante la guerra Bosniaca dell'assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica. Di quei tragici fatti, consegnati alla Storia, è augurabile si conservi anche memoria comune, giacché molti ancora sono i conflitti nel mondo ove continuano barbarie non dissimili dai crimini per cui Mladic dovrà scontare la sua pena, per il tempo di vita che gli rimane.

Dopo quasi tre decadi, tutti i principali responsabili dei crimini commessi nell'ex Jugoslavia sono stati individuati, seppur con destini giudiziari diversi. Con la morte improvvisa di Slobodan Miloševic nel carcere di Scheveningen, il primo grande processo si è concluso anzitempo nel 2006. Željko Ražnatovic, più noto come Arkan, per anni è sfuggito al mandato d'arresto internazionale per genocidio e crimini di guerra, per poi essere ucciso nel 2000, giustiziato da ignoti in un hotel di Belgrado. Anche Radovan Karadžic ha goduto di una lunga latitanza, interrotta con la sua cattura solo nel 2008. Portato a processo, non ne ha mai riconosciuto la legittimità. Oggi sconta un ergastolo nelle carceri britanniche. Lo stesso Mladic, latitante fino al 2011, ha potuto contare su contiguità ed appoggi politici, ad intralcio delle attività del Tribunale, come descrisse l'ex Procuratrice Carla Del Ponte, nel famoso libro "La caccia: io e i criminali di guerra". In ogni caso, la sentenza Mladic non esaurisce il compito del Meccanismo: oltre ai vertici di comando in gran parte processati restano tuttora "at large" molti coautori e dunque l'attività investigativa e d'indagine per ora prosegue.

Tuttavia, nonostante le lentezze processuali, l'esperienza dei Tribunali ad hoc è generalmente considerata positiva, ancor più se confrontata con le criticità (e le critiche) che al contrario investono la Corte Penale Internazionale. Organo giurisdizionale universale e permanente, indipendente dal sistema Onu ed istituzione internazionale fondata sullo Statuto di Roma, dopo nemmeno due decenni dalla sua creazione la Cpi trova molti ostacoli e detrattori, non solo in ambito politico ma anche tra gli studiosi. Senza addentrarsi nelle complesse ragioni che ostacolano un suo più efficiente funzionamento, vi è certo un consolidato fronte d'opinione secondo cui la giustizia penale internazionale trova più compiuta risposta in Corti speciali o con mandati limitati, più simili appunto ai Tribunali Onu.

Esempio fra tutti, il Tribunale speciale per i crimini in Libano, correlati all'assassinio nel 2005 del premier al-? ariri. Fortemente voluto dal suo primo presidente Antonio Cassese, l'Stl non ha retto l'impatto con i mutamenti dell'assetto geopolitico mondiale. Sicché, la notizia degli ultimi giorni è che ne è stata decretata la chiusura definitiva per mancanza di fondi, senza che dal 2007 ad oggi si siano ottenuti risultati processuali di rilievo. Un segnale di riassestamento del contesto globale in cui queste istituzioni internazionali sono chiamate a rendere giustizia.

Di talché, al di là di velleità locali con ovvia matrice politica, la Corte Penale Internazionale resta l'unico riferimento, ancor più efficace se gli Stati parte della Convenzione daranno piena attuazione al principio di complementarietà, processando i crimini internazionali nelle Corti domestiche, secondo le norme dello Statuto di Roma. Ne è consapevole il neo eletto Procuratore della Corte Karim Khan, avvocato londinese, grazie alla pregressa esperienza maturata sia nei Tribunali ad hoc sia dinnanzi alla stessa Cpi.

Una linea di continuità che induce grandi aspettative, per il prossimo mandato di nove anni durante il quale Khan dovrà confrontarsi con indagini epocali, che non potranno più evitare ipotesi di crimini come il genocidio. Basti pensare a quanto perpetrato in Myanmar ai danni dei Rohingya o all'eterno conflitto israelo- palestinese, situazioni entrambe di competenza della Cpi. Dopo la condanna di Mladic per genocidio, si rafforza dunque quel filone giurisprudenziale a cui anche la Cpi potrà attingere, quando si troverà a fare i conti con la Storia e con le migliaia di vittime che, come partecipanti ai processi, chiederanno di avere giustizia.

 

*Avvocata in Bologna, difensore alla Cpi