di Elena Loewenthal
La Stampa, 2 ottobre 2025
Israele, nella persona del suo primo ministro in rappresentanza del governo, ha accettato due giorni fa il piano di pace in 20 punti proposto dagli Stati Uniti. Hamas ancora no. Non è un ultimatum, quello che Trump ha comunicato ai miliziani del movimento che due anni fa ha cominciato questa terribile guerra con i massacri del 7 ottobre. È la concessione di un tempo largo, in un momento così cruciale. Quattro o cinque giorni di tempo per dire sì o no a una proposta se non storica certo fondamentale per quella regione, capace di mutare le sorti dei milioni di persone che ci vivono.
Hamas temporeggia, sta presumibilmente valutando anche le opportunità “personali” che il piano propone ai suoi leader ancora in vita - amnistia, “trasbordo” in sicurezza. È in bilico fra un fronte arabo compatto come non lo è mai stato - compresa la Turchia che non è un Paese arabo ma che conta assai e che approva esplicitamente il piano, compresa l’Anp - e l’Iran sul fronte opposto, isolato e interessato primariamente a una destabilizzazione violenta della regione.
È un piano buono che va nella direzione di una pace giusta, ha detto Erdogan. È un piano buono che la stragrande maggioranza delle persone che vivono in Israele, a Gaza, in Palestina, vorrebbe fosse attuato da domani, anzi da oggi. Perché non ne può più della guerra, dei morti, del dolore, della paura, della disperazione. È un piano buono che mette sul tavolo un futuro degno per entrambe le parti. Che prova a immaginare un futuro per Gaza, la Palestina, Israele, le umanità che vi abitano. È un piano articolato, preciso. Che comporta un passo avanti coraggioso da entrambe le parti. È un compromesso così come lo è per definizione ogni piano di pace. Ma come diceva sempre Amos Oz: compromesso non è sinonimo di debolezza bensì di vita.
Israele lo ha accettato. Magari qualche ministro oltranzista non gradisce, magari qualche oltranzista che non è ministro protesta. Ma Israele ha detto sì. E aspetta che Hamas dica qualcosa. Come mai Hamas aspetta? Chissà. Aspetta perché forse vuole ottenere qualcosa di più. Denaro? Più detenuti liberati? Più lasciapassare/vie di fuga per i suoi leader?
La sera di ieri, mercoledì 1° ottobre, è cominciato il tempo più solenne di tutto l’anno per il mondo ebraico, in Israele come in Diaspora. Durante il Kippur tutto si ferma, tutto tace. È il tempo per ripensare al passato e imbastire il futuro. È un digiuno di espiazione ma non di mortificazione, anzi. Il Kippur è l’aspettativa di un tempo nuovo, per se stessi e per il mondo. È la cerniera spirituale che, attraverso il digiuno e il fermarsi di ogni cosa, fa sì che nel ripensamento del tempo trascorso il futuro sia diverso dal passato. Sono queste le ore in cui Israele, inteso come Stato e come popolo, è più vulnerabile che mai, un bersaglio immobile (come è purtroppo successo tragicamente). Però in un certo senso, si abbia o no fede in quel Dio cui sono rivolte le preghiere lungo tutta la giornata, Israele in queste ventisei ore di digiuno e inazione è più solido che mai. Consapevole della strada percorsa e di quella che bisogna scegliere, per vivere. Israele ha detto di sì al piano di pace. Hamas ancora no.











