di Daniela Piana*
Il Dubbio, 13 novembre 2020
Da settimane ormai l'attenzione dei media e dei decisori politici a tutti i livelli di responsabilità istituzionale è focalizzata drammaticamente sulla constatazione di un décalage di crescente importanza: quello che divarica l'evoluzione dei bisogni di beni e di servizi, soprattutto quelli che rispondono a una domanda di tutela della persona e di crescita individuale, e l'evoluzione (ovvero involuzione) delle capacità funzionali delle organizzazioni che sono deputate a fornire quei servizi, a produrre quei beni e ad assicurarne la disponibilità e la accessibilità in modo diffuso ed omogeneo sul territorio.
La tensione fra aspettative e capacità, che per decenni è stata oggetto di illustri dissertazioni teoriche di filosofia sociale e politica, è diventata un grido che scuote le vite e le certezze. Se non possiamo dare per scontato che, dinnanzi a un bisogno di cura, un ospedale qualificato aprirà le porte, se non possiamo dare per scontato che dinnanzi ad una domanda di cultura e formazione la connessione dei pc da casa potrà senza indugio né incertezza darci accesso a fonti di sapere, se non possiamo dare per scontato che dinnanzi a una controversia saremo certamente in grado di avvalerci della migliore o del migliore professionista di servizi legali perché sapremo facilmente identificare nel ventaglio dell'offerta la migliore per il nostro specifico e singolare bisogno, allora l'emergenza sanitaria ci sta costringendo a vedere, un po' con gli occhi che vedono il re nudo, la distanza che intercorre fra richiesta e risposta sul piano funzionale. È bene trattare della questione in termini di funzioni, perché sarebbe troppo facile e molto riduttivo assegnare a una individualità la responsabilità espiatoria di un disfunzionamento sistemico.
Ma, mentre svolgiamo questo esercizio di presa di coscienza, preludio si auspica di una più efficace strategia di investimento sulle capacità - che sono poi infrastrutture, condizioni durature della crescita - occorre che si svolga anche un altro esercizio, di carattere scientifico e intellettuale, e istituzionale e civico, al contempo. I quattro aggettivi sono portatori di significato preciso.
Si tratta infatti della comprensione profonda della nostra difficoltà concettuale a pensare e, conseguentemente, a governare le democrazie in tempi di emergenza. Vi sono infatti almeno tre profili che mostrano lo stesso e forse anche più grave scollamento che vediamo fra domanda e offerta di cui si dice nel contesto dei beni dei servizi.
Il primo riguarda il come vengono fatte le regole. Le democrazie in fase di emergenza hanno, al di là delle differenze di ordinamento e di forma di governo, teso a convergere verso forme di normazione che passa in capo alla responsabilità politica dell'esecutivo. In Italia si è molto discusso del ruolo che hanno avuto i Dpcm e della deminutio del dibattito in aula, suscettibile di essere troppo lento, troppo poco focalizzato, insomma inefficace a dare una risposta tempestiva.
Ma a quale domanda? La tempestivitià a cui la democrazia dell'emergenza risponde è quella di adottare la regola, non necessariamente di farla diventare comportamento regolare e diffuso. Tanto è vero che proprio per rafforzare la capacità di attuazione della normativa di emergenza e per assicurare che vi sia un radicamento nei comportamenti delle norme che vengono sancite attraverso la normativa, dinnanzi alla seconda ondata di pandemia si è dato ampio ruolo alle autorità locali, spostando l'asse di quella che tecnicamente si chiama accountability inter- istituzionale - ossia il controllo e la richiesta di rispondenza che lega governo e Parlamento, esecutivo e legislativo - da una dinamica di carattere nazionale e intra-branches a una dinamica nazionale multi- livello, senza che la conferenza Stato-Regioni risolva e assorba l'intero quid decidendi che spetta alle Regioni. In aggiunta a questa dinamica sono state evidenziati i margini di manovra, ossia le possibilità di decidere, dei sindaci. Insomma la democrazia dell'emergenza sposta l'asse della decisione e della responsabilità dall'orizzontale al verticale, anche se poi le cose si complicano nel momento in cui le vicende elettorali che interessano le autorità locali finiscono per avere riflessi anche sul piano nazionale. Non è il caso della sola Italia.
