di Anita Fallani
Il Domani, 15 giugno 2025
Le lettere dal carcere di Torino di un gruppo di ristrette con cui chiedono lumi sulle nuove norme. Ora chi risponde alle loro richieste rischia l’istigazione alla disobbedienza delle leggi: “Pene aumentate”. “Attendiamo risposte riguardo il nuovo Decreto Sicurezza, dateci delle delucidazioni perché noi qua ne sappiamo ben poco” dice una detenuta della casa circondariale di Torino Lorusso Cotugno, conosciuta come ‘Le Vallette’, in una lettera indirizzata al comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso che da qualche anno intrattiene rapporti epistolari con le persone incarcerate nella sezione femminile del penitenziario torinese.
Proprio a causa dell’approvazione del decreto sicurezza, rispondere tramite lettera scritta alla richiesta di maggiori informazioni da parte di una detenuta mette i destinatari della lettera in seria difficoltà. Il decreto tramutato ormai in legge, infatti, ripristina e rinnova il reato di istigazione alla disobbedienza delle leggi, un reato che per come è scritto potrebbe configurarsi anche qualora una persona tenti di dare dei consigli alla popolazione detenuta sui comportamenti da tenere per non incorrere in nuove denunce. Le destinatarie della lettera sono il collettivo Mamme in piazza per la libertà di dissenso, un collettivo che si è costituito nel 2020 quando “i nostri figli hanno subito episodi di repressione a Torino e abbiamo sentito la necessità di incontrarci e trasformare la nostra rabbia in azione, in denuncia sociale” ha detto a Domani Nicoletta Salvi, una delle militanti del collettivo.
Reato di scrittura - Nel corso degli anni, dimostrare solidarietà alla vittime della repressione torinese ha significato per il collettivo interfacciarsi con la sezione femminile del carcere torinese dato che “nei primi anni della nostra attività, militanti NoTav come Nicoletta Dosio e Dana Lauriolo sono state rinchiuse alla Vallette. Abbiamo fatto presidi con cadenza settimanale davanti al penitenziario per raccontare la loro storia e gli episodi repressivi della città. Leggevamo le lettere che ci mandavano dalle celle. Poi, la cosa si è allargata, abbiamo conosciuto anche le concelline. Non abbiamo più smesso di scriverci con le detenute” ha spiegato Salvi di Mamme in piazza per la libertà di dissenso. Tra le lettere recapitate a Maggio, ci sono dei passaggi di vita quotidiana e di ordinaria repressione. Una detenuta scrive: “l’ispettore dice che fa la cose di legge ma non è vero è una dittatrice. Le assistenti nuove di notte ci puntano la pila negli occhi fino a quando non ci svegliamo o addirittura ci chiamano per svegliarci. La vita qua è invivibile, ogni cosa che ci dicono è una minaccia. Siamo rimaste una decina di detenute che lottiamo, le altre hanno paura o sono infami”.
Un’altra scrive “ho dovuto fare uno sciopero della fame per lavorare, di 9 giorni e mezzo e ho perso 5 chili e 200 grammi. Ero arrivata a 54 di glicemia. Mi volevano mettere sotto le telecamere in cella liscia”. La cella liscia è una prassi formalmente vietata dal regolamento penitenziario e da enti sovranazionali ma consolidata in alcuni istituti di pena tra cui il Lorusso Cotugno di Torino. Si tratta di unacella priva di qualsiasi arredo che viene utilizzata come forma di contenimento ambientale per persone con problematiche psichiatriche.
Per la polizia penitenziaria la cella liscia sembra essere la risposta più adeguata per trattare tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, proteste non violente anche se per chi opera da tempo delle carceri la cella liscia è lo strumento giusto per peggiorare una situazione già fortemente compromessa dato che là dentro “ci sei solo tu, un letto imbullonato al pavimento e il tuo tempo eterno. Non hai il controllo di niente una volta rinchiuso lì, neanche dell’accensione o spegnimento delle luci” ha spiegato Susanna Ronconi, referente della campagna Madri fuori un’iniziativa attiva da diversi anni che si propone di difendere i diritti delle detenute e dei loro figli.
