di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 25 aprile 2026
Il governo Meloni vanta la durata come fattore di stabilità, ma massima instabilità mostra sulla sicurezza. Un settore delicatissimo: sicurezza vuol dire prevenzione e repressione dei reati, non meno che tutela dei diritti e delle libertà delle persone. In barba a proclami di garantismo e di depenalizzazione assistiamo a un vorticoso affollarsi di nuovi reati e di pene più elevate. Mai e in nessun luogo più pene e più carcere producono più sicurezza. Gli Usa di “law and order” e della pena di morte hanno un tasso di carcerazione dieci volte tanto la media europea e un tasso di omicidi volontari cinque volte superiore.
Dovremmo parlare di Decreti/insicurezza: ora siamo al IV, questa volta accompagnato da un IV bis. Il Dl Insicurezza IV, nel testo originario (vedi fermo preventivo di polizia), sfida pericolosamente la Costituzione e nel testo definitivo di conversione in legge la viola manifestamente. In questo modo si festeggia il 23 aprile, Settantesimo anniversario della prima udienza della Corte Costituzionale, e ci si prepara al 25 aprile. La Festa della Liberazione, pare si debba ricordarlo, non è la Commemorazione dei defunti, ove pietas è per tutti i caduti, anche quelli della parte sbagliata. È la Festa della Liberazione dal nazi-fascismo, Liberazione presupposto della Costituzione della democrazia.
Il Presidente della Repubblica viene messo nella situazione di “firmare” un testo di legge per certi aspetti manifestamente incostituzionale, ma contestualmente un Decreto-legge bis che cerca di vanificare quelle disposizioni. Esito di un assommarsi di storture. L’abuso di Decreti-legge in spregio ai rigidi tre paletti dell’art. 77 Costituzione “straordinarietà, necessità, urgenza” non è purtroppo cosa nuova, ma qui si è scavato ulteriormente il fondo. La gestazione del Decreto “urgente” ha richiesto quasi l’intero mese di febbraio, tra le prime bozze e il testo pubblicato infine in Gazzetta Ufficiale, in più punti fondamentali rabberciato a seguito, si disse, della moral suasion del Presidente. Lo “scudo penale” per le forze di polizia diveniva un inutile nuovo registro/ bis nelle Procure, rimaneva non più manifestamente incostituzionale, ma certo pericolosamente ai limiti il fermo preventivo di polizia.
La Costituzione, sempre all’art. 77, sottolinea la “provvisorietà” del Decreto-legge imponendo al governo la presentazione “il giorno stesso per la conversione alle Camere, che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”. Al rispetto formale della tempistica è seguito uno stanco iter di trattazione al Senato, che si è concluso al limite dei sessanta giorni con il blitz di due inopinati emendamenti. Una “paghetta” di 615 euro offerta alla nuova figura di avvocati/agenti ausiliari della remigration, se incentivano lo straniero al rimpatrio volontario. Viene sfidata la Costituzione nei due fondamentali principi dell’art. 24 “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati, ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”. Non basta la paghetta al “remigrator ausiliario”, ma viene limitato l’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dell’espulsione.
Alla sollevazione di giuristi, professori, avvocati, magistrati si replica che non vi è tempo per modifiche, perché altrimenti il Dl, non convertito nei termini, decadrebbe. Ma sarebbe proprio la conseguenza della tempistica imposta dalla maggioranza, nel ritardo iniziale e nella accelerazione finale. Ora si tenta di far passare il Dl correttivo come mero “aggiustamento tecnico”. La “paghetta” non sarà solo per gli avvocati, ma anche per tutti i soggetti che forniscano assistenza allo straniero nella richiesta di rimpatrio volontario e sarà riconosciuta a conclusione del procedimento indipendentemente dalla effettiva partenza del migrante. Non è più coinvolto nel pagamento il Consiglio Nazionale Forense, vertice istituzionale dell’avvocatura. Si cerca di superare la “manifesta” incostituzionalità, ma rimane lo sfregio al ruolo costituzionale del difensore, pagato non per assistere una persona in una procedura proponendo la scelta più favorevole, ma quella auspicata dal governo. Immutata l’odiosa discriminazione che limita l’accesso al gratuito patrocinio per chi fa una scelta diversa opponendosi all’espulsione.
Rimane una somma di pasticci e storture ai danni della Costituzione e la Corte Costituzionale sarà probabilmente chiamata a pronunciarsi sul testo così rabberciato. Davvero un bel modo di celebrare i settant’anni della Corte e l’ottantunesimo Anniversario della Liberazione.











