di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 luglio 2025
Per la retorica del governo, il pugno di ferro contro i migranti che sbarcano dal mare e i decreti flussi record per farli arrivare in aereo sono parte di uno stesso piano. “Decidiamo noi chi entra in Italia”, ripete Giorgia Meloni. In quest’ottica il sostegno ai regimi che torturano i rifugiati, la persecuzione delle navi ong, i centri in Albania contrari alle norme sovraordinate sarebbero coerenti con l’apertura ad altri 500mila ingressi regolari di lavoratori stranieri.
In realtà l’unico punto di incontro tra i due piani è l’interesse dell’esecutivo. Il primo piano serve a dire agli elettori della destra: stiamo facendo quello per cui ci avete votato, diamo seguito alle crociate anti-migranti che alimentavamo dai banchi dell’opposizione. Il secondo piano risponde invece ai bisogni della struttura economica e demografica del paese. Perché, chiusi i social network e spente le televisioni, restano gli imprenditori - specie quelli amici e finanziatori - che non trovano manodopera.
La sola coerenza tra i due piani è l’obiettivo della maggioranza di sfruttare l’immigrazione sia come capitale politico, fomentando il razzismo e la percezione di insicurezza che si traducono in misure liberticide per stranieri e italiani, sia come manodopera da ricattare attraverso il nesso tra permanenza e lavoro. Il vero marchio distintivo della legge Bossi-Fini che nessuno vuole superare: perché quando un migrante viene licenziato rischia di essere deportato e questo lo spinge ad accettare ogni condizione di impiego, a ingoiare qualsiasi sopruso.
Poco più di un anno fa, Banca d’Italia ha pubblicato un report secondo il quale nel 2040 potrebbero esserci 5,4 milioni di persone in età da lavoro in meno: il Pil calerebbe del 13%. I dati del rapporto annuale dei servizi segreti sono ancora più allarmanti. A palazzo Chigi conoscono bene questi numeri. Sanno che i circa 90mila sbarchi registrati mediamente ogni dodici mesi negli ultimi dieci anni hanno un impatto minimo sul problema. Anche perché molti stranieri poi continuano il viaggio verso altri paesi. Il governo sa anche che se si realizzasse davvero il milione di ingressi previsti dai decreti flussi meloniani (tra il triennio scorso e quello a venire) sarebbe comunque insufficiente a colmare il gap.
E in più non si realizza perché in concreto gli ingressi reali sono una minima percentuale di quelli annunciati. Il fallimento dipende solo in parte da truffe e organizzazioni criminali, che pure sulle frontiere fanno business. La causa vera è che il decreto flussi è strutturalmente incapace di rispondere alle due esigenze che dovrebbero incrociarsi, le richieste di emigrare e le richieste di forza lavoro immigrata. L’incontro virtuale tra domanda e offerta di impiego è un’ipotesi teorica che negli anni è stata sempre smentita dalla pratica.
Altre strade percorribili ci sarebbero: dall’istituto dello sponsor, che in Italia permetteva l’arrivo di cittadini stranieri attraverso un garante già presente sul territorio nazionale, a meccanismi di regolarizzazione permanente che renderebbero possibile per chi vive e lavora in questo paese di uscire dalla clandestinità.
Perché le persone sono sempre le stesse e l’unica differenza è la possibilità o meno di ottenere un documento. Tanto che l’Italia concede le quote per i flussi solo ai paesi che accettano i rimpatri. Tanto che in agricoltura sono occupati senza documenti tantissimi cittadini stranieri che vengono dagli stessi paesi per cui poi si stabiliscono le quote di ingresso.
Ben vengano allora maggiori arrivi regolari, magari reali. È però necessario rispondere anche ai bisogni di chi sbarca come può. In primo luogo attraverso un sistema di accoglienza sottratto al ministero degli Interni e inserito in quello del Lavoro e delle politiche sociali. Per dare un’opportunità concreta ai nuovi concittadini, con servizi di qualità, percorsi di inserimento sociale, istruzione qualificata. E poi con misure di welfare veramente universali.
Si creerebbe così un indotto di lavoro dignitoso per tante figure professionali - insegnanti, formatori, psicologi, operatori - che in Italia sono costrette ad affrontare ogni giorno precarietà e disoccupazione. Sarebbe un ottimo modo per ridurre i fenomeni di marginalità e le tensioni tra migranti e residenti. Per dimostrare che l’immigrazione, tutta, è un’opportunità per tutti. Ma a quel punto su cosa costruirebbe il suo consenso la destra?











