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di Riccardo Luna

Corriere della Sera, 8 aprile 2025

Mentre eravamo concentrati sul dilagare delle fake news su Facebook, l’algoritmo del social fotografico ha “imparato” ad attrarre l’attenzione di giovani e giovanissimi. La rabbia, su di loro, non funziona. Per conquistare quella generazione si doveva puntare sul corpo nel momento della vita in cui si trasforma ogni giorno. E la salute mentale è finita in secondo piano.

Un algoritmo che ha come scopo principale, anzi assoluto, alzare l’engagement degli utenti, ha portato nel tempo a mostrare agli utenti più anziani solo contenuti che facessero leva sulla insicurezza e quindi sulla paura; mentre per il ceto medio impoverito si è puntato su rabbia e risentimento. E questo ha alimentato un populismo che altrimenti non avrebbe avuto tanta forza; ed ha creato un bisogno di protezione, una emergenza sicurezza, che è comprensibile ad una certa età ma non si basa su dati reali. La paura e la rabbia non funzionano però sui giovani e sui giovanissimi, serviva altro. Come alzare l’engagement degli adolescenti, come renderli dipendenti dalla piattaforma e attivare microdosi di dopamina ogni volta che ci ritornano esattamente come accade con una slot machine?

Lo ha scoperto un algoritmo di intelligenza artificiale, ovviamente, analizzando il comportamento dei ragazzi online eppure era semplice: puntare sul corpo nel momento della vita in cui si trasforma ogni giorno, quando siamo crisalidi in attesa di diventare farfalle; puntare sul corpo facendo leva sulle nostre vulnerabilità, sulle nostre paure; e anche sul fatto che in quella età il cervello non è ancora del tutto sviluppato e questo rende gli adolescenti più dipendenti dal giudizio altrui. Il risultato è stato dare implicitamente, attraverso i post mostrati, l’obiettivo di un corpo magro, magrissimo, per le ragazze; e di un corpo muscoloso, ai limiti dei doping, per i ragazzi.

Quando abbiamo capito che i nostri figli stavano male, anzi che stavano sempre peggio, quando li abbiamo visti isolarsi, deprimersi, spegnersi a volte, invece della luna abbiamo guardato il dito. All’inizio abbiamo pensato che fosse tutta colpa dello screen time. Ce la siamo presa con il troppo tempo che i ragazzi trascorrevano (e ancora trascorrono) fissando lo schermo del proprio smartphone invece di uscire, relazionarsi fisicamente con gli altri, giocare e, persino, parlare con noi. Intendo, parlarci un po’ di più del dialogo standard a cui molti genitori si sono rassegnati: “Come stai?” “Bene”. “Che hai fatto?” “Niente”. Amen.

Del resto dopo il Covid - e i lockdown e la Dad (la didattica a distanza) - nella nostra parte di mondo lo screen time degli adolescenti si era moltiplicato di due o tre volte arrivando a superare le otto ore al giorno negli Stati Uniti (nell’Unione Europea siamo attorno a sei). Anche il malessere dei giovani sembrava peggiorato in egual misura e come al solito, quando notiamo una correlazione fra due fenomeni, abbiamo concluso che ci fosse un rapporto di causa ed effetto. Allora abbiamo reagito: dobbiamo ridurre lo screen time!, abbiamo detto, salvare i nostri figli dalla tecnologia che gli abbiamo dato in mano troppo presto. E sono iniziate estenuanti battaglie in casa e nelle scuole: spegni quel cellulare, dammi il cellulare, se non vai bene a scuola te lo levo per sempre, ora basta, è vietato!

Come se il problema, la causa della “generazione ansiosa” documentata dallo psicologo americano Jonathan Haidt nei suoi libri, fosse il tempo passato davanti allo schermo. E non cosa ci guardano in quello schermo. Diciamolo meglio: quello che l’algoritmo decide che guardino per far sì che non facciano altro nella vita. E alcuni hanno invocato, o preteso, il divieto degli smartphone ai ragazzini come se, a volte, quello spazio digitale non fosse diventato contemporaneamente il loro veleno quotidiano ma anche - una sorta di balsamo lenitivo, uno spazio protetto, qualcosa che serve a tenere lontano un mondo che deve apparire loro, non senza ragione, sempre più ostile, sempre meno accogliente. Un mondo che per la prima volta, forse, sembra aver perso una delle tre dimensioni temporali che danno un senso alla vita: il futuro. Ma se il mondo appare senza futuro, meglio infilarsi dentro uno smartphone, no?

