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di Anna Bogoni

Elle, 3 aprile 2025

Sovraffollamento, interazioni con il mondo esterno, programmi reali per innescare un ritorno alla vita fuori. La direttrice Rosalia Marino ci racconta la sua missione e gli obiettivi chiari. I numeri parlano: nei 190 istituti penitenziari italiani i detenuti sono 61.916 contro 51.300 posti (dati Ministero Giustizia al 31 gennaio 2025). Il sovraffollamento è un problema reale e gli incendi di protesta delle scorse settimane al Beccaria, l’istituto penale per minorenni di Milano, raccontano chiara la situazione. Rosalia Marino, da giugno 2023 direttrice della casa di reclusione di Vigevano (con una sezione ad alta sicurezza femminile), spiega cosa sta succedendo e come si potrebbe intervenire.

Qual è la prima criticità del sistema penitenziario in Italia?

Da molti anni si discute di sovraffollamento, di recidiva, di carenza di operatori, dei troppi detenuti stranieri spesso portatori di patologie psichiatriche o comportamentali.

Aumenta la popolazione carceraria perché ci sono leggi più severe o perché si commettono più reati?

No, è una situazione ciclica. Oggi però è diventata insostenibile anche per la presenza di oltre il 70 per cento di detenuti stranieri che si porta dietro tutta una serie di problematiche, dalla mancanza di mediatori culturali, agli esperti in psichiatria. Ci sono poi detenuti che rientrano in carcere per revoche di benefici, quindi la popolazione detenuta aumenta.

Cosa fa l’istituzione per recuperare i detenuti?

Ci sono stati tanti anni di abbandono. A partire dalle strutture penitenziarie che hanno bisogno di interventi di manutenzione straordinaria, al punto che alcuni istituti dovrebbero essere chiusi. Pensi che i concorsi per direttori sono ripresi 2-3 anni fa, dal ‘97. E così quelli per gli educatori; c’è una grande carenza di esperti, psicologi, criminologi, mediatori, non si è investito neanche sulla polizia penitenziaria. Oggi si è creato un imbuto, una situazione particolarmente critica.

I finanziamenti per costruire nuove carceri saranno risolutivi?

Per fortuna si sono aperti cantieri; si sono stanziati 250 milioni di euro proprio per ristrutturare alcune carceri, come a Vigevano. E poi sono stati fatti e si faranno concorsi per la polizia penitenziaria.

E sui progetti per i detenuti?

Quelli sono in capo a ogni istituto, è una questione di spazi per portare avanti le attività, e poi dipende dalle direzioni. A Vigevano ho un po’ rivoluzionato l’istituto con il progetto In carcere non si finisce si ricomincia, credo davvero nel cambiamento e molti detenuti lavorano all’esterno e all’interno della struttura.

Il lavoro è una chiave di svolta?

Sì, certo bisogna crederci nella rieducazione e nel reinserimento sociale e creare una rete. Il carcere si deve aprire all’esterno, deve diventare una risorsa e non essere considerato solo un problema. Va fatto un investimento soprattutto culturale. Il carcere deve essere un’estrema ratio, come è previsto nel codice penale, riservato a pochi, ai reati più gravi, perché la pena possa essere rieducativa.

Le donne in carcere?

Sono solo il 4 % della popolazione detenuta, distribuite in 52 sezioni in Italia; le carceri di sole donne sono solo 4. Il problema della detenzione femminile è legato ai reati, per lo più contro il patrimonio, o di droga, o contro la persona, che creano una situazione di emarginazione. Rispetto ai detenuti di sesso maschile ho notato una grande differenza: gli uomini continuano ad avere delle compagne che li sostengono e li aiutano anche soltanto a portargli il pacco, o i figli. Le donne nella maggior parte dei casi sono abbandonate, per cui sono poche ma molto impegnative. A Vigevano organizziamo numerosi corsi dedicati, dalla musica al teatro, dal trucco alla cucina. Bisogna crederci, me lo ripeto sempre.