di Silvia Renda
huffingtonpost.it, 6 febbraio 2023
Mancanza di giudizio critico e partigianeria, fattori generalmente citati come causa della diffusione della disinformazione online, non sono le uniche motivazioni, anzi. C’entra molto l’abitudinarietà.
Che la diffusione delle fake news sia un fenomeno in grado di orientare le decisione delle masse, lo hanno dimostrato anche eventi recenti. Per citare un esempio fresco in memoria, in pieno periodo pandemico false informazioni hanno ostacolato l’accettazione dei vaccini Covid e delle misure anti contagio. Ma cosa spinge la diffusione online della disinformazione? Le ricerche psicologiche in passato si sono concentrate sull’analisi degli individui: alla loro mancanza di giudizio critico o alla loro partigianeria è stata ascritta la risposta alla suddetta domanda. Una nuova ricerca pubblicata sulla ricerca scientifica statunitense Pnas sposta invece il focus sull’abitudine alla condivisione, alimentata proprio dai social network attraverso meccanismi di ricompensa.
Gli studiosi della Princeton University elencano dapprima i fattori notoriamente riconosciuti come concime per fake news. Le persone leggono in maniera disattenta e hanno capacità di riflessione limitata: le affermazioni false possono sembrare nuove e sorprendenti e quindi attivano un’elaborazione emotiva e non critica. Le persone anziane e quelle con capacità di riflessione meno critica possono non riuscire a rilevare la veridicità delle informazioni e quindi essere meno perspicaci nella loro condivisione. Un’altra causa è dettata dal valutare in maniera distorta i titoli che supportano la propria identità. La partigianeria può influenzare in particolare le valutazioni della veridicità delle informazioni e le informazioni false hanno maggiori probabilità di essere condivise da utenti più conservatori. Sebbene queste analisi identifichino distinti predittori dell’accettazione di notizie false, tutte implicano che le persone diffonderebbero meno informazioni false se solo fossero sufficientemente capaci o motivate a considerare l’accuratezza di tali informazioni e discernerne la veridicità.
“Questi limiti e motivazioni personali, sebbene ampiamente studiati, potrebbero non essere gli unici meccanismi alla base della condivisione di notizie false. La condivisione di disinformazione sembra far parte di un modello più ampio di frequente condivisione online di informazioni”, si legge nella ricerca. Le persone che condividono un numero maggiore di notizie false tendono anche a condividere più notizie vere, le persone che condividono notizie più politicamente liberali condividono anche notizie più conservatrici. Tale condivisione indiscriminata suggerisce cause al di là di una mancanza di ragionamento critico o di partigianeria.
Il meccanismo psicologico alla base è ascrivibile invece al sistema delle abitudini che le persone sviluppano quando usano ripetutamente un social media. Si sposta così l’attenzione dai deficit dei singoli utenti ai modelli di comportamento appresi all’interno delle attuali strutture dei siti, localizzando il controllo della disinformazione non nel riconoscimento dell’accuratezza da parte degli utenti, ma direttamente nella struttura della condivisione online. Le abitudini si formano quando le persone ripetono una risposta gratificante in un particolare contesto. È particolarmente probabile che la semplice ripetizione dell’uso dei social media formi abitudini.
La ricerca ha lo scopo di verificare se le abitudini che le persone formano attraverso l’uso ripetuto dei social media si estendono anche alla condivisione di informazioni indipendentemente dal loro contenuto. I partecipanti a tutti gli studi avevano un account Facebook e hanno scelto di condividere o meno una serie di titoli di notizie, premendo un pulsante di condivisione Facebook.
Nel sondaggio iniziale su 200 partecipanti online, sono stati condivisi più titoli veri (32%) che falsi (5%). I partecipanti con abitudini più forti hanno condiviso più titoli. Ancora più importante, i partecipanti con abitudini più forti erano meno perspicaci sulla veridicità del titolo. Quelli con abitudini più forti condividevano una percentuale simile di titoli veri e falsi, mentre quelli con abitudini più deboli condividevano una percentuale maggiore di titoli veri rispetto a quelli falsi. Pertanto, i partecipanti con abitudini deboli erano 3,9 volte più perspicaci nella loro condivisione rispetto a quelli con abitudini forti. Inoltre, gli effetti dell’abitudine sono mantenuti in modelli che includevano misure di differenza individuale di riflessione critica e partigianeria. Il 15% formato da “condivisori” più abituali era responsabile del 37% dei titoli falsi condivisi in questo studio. Gli utenti abituali, insomma, erano responsabili della condivisione di una quantità sproporzionata di informazioni false.
Per gli autori dello studio, questa tendenza è spiegata in particolare dal sistema di premi istituito sui social network. Le forti reazioni di rabbia, divertimento, perplessità che le false informazioni provocano ne motiverebbero la condivisione. Gli individui, vedendo che i loro messaggi hanno una notevole risonanza, diffondono meccanicamente informazioni che riconoscono come virali. E in ogni esperimento condotto durante lo studio, è stato proprio il fattore dell’abitudine ad avere la maggiore influenza sui partecipanti, davanti alla mancanza di conoscenza o al pregiudizio politico.
Questo significa che sono in ultima analisi i colossi digitali ad avere in mano la maggior parte delle carte per ridurre l’influenza delle false informazioni sulle reti. Laddove la maggior parte delle strategie e delle politiche di controllo delle fake news si concentra sull’individuo stesso, una delle maggiori leve deve essere attivata dalla parte delle aziende responsabili delle reti social. Trasformando il funzionamento degli algoritmi, è possibile rompere questo vizioso sistema di ricompensa che evidenzia informazioni false a favore di un sistema più sano che evidenzia informazioni più sicure dai media tradizionali o tramite istituzioni di riferimento. Gli autori propongono quindi di modificare e rendere più difficoltoso il sistema di pubblicazione su argomenti spinosi, al fine di regolamentare la diffusione di informazioni false.