Di chi è davvero la colpa di questa “epidemia di tristezza”? Dei genitori che non sono stati capaci di resistere all’obiezione “tutti i miei amici ce l’hanno” posta dal figlio, a volte di nove o dieci anni, quando pretende il primo smartphone? O degli insegnanti che non sentono di avere l’autorità per farlo spegnere in classe e che fanno lezione cercando invano di conquistare l’attenzione di ragazzi che sono fisicamente lì ma sono anche altrove? Oppure dei ragazzi stessi? A giudicare dagli scontri, a volte anche fisici, che si sono registrati nelle famiglie e nelle scuole, gli adulti tendono a dare la colpa ai ragazzi ma è un errore.

Durante un’intervista all’emittente tv Cnn, Vivek Murthy, ai tempi Surgeon General, la più alta autorità sanitaria degli Stati Uniti dopo il ministro della Salute, ha descritto perfettamente la partita che si gioca ogni giorno, in ogni istante, dentro lo smartphone di ogni adolescente: “Da una parte abbiamo i migliori designer e i migliori sviluppatori del mondo che hanno realizzato prodotti digitali in modo da essere certi che le persone passino sempre più tempo su queste piattaforme. E dall’altra, abbiamo i ragazzini. E se diciamo a un ragazzino: “Usa la tua forza di volontà per limitare il tempo che passi sui social media”, stiamo mettendo quel ragazzino da solo contro i più bravi progettisti e sviluppatori del mondo”. Morale: non potrà vincere mai. E infatti il Surgeon General, peraltro un giovane progressista illuminato, aveva concluso: “That’s just not a fair fight”, è una partita truccata.

Era il 23 gennaio 2023. Qualche giorno prima il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva preso una iniziativa sorprendente: aveva scritto una lettera aperta al quotidiano Wall Street Journal per chiedere ai democratici e ai repubblicani di unirsi “per fermare gli abusi di Big Tech” e, in particolare, il fatto di “promuovere contenuti che minacciano la salute mentale e la sicurezza dei nostri bambini”. “Io sto facendo il possibile”, aveva scritto il presidente, ma tocca a voi fare le leggi. Tre i problemi citati: l’abuso sistematico dei dati personali degli utenti; la responsabilità per i danni causati dagli algoritmi; e la straordinaria concentrazione di potere e ricchezza nelle mani di pochi. Era una dichiarazione di guerra che puntava a smontare il modello di business divenuto ormai tossico della Silicon Valley. Quando ci siamo meravigliati perché quasi tutti i capi di quelle grandi aziende tecnologiche si sono schierati con Donald Trump in campagna elettorale - e perché erano al suo fianco il 21 gennaio scorso, il giorno del giuramento - avremmo dovuto ricordarci di quando Joe Biden provò a sfidare Big Tech e nessuno nel Congresso lo prese sul serio. Ma neanche noi, in fondo. Chissà perché. Dovette sembrarci la tirata di un anziano signore incapace di capire “le meraviglie della rete”. Una cosa a cui rispondere: Ok boomer.

Ai tempi eravamo tutti, anche in Europa, concentrati a contrastare le fake news, ovvero la disinformazione che viaggia indisturbata sui social network in qualche caso con il contributo dei russi, il che rendeva la cosa più allarmante. Ci sembrava l’effetto più urgente da combattere anche perché non erano ancora uscite le moltissime ricerche che mettono in relazione diretta il malessere di una generazione con la vita digitale; e soprattutto non erano usciti i documenti interni di TikTok, Facebook e Instagram in cui si dimostra come e quando era partita la “caccia” ai ragazzini - e a volte ai bambini - per renderli dipendenti da una di quelle piattaforme (alla faccia del divieto per i minori di 13 anni, sistematicamente aggirato con un clic).

Ma chi queste cose le capiva davvero non aveva bisogno di attendere le prove. Per esempio nel 2018 l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, era volato in Gran Bretagna per andare in una scuola elementare e lanciare un grande programma per insegnare ai bambini a programmare software e - spiazzando tutti - aveva detto: “Non ho figli ma ho un nipote e gli ho imposto regole precise sull’uso della tecnologia… C’è una cosa che non consentirei mai ai ragazzini: non devono usare i social network”.

