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di Igor Cipollina

Gazzetta di Mantova, 5 settembre 2025

Marcello Bortolato sollecita il percorso riparativo: “Attraverso l’intervento di un mediatore, la vittima può liberarsi dalla tirannia del dolore e il colpevole cambiare il suo sistema di valori”. La sfida è culturale. Anzi, sentimentale, perché ha che fare con la materia incandescente delle emozioni e con l’impasto mutevole delle relazioni. La questione interpella il valore stesso dell’umanità. Da un lato c’è la vendetta di Stato, che priva (legittimamente) i condannati della propria libertà. Dall’altro, “l’idea di curare il male senza produrre altra sofferenza”, il fulcro della giustizia riparativa. La sfida (a lungo termine) è di affrancarsi dalla logica attuale, che riduce la pena alla sua componente vendicativa, per recuperare il principio costituzionale della rieducazione del condannato.

E chissà che un giorno la giustizia riparativa non diventi alternativa a quella tradizionale, fondata sul processo e sul carcere. “Per il momento accontentiamoci del riconoscimento della giustizia riparativa come percorso parallelo” invita il magistrato Marcello Bortolato, già componente di due commissioni ministeriali di riforma dell’ordinamento penitenziario, che oggi presiede il Tribunale di sorveglianza di Firenze e in passato ha lavorato anche a Mantova.

Se la sfida della giustizia esige tempi lunghi per uno slittamento di prospettiva, quella di appassionare il pubblico di Festivaletteratura a un tema difficile, pieno di spigoli e buche, può già dirsi vinta. Affollato, l’evento nel cortile di Palazzo San Sebastiano, alle due e mezza di un giovedì pomeriggio di sole pieno. Tanti magistrati e avvocati, dipendenti dell’Ufficio di esecuzione penale esterna, referenti del laboratorio Nexus, volontari in carcere e tantissimi cittadini comuni, sull’orlo delle emozioni. Sospesi tra l’istinto della vendetta e la consapevolezza - mediata dalla ragione - che chiudere i condannati in carcere, e buttare via la chiave, non può essere la soluzione. Ecco perché il tema interroga tutti quanti.

A orientare le risposte di Bortolato - autore insieme al giornalista Edoardo Vigna del recente saggio “Oltre la vendetta” (Laterza) - sono le domande di Verdiana Benatti, suzzarese, docente di lettere e co-autrice del podcast “Fuori formato”, che racconta l’esperienza del Circolo di lettori della Dozza, nato sette anni fa per condividere il piacere della lettura con i detenuti della Casa Circondariale di Bologna. Assente giustificato, Lorenzo Sciacca - il Milanese del fortunato podcast di Rai Play Sound - rapinatore seriale che nella giustizia riparativa ha trovato il suo riscatto.

Il malinteso del perdono - Di cosa parliamo quando ci riferiamo alla giustizia riparativa, riconosciuta con una legge dello Stato nel luglio del 2023? La prima domanda va dritta al bersaglio della questione. “È un tema difficile e misconosciuto, a cui spesso i giornali si riferiscono per sottrazione - osserva Bortolato - La giustizia riparativa è uno strumento che, attraverso l’intervento di un mediatore, consente alle persone coinvolte in una vicenda penale di risolvere alcune questioni connesse a tale vicenda. Quale questioni? Siamo nel campo delle emozioni, dei sentimenti di rabbia, paura e vergogna che nel processo penale non trovano espressione”.

Non c’entrano il perdono né la compassione - avverte il magistrato - “la giustizia riparativa non cancella il dolore, ma offre un’alternativa alla vendetta, consentendo alla vittima e al reo, o presunto tale, di confrontarsi rispetto al dolore reale”. Se il percorso va a buon fine, approdando a un accordo, la vittima può affrancarsi dalla “tirannia del dolore”, come la definisce Agnese Moro, dallo schema di sofferenza nel quale spesso la giustizia tradizionale la incasella. Mentre per il reo, o presunto tale, si apre l’opportunità di un cambiamento del proprio sistema di valori. L’accordo? Può tradursi anche solo in una lettera di scusa. L’importante è il percorso.

Perché ciò avvenga, attraverso un processo volontario, occorre esercitare “la caparbia volontà di umanizzare l’avversario” espressa da Nelson Mandela che, dopo 27 anni di carcere, promosse quello che ad oggi resta “il più grande esempio di giustizia riparativa della storia”, messa in campo per archiviare la pagina feroce dell’apartheid in Sudafrica. Rispetto alla nostra giustizia riparativa, la Commissione per la verità e la riconciliazione definì un percorso alternativo alla giustizia tradizionale, concedendo la grazia a chi accettò di collaborare.

Nel nostro ordinamento sono previsti soltanto dei singoli punti di contatto, “con qualche minimo beneficio nel processo penale”, ma il principio dell’umanizzazione è lo stesso. Vittima e reo sono sollecitati a immedesimarsi reciprocamente l’una nell’altro, sedendo dalla stessa parte del tavolo, alla presenza di un mediatore equiprossimo, che, a differenza del giudice, non sta sopra il conflitto, ma ci si cala dentro. Come nelle società arcaiche, dove le questioni si risolvevano nel perimetro della comunità. In fondo, ricorda Bortolato, il carcere è un’invenzione della modernità, 250 anni fa. Questione di abitudine.