Istigazione a disobbedire - Anche il collettivo delle Mamme ha aderito alla campagna Madri fuori e lo scorso 11 maggio in occasione della festa della mamma, il collettivo è riuscito a far recapitare alle detenute alcuni depliant esplicativi del Decreto sicurezza grazie all’ingresso nella struttura di alcune consigliere regionali, le uniche figure istituzionali che assieme ai deputati non hanno bisogno di permessi per accedere alle carceri. I depliant sono stati distribuiti prima dall’approvazione definitiva del decreto in Senato. Oggi diffondere volantini interpretativi in carcere o nei Cpr sui contenuti della legge e provare, ad esempio, a spiegare cosa si intenda per reato di resistenza passiva (uno dei nuovi 14 reati introdotti dal decreto) potrebbe essere passibile di denuncia per ‘istigazione alla disobbedienza delle leggi’.
Come ha spiegato l’avvocata e ex garante nazionale dei diritti dei detenuti Emilia Rossi, sono decenni che nessuno viene giudicato colpevole di questo reato ma il Governo Meloni ha voluto ricordare la sua esistenza nel Decreto Sicurezza e ha previsto un’aggiunta all’articolo 415 che lo regola. Il comma aggiunto recita: “La pena è aumentata se il fatto è commesso all’interno di un istituto penitenziario ovvero a mezzo di scritti o comunicazioni dirette a persone detenute”.
“C’è un problema però: il concetto stesso di istigazione alla disobbedienza delle leggi è estremamente vago, potrebbe significare che è perseguibile chi promuove forme di boicottaggio o chi fa disobbedienza civile. I volontari nelle carceri e chi intrattiene rapporti epistolari con i detenuti si trovano in una posizione davvero difficile perché la norma è scritta in maniera così vaga che anche solo provare a spiegare cosa da ora in poi è consentito fare e cosa no rischia di essere passibile di denuncia. Eviterei quindi di dare o fornire qualsiasi consiglio, mi limiterei, al massimo, a dare delle informazioni esplicative super partes del decreto sicurezza” ha detto l’avvocata Emilia Rossi.
Per i detenuti e le detenute capire quali dei loro comportamenti possono essere passibili di denuncia, però, è molto importante dato che proprio il la nuova legge repressiva ha introdotto un reato ad hoc per loro, il reato di ‘resistenza passiva’. Si tratta di un reato inedito per il codice penale italiano e intende criminalizzare tutte quelle forme di resistenza che la popolazione ha adottato come metodo di espressione non violenta nel corso degli anni. L’ultimo rapporto pubblicato il 30 giugno del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà nazionale raccoglie diversi dati sulle modalità di protesta non violenta adottate dalla popolazione carceraria, atti che da ora in poi potrebbero comportare per il detenuto o detenuta un aumento di pena fino a 8 anni.
Tra gennaio e maggio 2025, dice il report, 1.018 persone hanno rifiutato il vitto o le terapie, 2.407 sono quelle che hanno fatto uno sciopero della fame o della sete, 1.137 quelli che hanno organizzato atti turbativi dell’ordine o della sicurezza, 105 gli episodi collettivi di rifiuto a rientrare in cella, 161 quelli in cui i detenuti hanno percosso le inferriate (la cosiddetta ‘battitura’).
I motivi che spingono loro a protestare sono molteplici, ne parla una detenuta del carcere di Torino in una delle lettere recapitate al collettivo Mamme in piazza per la libertà di dissenso: “Fanno gli abbinamenti in cella come dice l’ispettore, senza logica e a suo piacimento.
Non guarda chi vuole stare insieme in cella. Ci sono persone che stanno male con le concelline e non le cambia, poi sclerano e finiscono con i rapporti disciplinari”. Il che può avere conseguenze gravi: “Finisce che ti danno una nota di demerito che ti porta a non poter chiedere la liberazione anticipata. Ora, con questo decreto sicurezza, finiranno anche per scontare altri anni di carcere per via del nuovo reato di resistenza passiva”.