Lo stesso concetto era stato espresso in maniera più brutale anche da un ex vice presidente di Facebook, Chamath Palihapitiya, che era stato assunto nel 2007 per occuparsi della “crescita degli utenti”. Aveva lasciato quattro anni dopo e nel 2017 aveva detto di sentirsi “terribilmente in colpa” per quello che aveva contribuito a creare e di aver vietato ai suoi figli di usare “quella merda”. That shit, letterale.

Erano piuttosto numerosi in quei mesi gli ex dirigenti di Facebook che esprimevano rincrescimento e preoccupazione per la deriva che aveva preso un progetto che doveva “connettere il mondo e renderlo migliore”. Il più noto era Sean Parker: era stato il “fratello maggiore” che aveva affiancato Mark Zuckerberg quando “thefacebook” aveva appena cinque mesi e, forte della sua esperienza a Napster (la piattaforma pirata che per un po’ consentì a chiunque di scaricare musica illegalmente), lo aveva aiutato a trasformare il progetto di uno studente di college in una vera azienda (prima di lasciare nel 2005 in circostanze abbastanza misteriose). Ecco, in quei giorni del 2017 anche Sean Parker era emerso dall’oblio dorato in cui viveva per dire una frase spaventosa: “Solo Dio sa quello che i social stanno facendo al cervello dei nostri figli”. Solo Dio e Mark. C’era da rabbrividire.

Tutti questi discorsi non avevano però intaccato minimamente la crescita tumultuosa dei social network; nè avevano indotto qualcuno a pretendere che ci fosse una maggiore cautela verso i giovanissimi. La reazione ufficiale era stata: sopire, troncare, minimizzare. Gli ex dirigenti di Facebook, ci dissero, erano mossi dal rancore per non far più parte di un progetto di enorme successo. Quanto a Tim Cook, la sua uscita era facile da spiegare: Apple ha un modello di business diverso dai social, vende smartphone e personal computer, non si alimenta dell’engagement degli utenti; ecco perché Tim Cook li attacca e sbandiera la privacy ad ogni occasione. Se lo può permettere.

In realtà anche la Apple aveva avuto un ruolo, sebbene involontario, in questa vicenda della dipendenza dei giovanissimi dai social network. Secondo i dati citati dal professor Jonathan Haidt infatti, l’epidemia di ansia negli Stati Uniti ha inizio in un momento preciso: attorno al 2010. Le cause del disagio sono anche sociali (in breve: un nuovo assetto familiare con due genitori che lavorano e i figli affidati ai nonni da cui discende un desiderio eccessivo di protezione che ha ridotto l’autonomia e il gioco dei bambini). Ma restando al fronte tecnologico nel 2010 accaddero due cose importanti che ebbero effetti che nessuno lì per lì poteva immaginare. La prima fu l’introduzione di una fotocamera anteriore negli smartphone: ispirandosi a quanto fatto nel 1999 in Giappone su un oscuro telefonino (il Kyocera Visual Phone VP-210), Steve Jobs aveva portato questa innovazione sull’iPhone 4 che, anche grazie a questa novità, ebbe subito un enorme successo (nei primi tre giorni ne vennero venduti quasi due milioni di esemplari). L’idea di Jobs era consentire di fare videochiamate con Facetime ma la tecnologia, come spesso accade, prese una strada diversa. A cosa serviva davvero quella seconda fotocamera lo capimmo un paio di anni più tardi, quando l’Oxford Dictionary scelse la parola del 2013. Erano nati i selfie.

La seconda novità fu un nuovo piccolo social network che metteva al centro di tutto non le parole ma la condivisione delle foto: Instagram. Su quella app i selfie, con o senza filtri, dilagarono. All’inizio Instagram era abbastanza innocuo e rispetto alla comunicazione scritta e verbosa di Facebook, era bello e solare (infatti di solito condividiamo infatti solo momenti di felicità, albe e tramonti, cose così). Ma nel 2012 le cose cambiarono: Instagram venne comprato da Facebook per una cifra che a molti parve clamorosa viste le dimensioni ridotte della startup, un miliardo di dollari. L’affare si era chiuso in appena due mesi: Mark Zuckerberg si era deciso a farlo perché pensava che, crescendo, “Instagram ci può fare molti danni”; il principale fondatore, Kevin Systrom, era contrario a vendere ma aveva deciso di sedersi a trattare perché temeva che altrimenti “Mark” sarebbe entrato “in modalità distruttiva” e li avrebbe fatti a pezzi. E così nel giro di qualche settimana aveva ceduto il controllo della società restando formalmente in sella fino al 2018.

