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di Anna Mastromarino

La Stampa, 21 aprile 2026

Sarà per ironia della sorte che uno dei disegni di legge a più alto contenuto di incostituzionalità degli ultimi tempi si affretta a concludere il suo iter di approvazione proprio alla vigilia del 25 aprile? A leggere tra le righe del testo del Decreto sulla sicurezza, che la maggioranza si ostina a voler convertire nonostante le sue chiare e sempre più evidenti incostituzionalità, sembra che dovremmo davvero rinunciare a credere che questa sia una festa per tutti e tutte, dal momento che disprezzare i limiti che la Costituzione impone significa ripudiare il senso della Festa della Liberazione.

A differenza di altri Paesi, il calendario civile italiano non dedica espressamente una giornata alla Costituzione. Non di meno, ciò non significa che non siano stati creati momenti per la sua commemorazione. Direi che ne esistono almeno due, pensati per celebrare non tanto il Testo, quanto la sua essenza. Una data “costituzionale” è certamente quella del 2 giugno; l’altra il 25 aprile, Festa della Liberazione. Con queste due giornate si racconta il percorso che ha portato alla nostra Carta, repubblicana e antifascista, perché così vollero gli italiani e le italiane, ancora prima che il testo del 1948 fosse scritto.

Quanto vado dicendo significa inevitabilmente che ogni qualvolta si attacca frontalmente la Carta, con atti normativi che la violano nella forma e nella sostanza, si svilisce il senso di queste giornate. Significa anche che ogni volta che le celebrazioni per queste giornate dimenticano il loro legame funzionale con la Costituzione perdono di senso nello spazio pubblico. La disaffezione progressiva dei cittadini e delle cittadine ai riti del 25 aprile è il prodotto di un discorso pubblico che a forza di fossilizzarsi sulle battaglie nel e per il corteo, ha perso di vista l’essenza di quel corteo, di quell’andare liberi verso la libertà e, quindi, la Costituzione. Ma è anche il prodotto di una politica che nella sua attività ordinaria ha disatteso il suo compito primario: quello di rendere quotidianamente la Costituzione viva e attiva nella legislazione.

Organizzatori, associazioni, partiti politici sono importanti, a patto che si ricordi che fondamentale è solo la connessione tra la Liberazione e la nostra Costituzione, non come fatto storico, ma come documento normativo, capace di plasmare le nostre vite oggi: in ciò non dovrebbe esserci nulla di divisivo, anzi. A poche settimane dal referendum costituzionale che ha visto la partecipazione di tanti giovani che, negli ultimi anni, si erano mostrati più restii a recarsi alle urne, il 25 aprile si arricchisce di significati che da troppo tempo sono stati accantonati. Al di là del risultato referendario, è chiaro che la Costituzione nel nostro Paese rappresenta ancora e senza dubbio un “fatto” attuale capace di mobilitare anche le nuove generazioni. Un patrimonio in nome del quale vale la pena mobilitarsi a difesa.

La memoria pubblica del 25 aprile non è un rito per ricordare il passato e i suoi attori. Nessuno se ne può appropriare e nessuno la può snobbare. È uno strumento per dialogare nel presente e per costruire un futuro. Ma lo è nella misura in cui è in grado di confrontarsi con il conflitto che è essenza della democrazia costituzionale, di gestire la disputa, di aprire nuove strade per salvaguardare i valori che riteniamo di voler ancora con-memorare, ossia ricordare collettivamente. Per fare questo è necessario accettare il fatto ogni generazione affronta nuove battaglie di liberazione e si chiede, dunque, che cosa significa Liberazione oggi in questi tempi di guerra, populismo, demonizzazione del dissenso, manipolazione e restrizione della libertà personale. In questi tempi precari, come si marcia verso la Liberazione costituzionale?

Solo i valori costituzionali, infatti, possono davvero avere la pretesa di essere transgenerazionali. Le celebrazioni, i riti, i miti con i loro protagonisti sono semmai strumenti di comunicazione per permettere a quei valori di trovare nuove pratiche di Liberazione. Per riscoprire l’antifascismo oggi, allora, dovremmo lasciare da parte la retorica e tornare a occuparci di valori costituzionali quali la pace, la dignità umana, la libertà del confronto, per ribadirli con forza nelle piazze. Se riuscissimo a farlo avremmo vinto di nuovo. Avremmo scelto la libertà. Di nuovo.