Il secondo profilo che ci interessa è la trasformazione del bilanciamento fra libertà e controllo. Se infatti nella prima parte dell'anno la narrativa è stata centrata sulla necessità - emergenziale - di limitare le libertà mettendo nello spazio di autonomia dei cittadini la disponibilità di libero arbitrio di capire l'importanza di non uscire di attenersi alle misure di distanziamento e dunque di farsi i cittadini stessi attuatori volontari perché convinti dei Dpcm, adesso la questione è diventata sicuramente quella dei controlli. Su questo aspetto però le categorie di cui disponiamo sono ancora da affinare. Nelle democrazie i meccanismi di controllo passano sia dalle dinamiche fra poteri, sia ancora dalle prerogative di carattere formale che attengono agli organismi di controllo, per i rispettivi ambiti di azione. La virata improvvisa ed emergenziale verso il digitale ha implicato che il meccanismo del controllo passi anche e soprattutto attraverso la tecnologia, laddove con questo non si intende solo il fatto che sia facile tracciare i nostri comportamenti attraverso i dispositivi telematici che utilizziamo nella vita quotidiana - quante volte guardiamo le statistiche Oms o quante volte guardiamo il meteo - ma anche nel fatto che le stesse decisioni dei decisori - ad esempio nel contesto scientifico - sono basate in parte sulla elaborazione di dati il cui controllo è situato in zona completamente esterna a quella che può essere raggiungibile a un cittadino. Insomma i controlli in senso proprio ci sono, in senso funzionale qualcosa controlla qualcosa di altro. Ma la democrazia non chiede che vi sia il controllo tout court.
Chiede che vi sia un controllo suscettibile, in ultima istanza, di lasciare al cittadino la possibilità attraverso vari strumenti fra cui quello del voto, quello del giudice, quello del dissenso, quello del voice, la possibilità di fare valere la sua propria volontà e la sua propria voce. E qui viene il terzo profilo che riguarda il fatto che le democrazie dell'emergenza tendono a convergere verso una forma anomala e inedita di tecnocrazia miscelata a una centratura sull'esecutivo. Insomma le decisioni devono essere prese in fretta, 2 o 3 giorni ci dicono gli esperti. Non c'è tempo. È questa la risorsa scarsa dell'emergenza. Lo sanno bene i medici, aspetta 1 minuto di troppo e avrai perduto una vita. La democrazia non è abituata a trattare la variabile tempo in questo modo. La finanza sì, la tecnologia anche, ma non la democrazia. Non il dibattito pubblico, che va nutrito, costruito, creato e mantenuto nel tempo, non "nonostante il tempo".
Fra le molte dimensioni dell'emergenza che si sta vivendo ve ne è una che stiamo trascurando. Che tipo di meccanismi istituzionali e che tipo di bilanciamenti fra poteri dobbiamo attivare o inventare perché la democrazia sia in grado di conservare la sua capacità di tutelare eguaglianze e libertà anche in fase di crisi?
La lezione della reazione delle democrazie europee alla crisi economica è chiara. In quella congiuntura difficile non siamo stati capaci di evitare la creazione di nuove diseguaglianze totalmente disallineate rispetto ai criteri diffusi di giustizia sociale che sono, peraltro, diversamente declinati fra un paese e l'altro. Insomma, la forma di governo democratico chiama a raccolta le menti perché si facciano promotrici di idee e prassi capaci di traghettare l'emergenza verso una resilienza non solo difensiva - troppo legata all'" hic et nunc" - ma anche e soprattutto prospettica.