Allora tutta l’azienda stava dentro un appartamento: aveva appena tredici dipendenti, trenta milioni di utenti e non faceva un solo dollaro di fatturato. Ma Zuckerberg aveva la vista lunga: quello era il social perfetto per il mercato dei giovani e dei giovanissimi al quale puntava. Nei primi tre anni gli utenti decuplicarono, passando a 300 milioni, ma la vera svolta ci fu nel 2016. Come sappiamo quello fu l’anno dell’arrivo di TikTok e del suo potente algoritmo di raccomandazione dei contenuti. Temendo di perdere terreno fra i giovani, Zuckerberg decise di portare a compimento l’integrazione di Instagram con il “modello Facebook” che aveva in mente fin dal primo giorno ma sul quale Systrom opponeva resistenza. Assieme ad un nuovo logo e ad un nuovo design della app, venne introdotto il “feed algoritmico”: gli utenti da allora non avrebbero più visto i post degli amici in ordine cronologico, e quindi neutrale, ma in base ad un ordine che, ormai lo sappiamo, punta ad alzare l’engagement, l’interazione con i contenuti.

Questo passaggio va spiegato bene perché può sembrare banale o addirittura opportuno (“guardo quello che mi interessa, che male c’è”) e invece non lo è. Un algoritmo che ha come scopo principale, anzi assoluto, alzare l’engagement degli utenti, ha portato nel tempo a mostrare agli utenti più anziani solo contenuti che facessero leva sulla insicurezza e quindi sulla paura; mentre per il ceto medio impoverito si è puntato su rabbia e risentimento. E questo ha alimentato un populismo che altrimenti non avrebbe avuto tanta forza; ed ha creato un bisogno di protezione, una emergenza sicurezza, che è comprensibile ad una certa età ma non si basa su dati reali. La paura e la rabbia non funzionano però sui giovani e sui giovanissimi, serviva altro. Come alzare l’engagement degli adolescenti, come renderli dipendenti dalla piattaforma e attivare microdosi di dopamina ogni volta che ci ritornano esattamente come accade con una slot machine?

Lo ha scoperto un algoritmo di intelligenza artificiale, ovviamente, analizzando il comportamento dei ragazzi online eppure era semplice: puntare sul corpo nel momento della vita in cui si trasforma ogni giorno, quando siamo crisalidi in attesa di diventare farfalle; puntare sul corpo facendo leva sulle nostre vulnerabilità, sulle nostre paure; e anche sul fatto che in quella età il cervello non è ancora del tutto sviluppato e questo rende gli adolescenti più dipendenti dal giudizio altrui. Il risultato è stato dare implicitamente, attraverso i post mostrati, l’obiettivo di un corpo magro, magrissimo, per le ragazze; e di un corpo muscoloso, ai limiti dei doping, per i ragazzi.

Il ragionamento è inevitabilmente schematico ma è sostanzialmente corretto. Come funziona lo ha dimostrato nel 2021 un senatore americano, Richard Blumenthal il quale, senza saperlo, ha ripetuto un test che a Instagram avevano già fatto e che poi avevano nascosto in un cassetto hai visto mai che qualcuno ci ripensasse. Blumenthal ha creato un profilo falso di una ragazzina di 13 anni e ha cliccato su un contenuto che parlava di diete estreme e disturbi alimentari. “Nel giro di un giorno tutti i contenuti raccomandati parlavano di questo. Una tempesta perfetta”. Parentesi. Lo stesso meccanismo si applica a tutto: nel febbraio del 2019 un dipendente di Facebook in India creò un profilo finto che doveva seguire automaticamente solo le pagine e i gruppi raccomandati dall’algoritmo; nel giro di tre settimane la sua bacheca era piena di immagini violente e notizie false. “Ho visto più persone morte in quelle tre settimane che in tutta la mia vita”, racconterà il dipendente. Fine della parentesi.

