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di Rula Jebreal

La Stampa, 28 luglio 2025

Il Governo israeliano lascerà entrare la stampa internazionale solo quando sarà terminato il massacro. Nel conflitto sono stati uccisi più cronisti di quanti ne siano morti in tutte le principali guerre del Novecento e dei primi anni Duemila. Difendere la libertà di espressione, documentare e raccontare le verità scomode, significa riconoscere il valore e la dignità di ogni vita umana. In 22 mesi di genocidio a Gaza Israele ha ucciso centinaia di giornalisti palestinesi. A Gaza sono stati uccisi più giornalisti di quanti ne siano morti durante tutte le principali guerre del Novecento e dei primi anni Duemila messe insieme. Questi guardiani e guardiane della verità sono stati e sono i testimoni scomodi dello sterminio in corso a Gaza. Operatori dell’informazione che hanno documentato in modo sistematico i massacri e gli atti terroristici israeliani. Hanno raccontato le storie delle vittime innocenti e fatto vedere al mondo le verità che Israele credeva di poter seppellire sotto centinaia di tonnellate di missili e bombe, in quello che le Nazioni Unite hanno chiamato un cimitero a cielo aperto. Questo è diventata oggi Gaza, dopo che per anni è stata un carcere a cielo aperto.

I morti fra i giornalisti palestinesi non sono “danni collaterali”. Sono bersagli, vittime di azioni mirate e in alcuni casi annunciate, nei loro confronti come nei confronti delle loro famiglie. Negli ultimi giorni Israele ha preso di mira il cameraman Adam abu Harbid, bombardando la sua tenda. Oltre a lui ha ucciso sua moglie e sua figlia di tre anni. Ma, per la prima volta nella Storia, i nostri colleghi palestinesi non rischiano più la vita soltanto sotto le bombe israeliane; stanno morendo anche di stenti. La fame pianificata e voluta come tecnica di genocidio, con il blocco totale degli aiuti umanitari, del cibo, dell’acqua, anche del latte in polvere, fa parte di una strategia di militarizzazione attentamente pianificata dal governo israeliano. I ministri israeliani si vantano di queste loro invenzioni. Amihai Eliyahu, ministro del patrimonio di Gerusalemme, ha detto che l’esercito deve trovare i modi più dolorosi per uccidere i civili di Gaza. “Ucciderli non è sufficiente”. Ha aggiunto: “Il governo si sta muovendo per garantire che Gaza sia cancellata; stiamo cancellando questo male, tutta Gaza diventerà ebraica”. Il generale Eiland Giora, in un articolo pubblicato da un quotidiano israeliano, a dicembre del 2023 ha invocato l’uso della fame, delle infezioni e delle malattie come armi per ridurre la popolazione.

C’è un motivo per cui Israele vieta l’ingresso ai giornalisti internazionali a Gaza: non vuole testimoni che possano rimanere vivi. Il piano è che i giornalisti palestinesi muoiano, come l’insieme della popolazione. Tutti, uno alla volta con le bombe mirate, o collassando per gruppi, a causa della fame e della sete. Sono testimoni che prevede comunque di eliminare, in un modo o in un altro, con un po’ di pazienza, questione di mesi al massimo. Lo stesso vale per gli operatori sanitari, i medici, i cuochi, gli insegnanti. Tutta la società civile di Gaza sta per essere spazzata via dalla carestia. Il processo è già nella sua fase più letale, ha superato il punto critico, quello dopo il quale anche la reintroduzione degli alimenti non è più sufficiente a impedire il cedimento del sistema immunitario, perché l’organismo non è più in grado di assorbire il nutrimento. Le immagini che vediamo ora, le immagini devastanti dei bambini catatonici, con i ventri gonfi e gli arti scheletrici, le vediamo grazie ai giornalisti palestinesi. Man mano che collasseranno, non riceveremo più notizie da Gaza. Israele vuole che non vediamo più nulla di Gaza. C’è da credere che nell’idea di Netanyahu i giornalisti internazionali torneranno a Gaza soltanto quando potranno raccontare i grandi investimenti e i lavori in corso per la costruzione della Gaza Riviera.

