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di Guido Olimpio

Corriere della Sera, 10 ottobre 2025

Non è stata fissata una tabella di marcia precisa né si è stabilito chi dovrà disarmare i jihadisti. Israele e Hamas si sono piegati, per ora, ad una pressione senza precedenti. Da un lato l’ultimatum di Donald Trump simile a un ordine esecutivo articolato in una ventina di punti. Dall’altro il peso dei mediatori regionali, ossia Qatar, Egitto, Turchia mobilitati per spegnere l’incendio. Anche l’Iran, punto di riferimento dell’asse radicale, si è espresso in modo favorevole. La diplomazia si augura che sia il primo sì verso una soluzione duratura ma è consapevole delle trappole presenti sulla strada tortuosa. Che in Medio Oriente si presentano con forme diverse e si annidano nei dettagli. A volte basta l’azione di un singolo per innescare la reazione a catena. 

Hamas deve (dovrebbe) cedere le armi. In una seconda fase, ha detto Trump. Passo costoso e sofferto per un movimento che ha nel suo nome il termine “resistenza”. In questi giorni i dirigenti hanno parlato di consegna parziale, insistendo sulla necessità di mantenere i mezzi per difendersi. In realtà c’è poca differenza visto che parliamo dello stesso “arsenale”. La fazione non possiede certo corazzati o aerei, bensì combatte con fucili, lanciagranate, ordigni, qualche drone e razzi. Secondo alcune stime conta ancora su oltre 11 mila militanti (forse anche più) ma ha perso il 90% degli ufficiali e il 97 % di razzi. Resta sempre il mistero dei tunnel: quanti ve ne sono ancora? Per alcuni ancora molti, una valutazione (imperfetta) che si basa su analisi belliche e affermazioni propagandistiche. Gli esperti hanno sottolineato che il pragmatismo dei capi - ok, accettiamo le condizioni dettate dalla Casa Bianca e limate dai negoziatori - è bilanciato dalla posizione dei miliziani addestrati alla lotta a oltranza. Abbandonare il kalashnikov equivale ad una resa e, stando a recenti indiscrezioni, questa nuova “leva” sarebbe stata contraria a cedere. C’è poi un secondo aspetto tecnico su chi debba raccogliere gli equipaggiamenti. Una delle ipotesi prevede che sia una forza di stabilizzazione multinazionale a farsene carico. Esperienze in altri conflitti raccontano che se c’è volontà è possibile mettere da parte i mitra e le bombe, così come esiste un lato segreto, con casse ben nascoste. 

L’intesa prevede un ritiro per tappe da parte di Israele. Nelle richieste di Hamas il risultato finale deve essere uno sgombero totale ma, intanto, Tel Aviv ha precisato che manterrà al momento il controllo del 53% del territorio. E non è stato fissato un calendario preciso. Facile comprendere come il mancato disarmo o un’occupazione prolungata possano diventare il motivo per una ripresa delle ostilità. 

Nel grande baratto Hamas ha inserito la consegna dei resti di Yahya e Mohammed Sinwar, idea subito respinta dall’avversario. Sempre la fazione ha richiesto il rilascio di alcune figure chiave: Marwan Barghouti, prigioniero-simbolo e dirigente del Fatah; Ahmad Sadat, segretario del Fronte popolare, laico, accusato di aver pianificato l’omicidio di un ministro nel 2001; Hassan Salameh e Abbas El Sayed, operativi di Hamas ispiratori di attentati suicidi. Per Tel Aviv la loro liberazione vorrebbe dire violare una linea rossa mentre agli occhi dell’avversario tirarli fuori gli ergastolani dalle celle ha un doppio significato: dimostra di non abbandonare nessuno e trasmette un messaggio unificante rivolto alle altre formazioni. Proprio Barghouti ne è l’esempio. In base alle ultime informazioni gli israeliani hanno ribadito il no, la tv qatarina al Jazeera ha riferito di trattative in corso. Il sito Middle East Eye ha sostenuto che sarebbe stato l’ufficio del premier Netanyahu a rimuovere dalla lista Barghouti, Salameh e Sadat. Vedremo nelle prossime ore cosa accadrà.

Nella Gaza del futuro, secondo la “mappa politica”, non c’è spazio per Hamas. Si parla di esecutivo tecnico, di organismo internazionale che deve sovraintendere, di un probabile contingente di pace. I regimi arabi e l’Occidente studiano opzioni, calcolano i fondi necessari, elaborano agende di influenza. Il movimento, non da oggi, conta sulle radici profonde create nella Striscia ed è convinto che, nonostante tutto, il tempo sia dalla sua parte. Uno degli esponenti della diaspora, Moussa Abu Marzouk, ha dichiarato in un’intervista che la fazione non è più solo un’organizzazione ma piuttosto “un’idea” e dunque non può arrendersi.