Ma torniamo ad Instagram. Il giorno esatto in cui abbiamo scoperto ufficialmente che aveva un impatto negativo su adolescenti e bambini; e che Mark Zuckerberg lo sapeva e che, nonostante l’evidenza, è andato avanti per la sua strada, è stato il 14 settembre 2021. Quel giorno il Wall Street Journal ha pubblicato una serie di documenti interni forniti dall’ex dipendente Frances Haugen nei quali fra le altre cose si asseriva che Instagram faceva stare male tre adolescenti su dieci mentre più di una su dieci diceva che contribuiva ai disturbi alimentari (anoressia) o addirittura peggiorava gli istinti suicidi. Sul tema nel quartiere generale di Menlo Park c’erano state ben cinque ricerche in diciotto mesi e le conclusioni erano state sempre le stesse: il meccanismo della “social comparison” innescato da Instagram, il confronto estetico continuo con gli altri, stava facendo danni: “Aumenta ansia e depressione”, dicevano gli adolescenti intervistati, consapevoli del problema ma incapaci di spegnere tutto perché, lo sappiamo, “it is not a fair game”, è una partita impossibile da vincere.

E Zuckerberg che ha detto? Lo sapeva? Lo sapeva. Le carte dimostrano che quelle ricerche sono arrivate sul suo tavolo. Eppure nel marzo 2021, parlando ad una commissione parlamentare del Congresso degli Stati Uniti, dirà esattamente il contrario: “Le nostre ricerche dimostrano che l’uso di app sociali per connettersi con gli altri può avere un impatto positivo sulla salute mentale degli utenti”. Paradossalmente era vero: certo che può averlo, un effetto positivo; certo che su moltissimi utenti lo ha avuto e lo avrà. Ma il lato oscuro, il fatto di aver sempre messo il profitto davanti alla salute mentale dei più giovani, era totalmente nascosto, negato. Qui va tutto benissimo, era il messaggio urbi et orbi. E dal suo punto di vista era vero anche questo. In fondo la sua filosofia da sempre è “move fast and break things”, muoviti in fretta e pazienza se si rompe qualcosa, dopo puoi sempre chiedere scusa. La prima volta che Zuckerberg spiegò questo motto, che da sempre era stampato a caratteri cubitali sulle pareti del quartier generale, era il 2012; stava quotando in Borsa l’azienda e nella lettera ai potenziali investitori disse che lo stile hacker di fare le cose (“the hacker way”), era farle in fretta e sperimentare senza troppe cautele perché “se non rompi mai nulla vuol dire che non ti stai muovendo abbastanza in fretta”. Con il tempo questo motto è stato accantonato, ammorbidito, ma è rimasto nel modo di vedere le cose del fondatore. Attenzione: Zuckerberg non ci dice di muoverci in fretta e riparare le cose, migliorare le cose, aggiustare le cose, prendersi cura delle cose. No, dice proprio di romperle; i cocci sono effetti collaterali di un progetto più grande.

Nel 2023 Meta, nonostante le tempeste affrontate, registrerà l’ennesimo record, oltre 130 miliardi di dollari di fatturato con quasi 40 miliardi di profitti, un dato che probabilmente nel 2024 sarà di nuovo battuto. Va davvero tutto benissimo a Menlo Park. Certo qualcosa strada facendo si era rotto anche questa volta e puntuali - si fa per dire - sono arrivate “le scuse di Mark”, ormai un genere letterario per la frequenza con cui si sono ripetute. Il 31 gennaio 2024, durante un’audizione alla Commissione Giustizia del Senato dedicata alla sicurezza dei bambini online, Zuckerberg si è rivolto alle famiglie presenti in aula che avevano raccontato i danni inflitti ai loro figli dai social network, e ha detto: “Sono dispiaciuto per tutto quello che avete dovuto passare, è terribile. Nessuno dovrebbe passare attraverso le sofferenze che le vostre famiglie hanno subito”. Ma non si stava davvero scusando. Era di una calamità naturale che stava parlando, non dell’effetto di un modello di business straordinariamente profittevole ma altamente tossico. Sembrava si riferisse ad una popolazione colpita da un uragano o un terremoto non alle vittime dei suoi algoritmi. Intanto una “generazione ansiosa” era sempre più ansiosa, come se stesse vivendo con un terremoto permanente. Ma l’epicentro delle scosse non era Instagram. Era TikTok.