A quel punto, come solerti P.R. quando tutti i giubbotti “press” intrisi di sangue dei colleghi palestinesi saranno stati seppelliti, i giornalisti occidentali torneranno a Gaza. E alloggeranno in hotel 5 stelle, costruiti sopra quelle macerie e le fosse comuni dei bambini palestinesi. Il sistema mediatico ha fabbricato il consenso per questo genocidio con solerzia, in tutti questi mesi. E con la complicità di tanti. Trasmissioni televisive che in anni non hanno mai dato voce ai loro colleghi palestinesi. Non hanno mai mostrato il loro punto di vista. Non hanno mai realmente trattato le donne, gli uomini e i bambini palestinesi come soggetti e come esseri umani, ma semplicemente come lo “scenario di guerra” all’interno del quale Israele giocava le sue carte: cioè, faceva “il lavoro sporco” per conto della civiltà occidentale.

Il genocidio è iniziato con la bugia sui 40 neonati israeliani decapitati, con quella sul quartier generale di Hamas sotto l’ospedale Al-Shifa e poi sotto tutti gli ospedali distrutti, con i massacri non definiti massacri ma “errori tecnici”, con i bombardamenti delle chiese, con l’esecuzione di 14 soccorritori, con i bambini uccisi mentre erano in fila per l’acqua e per il pane. Le bugie sono state ripetute a pappagallo dagli apologeti e dagli stenografi di Israele, e l’ammissione della verità è arrivata sempre con grande ritardo, una volta raggiunto lo scopo: consentire le esecuzioni di massa da parte israeliana.

Pochissimi hanno letto le parole di colleghi come Hossam Shabat, ucciso a marzo di quest’anno. Affidate a una lettera d’addio, scritta a soli 23 anni perché sapeva di avere un missile puntato sul giubbotto. In quella lettera parla della sua missione, documentare ciò che stava accadendo a Gaza. Scrive che è stato un onore, per lui, dedicare ogni minuto della sua vita, negli ultimi due anni, al popolo palestinese. Di aver dormito sui marciapiedi, di aver sofferto la fame per raccontare al mondo le atrocità commesse dall’esercito israeliano.

Prima di giustiziarlo, Israele lo ha minacciato. Così fa con tutti. Lo ha fatto con il collega Mohammed Baalousha che ha documentato, all’inizio della campagna genocidaria, che i neonati erano stati lasciati a morire nelle incubatrici senza energia dall’esercito israeliano (e non dal personale dell’ospedale, come aveva detto inizialmente l’esercito). Sta minacciando in queste ore il collega Anas Al Sharif, per il crimine di aver documentato l’uccisione di civili affamati, in fila per un po’ di farina. Sono oltre mille i palestinesi uccisi tra maggio e luglio davanti ai centri americani-israeliani di distribuzione del cibo.

Anas ha fatto vedere al mondo l’immagine dei bambini scheletrici, dei loro corpi ormai pelle e ossa. Quelle immagini hanno cominciato a girare per il mondo e hanno fatto scattare le minacce dell’esercito israeliano. Quanti giornalisti italiani hanno fatto il suo nome? Quante trasmissioni televisive italiane hanno parlato di lui? Ignorare ed escludere le voci dei giornalisti palestinesi dal dibattito pubblico contribuisce a cancellare e disumanizzare tutta la popolazione palestinese, proprio mentre sta subendo uno sterminio. I leader europei sanno per certo che il governo israeliano continuerà a usare la fame come arma di sterminio, finché gli Stati Uniti non interromperanno i sussidi militari e finché loro stessi non sospenderanno l’accordo di associazione con Israele. Nonostante questo, si limitano a dichiarazioni di mera circostanza, una performance, per contenere la rabbia della pubblica opinione.

La missione dei media, nel mezzo di questa ignavia della politica, non è quella di mantenere equidistanza. Ci può forse essere equidistanza fra il consentire un genocidio e l’impedirlo? La missione è quella di dire ai cittadini tutte le verità, anche le più scomode purché siano verità, affinché la pubblica opinione possa formarsi una sua consapevolezza e agire per salvare vite umane, facendo pressione sulla politica. Se i media si fingono equidistanti, allora stanno coprendo il genocidio.

Israele sta cercando di distruggere le prove del più grande crimine di questo secolo e di eliminare tutti i testimoni, i veri custodi di un’enorme quantità di informazioni e testimonianze. I primi a recarsi sui luoghi del massacro, a ricostruire l’identità delle vittime degli attacchi. Tutte testimonianze su cui Israele vuole far calare il blackout mediatico. Se il mestiere che facciamo ha ancora un senso noi giornalisti abbiamo il dovere di onorare il sacrificio dei colleghi e colleghe palestinesi, rompere il blackout mediatico e collaborare con loro, coinvolgendoli nel dibattito pubblico prima che sia troppo tardi.