di Errico Novi
Il Dubbio, 26 giugno 2026
La riforma dovrebbe entrare in vigore il 28 febbraio: toghe pronte a dar battaglia alla vigilia delle Politiche. L’Anm può cedere o voltare pagina su molte cose. Lo ha fatto sul protagonismo mediatico dei pm, con le linee guida sulla comunicazione dei magistrati che, di fatto, disincentivano il narcisismo iperbolico delle Procure. Sembra, la magistratura, pronta a cambiare passo, con un’altra autoriforma del Csm, anche sulle pagelle (più propriamente, le “valutazioni di professionalità”) clamorosamente appiattite, da lustri, tutte verso l’eccellenza.
Ma c’è una cosa su cui l’Anm non può concedersi alcuna autocritica, ed è la subordinazione dei gip allo strapotere dei pm. Non può ammettere l’esistenza del fenomeno, il sindacato dei magistrati, non può lasciar cadere quella linea di fronte, perché inevitabilmente ammettere che sì, arresti e intercettazioni vengono autorizzate dai giudici quasi a occhi chiusi, equivarrebbe a riconoscere che la separazione delle carriere aveva ottime ragioni. E riaprirebbe, almeno virtualmente, il dibattito sull’intera riforma costituzionale della magistratura. Compreso il sorteggio: compreso cioè lo spauracchio che avrebbe provocato la fine delle correnti per come oggi le conosciamo.
Si spiega così il muro di gomma alzato due giorni fa dal presidente Anm Giuseppe Tango nella propria audizione al Senato sulla legge di conversione del decreto che, fra le altre cose, rinvia al 28 febbraio 2027 l’entrata in vigore del gip collegiale. Non solo il leader del sindacato ha detto che procrastinare l’efficacia della riforma era l’unica scelta possibile, ma ha anche aggiunto che la legge secondo cui le richieste di misure cautelari in carcere dovranno essere valutate non più da un gip monocratico ma da un collegio di tre giudici andrebbe riconsiderata del tutto, a meno che “questi mesi non vengano utilizzati per realizzare un piano di ampliamento significativo delle piante organiche”. E la vera arma letale, Tango l’ha sganciata quando ha detto che, organici invariati, la norma sui tre giudici cautelari al posto di uno comprometterebbe le indagini sui “reati mafiosi” e da “codice rosso”. Criminalità organizzata e femminicidi: le due parole, che, da sole, bastano a paralizzare anche i virtuosi della breakdance.
Da una parte l’altolà delle toghe alla riforma è comprensibile. Come ha subito notato ieri il capogruppo di FI alla Camera Enrico Costa, dietro c’è anche la pressione della magistratura requirente, che vorrebbe “vedersi accogliere in modo automatico le richieste cautelari, come accade nella stragrande maggioranza dei casi”. Meno scontata è la soluzione per la quale, alla fine, opteranno la maggioranza di centrodestra e il governo Meloni. È vero che, come più volte ribadito dai due principali sponsor della riforma, il ministro Carlo Nordico e il suo vice Francesco Paolo Sisto, entro fine 2026 saranno immessi in organico 1.600 nuovi magistrati. Quell’iniezione di forze fresche nei tribunali più piccoli dove, come ha protestato ancora l’altro ieri Tango, le sezioni gip sono composte da due o al massimo tre giudici, sarebbe possibile. Ed è anche vero che l’avvocatura sul punto è determinatissima: il Cnf ha condiviso la decisione di rinviare l’entrata in vigore dal 25 agosto prossimo, data fissata da tempo, a fine febbraio 2027, a fronte dell’impegno governativo a non lasciare la riforma definitivamente ferma ai box. E nei giorni scorsi peraltro, anche l’Organismo congressuale forense è intervenuto a propria volta, e ha chiesto in una nota di non andare oltre: non è sopportabile, ha fatto notare l’Ocf, che “la tutela della libertà della persona sia soccombente rispetto a problemi organizzativi”.
Anm da una parte e avvocatura dall’altra, dunque. Che farà il governo? Il rischio è legato al timing: entrata in vigore al 28 febbraio vuol dire che la mina di un nuovo conflitto con le toghe potrebbe deflagrare a meno di un mese e mezzo dalle Politiche, la cui data più probabile, al momento è l’11 aprile 2027. Se l’Anm decidesse di avviare una crociata bis, in replica a quella condotta con successo nella terra santa delle carriere separate, non si può escludere che riesca a catalizzare di nuovo un consenso trasversale, magari proprio attorno a un “No alla riforma che paralizza i processi di mafia e femminicidio”. Riecco il No, il più grande partito di massa che sia mai nato in Italia dopo il fiorire del Movimento 5 Stelle.
Il centrodestra rischierebbe di trovarselo ricompattato a poche settimane dal voto. Di dover fronteggiare un’onda di insensato sdegno (insensato quanto nutrito da mistificazioni è stato il No referendario) e di pagarne a carissimo prezzo lo scotto nelle urne. Stavolta il rischio è di perdere il governo in favore del centrosinistra.
Dalle parti del Campo largo già intuiscono la straordinaria opportunità di replicare l’alleanza referendaria fra sinistra e magistratura. Non a caso mercoledì a fare eco alle parole di Tango, è stata la senatrice Enza Rando, responsabile dem per la Legalità e la lotta alle mafie: “Il presidente Anm conferma i rilievi critici che avevamo espresso sull’introduzione del gip collegiale”, ha dichiarato la parlamentare del Pd, “siamo di fronte a un rischio concreto di rallentamento delle procedure cautelari e, conseguentemente, di indebolimento degli strumenti di prevenzione e contrasto dei reati mafiosi”.
Quello che, salvo spericolate riforme elettorali, si avviava a essere un pareggio, potrebbe diventare un trionfo per l’attuale opposizione. Uno scenario raggelante, per il centrodestra. Che ora dovrà scegliere: sfidare il rischio di una nuova onda del No o cedere all’Anm e rimangiarsi la riforma.










