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di Dacia Maraini

Corriere della Sera, 21 agosto 2022

Sono state abbattute le statue di Cristoforo Colombo e Jefferson. Sono finiti sotto accusa Omero, Dante e Shakespeare. Ma la battaglia per i diritti non può portare a demolire la storia.

Cosa vuol dire essere politicamente corretti? In questi giorni si sente spesso questa parola per indicare un nuovo sguardo critico che vorrebbe essere etico, nei riguardi del passato. Si accusa il grande navigatore Colombo di avere favorito il colonialismo e si buttano giù le sue statue. Si accusa Jefferson di avere combattuto gli indiani d’America e si lorda la sua immagine con getti di vernice rossa, e così via. Da noi forse le proposte della cancel culture sembrano meno sentite che in una America ancora fortemente legata al suo passato puritano.

Dalle statue poi si passa al linguaggio e anche quello viene preso di mira. Si propone di eliminare le differenze fra il femminile e il maschile mettendo un asterisco al posto della vocale. Senza tenere conto che le parole non sono isolate come stelle in cielo ma sono legate fra di loro e esprimono un pensiero, una scelta, una abitudine secolare che non possono essere cambiate con una semplice operazione meccanica.

L’idea di riflettere sulla misoginia e sul razzismo insito nel linguaggio è un esercizio validissimo. Tutta la grammatica è fortemente discriminante: se si scrive “l’uomo” si comprende anche la donna, e sta per essere umano; se si scrive “la donna” si intende un genere solo. Il primo comporta una idea di universalità, mentre la seconda è parziale e primitiva. Ragionare pubblicamente su queste disparità ci aiuta a capire i cambiamenti del presente, le nuove sensibilità nei riguardi dell’identità sessuale. Molti infatti ritengono che l’identità sessuale sia un destino biologico, eterno e immutabile. E non tengono conto delle mutazioni culturali che ogni condizione umana si porta dietro. Non esistono identità fisse e indelebili. La natura certamente sta alla base del nostro essere vivi, ma in millenni di passione evoluzionista abbiamo creato un essere umano consapevole e sedicente superiore, tanto da considerare tutti gli altri esseri viventi come suoi sottoposti. Ebbene, a prescindere dalla volgare presunzione, questo significa che abbiamo dominato, controllato, trasformato la natura creando dominii culturali che hanno reso piu duttile, piu suscettibile di cambiamenti i sapiens. Ma nello stesso tempo lo abbiamo caricato di enormi responsabilità. E soprattutto lo abbiamo sempre più allontanato dalla natura, per farne una creatura capace di adattarsi e di mutare.

Prendersela con personaggi e idee del passato perché non corrispondono alle sensibilità odierne vuol dire negare la grande capacità metamorfica della storia. Vuol dire sconfessare le conquiste fatte, vuol dire rifiutare l’evoluzione, smantellare i passaggi preziosi del tempo, le sensibilità storiche che variano, le alterazioni dovute alle scoperte scientifiche, alle innovazioni mediche, al prolungamento della vita, ai cambiamenti sociali ed economici. Vuol dire entrare in quel pericoloso luogo della mente in cui, come asseriva Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”.

La storia non è una freccia che si lancia verso il futuro, ma ha movimenti sinusoidali, va avanti e indietro , anche se alcune conquiste come il passaggio dalla Vendetta alla Giustizia sono diventate basi etiche riconosciute. Basta pensare al Novecento, che pure era un secolo nato nel segno delle nuove scoperte e delle grandi rivoluzioni progressiste, poi finito nel razzismo e nell’odio che ha portato due guerre micidiali.

La volontà di cambiare le cose non vuol dire automaticamente negare le contraddizioni del passato. Basta un poco di consapevolezza storica per capire che in un ambiente di totalitarismo religioso, per esempio, ogni pensiero scientifico come quello di Galilei, il quale sosteneva che era la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa, non poteva che risultare eretico. Basta osservare quanto le società cambino, le sensibilità popolari siano permeate dalle ideologie e dai credo del momento, per uscire da questo atteggiamento moralistico e integralista. Una giusta voglia di adeguare il linguaggio e le azioni umane alle nostre certezze attuali ci porta a gettare in mare grandi filosofi e grandi artisti con un gesto di rabbia infantile.

C’è chi ha perfino messo sotto accusa Shakespeare e Dante e Omero. Ma la domanda dovrebbe essere: sono ancora capaci di comunicarci delle emozioni anche se sappiamo che hanno risentito delle idiosincrasie, dei vizi, dei difetti e delle contradizioni del loro tempo? Cosa da cui, ricordiamolo, non siamo esenti nemmeno noi. Fra qualche decennio i nostri nipoti ci guarderanno con aria di sufficienza e troveranno che molte delle nostre convinzioni erano arcaiche e fuori luogo. Questa è la meravigliosa vitalità del nostro viaggiare dentro le contradizioni della storia.