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di Elisabetta Camussi

La Repubblica, 4 dicembre 2023

Nel dibattito sulle pari opportunità e sugli stereotipi di genere capita spesso di sentir obiettare da persone comuni ma anche talvolta da esperti di diversa formazione che in realtà si tratta di un problema “culturale”, affermazione di solito accompagnata dalla constatazione che non è dunque possibile porvi rimedio. Non è difficile comprendere cosa si vuole intendere, dato che il cambiamento culturale non ha sempre le tempistiche che desidereremmo: ma al tempo stesso è inarrestabile, e soprattutto può essere promosso ed accelerato. L’altra questione che viene frequentemente posta è la necessità di “partire dalla scuola, altrimenti tutto è inutile”.

Il che è vero solo in parte: partire dalla scuola è fondamentale, da oltre due decenni abbiamo completamente disinvestito sul ruolo degli insegnanti e sul valore della formazione, ed è stata una pessima idea. Motivo per il quale indicare ad oggi la scuola come unica soluzione alle diseguaglianze tra i generi e alle ricadute in termini di discriminazione e violenza che da queste derivano significa cogliere solo in parte il problema.

Non a caso nel Piano Colao, consegnato alla Presidenza del Consiglio in vista della stesura del Pnrr, veniva indicata la necessità di Piani Nazionali che prevedessero l’obbligatorietà su questi temi di percorsi formativi dalla scuola dell’infanzia all’università. La cui efficacia era però da mettere in relazione alla contemporanea formazione degli adulti: insegnanti, genitori, professionisti, pubblici decisori, classe dirigente e quant’altro.

Donne e uomini che con i loro atteggiamenti e comportamenti sono nella condizione di favorire o contrastare la diffusione di visioni stereotipate del femminile e del maschile e degli obblighi di ruolo che ne derivano. Ma se replicare stereotipi è semplice ed automatico, acquisire la consapevolezza dei loro effetti richiede un aiuto esterno, quale potrebbe essere una formazione dedicata, da svolgersi ad esempio nei luoghi di lavoro.

Del resto la grande partecipazione emotiva ai recenti episodi di violenza di genere segnala un diffuso bisogno di risposte e insieme una domanda di equità, trasversale ai generi e alle generazioni. A parziale risposta, come noto, è stata annunciato dal Ministro Valditara il progetto pilota del Mim di educazione alle relazioni, che parte proprio dalla scuola. E che può essere considerato l’avvio di una “buona pratica”, a patto che vengano rispettate alcune condizioni. Tra queste, oltre ad una adeguata dotazione di risorse, una formazione preliminare dei docenti che permetta loro di svolgere bene il proprio lavoro anche su queste tematiche.

Quando si trattano temi così sensibili come l’educazione al rispetto invece che al possesso, il riconoscimento del punto di vista dell’altro, la libertà e autonomia di entrambi i partner come elemento fondante le relazioni sane, temi che riguardano il cambiamento di atteggiamenti e comportamenti statisticamente molto diffusi, è necessario anche considerare che in classe potranno esserci ragazze e ragazzi coinvolti in situazioni di discriminazione e violenza sia agita che subita.

Per questo è indispensabile che siano a disposizione psicologhe e psicologi in ogni scuola o comunque sul territorio in grado di fungere da riferimento non solo formale per studenti e studentesse, per genitori ed insegnanti. Siamo all’inizio di un percorso, con l’auspicio che nel tempo l’educazione alle relazioni e più in generale l’educazione affettiva da attività extracurricolare divenga un progetto di formazione ordinaria, adattato alle diverse fasce d’età mediante metodologie e strumenti, e previsto per tutti.