di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 8 febbraio 2025
In tutte le carceri italiane ci sono sezioni femminili e maschili ma solo alcuni penitenziari - come quello di Venezia Giudecca - è esclusivamente femminile. Ma si tratta di detenute adulte. L’unico Istituto penitenziario per minorenni (Ipm) destinato solo alle ragazze è dal 2010 quello di Pontremoli, in provincia di Massa Carrara, una piccola struttura (17 posti) che ospita le giovani provenienti da tutte le regioni settentrionali tra cui il Piemonte che, prima della sua apertura, venivano ristrette al “Ferrante Aporti” di Torino. Alle ragazze di Pontremoli è dedicato un libro che Mario Abrate, per molti anni direttore dell’Ufficio di Servizio sociale per Minorenni di Torino, ha scritto per raccontare “la sua esperienza umana e professionale” di direttore dell’Ipm di Pontremoli per 5 anni, prima della pensione dopo 40 anni dedicati alla giustizia minorile.
È un libro che si legge tutto d’un fiato - come evidenziano Ennio Tomaselli, giudice minorile torinese nella prefazione l’introduzione e Monica Cristina Gallo, garante dei detenuti del Comune di Torino nella postfazione. Pagine che raccontano storie delle anime tormentate di Jennifer, Jessica, Sara, Anna, Miriam, Violeta, Kristina, Nicoletta - alcune delle ragazze ristrette - e di Giulia, la loro giovane educatrice che vive un altro tormento: quello di cercare di stare accanto e di rieducare giovani (perché quello, come recita l’art.27 della Costituzione, è il fine della pena) che fin da bambine sono naufraghe in un mare di fragilità.
Perché, come traspare dalle considerazioni del direttore che riporta la frustrazione di chi lavora con i minori detenuti (persone in formazione), non è merito nostro se “loro sono dentro e noi fuori”, come spesso ripete Papa Francesco raccontando delle sue visite ai carcerati di Buenos Aires e il rumore dei cancelli che si chiudevano dietro le sue spalle quando usciva per tornare in Arcivescovado. E leggendo il libro di Abrate - strutturato come una sorta di colloquio fra il direttore e le ragazze che gli sono affidate - sorge spontanea una riflessione.
Proviamo - noi che stiamo leggendo le storie delle ragazze recluse - a domandarci: se fossi nato in una famiglia di camorristi, in un campo Rom, in un villaggio africano dove non sono sicuro di mangiare tutti i giorni e l’unica speranza è raggiungere l’Occidente con un barcone, cosa sarei diventato/a? Vero è che tutti noi abbiamo la facoltà di scegliere tra il bene e il male ma è più complicato, come diceva don Bosco, se diventi “discolo e pericolante” perché non hai avuto famiglia e nessun punto di riferimento adulto “sano”. Ecco le ragazze di Pontremoli, potrebbero essere nostre figlie.
Mario Abrate, “Le ragazze di Pontremoli”, prefazione di Ennio Tomaselli, postfazione di Monica Cristina Gallo. Impremix Edizioni 2024, 124 pagine, 15 euro.











