di Giuseppe Maria Berruti
La Stampa, 17 agosto 2020
Anni fa Giuseppe D'Avanzo scrisse che la magistratura si sarebbe autodivorata. I fatti all'attenzione della procura di Perugia, la confusione elettorale prodotta da una legge che voleva battere le correnti invece del clientelismo correntizio, il ruolo del Consiglio Superiore sempre più episodico, la perdita da parte dei magistrati di ogni stile nelle polemiche, sembrano dare ragione a quel presagio.
Con Mani pulite cadde l'immunità parlamentare. Le sopravvive oggi l'autorizzazione alla cattura. Resto dell'opinione che la cattura di un parlamentare deve essere evitata. Vi è già nella richiesta di procedere tutto ciò che rileva perché il Paese e la politica possano decidere l'atteggiamento da tenere verso l'imputato. La cattura invece interviene sulla composizione del Parlamento.
È rimessa al medesimo di autorizzarla perché è la logica della democrazia che deve decidere quale sia il costo minore. Ma il danno al sistema costituzionale resta. Perché quando venne eliminata l'autorizzazione a procedere mancò una riflessione sulla ricaduta di sistema che questo avrebbe comportato: il fatto, cioè, che il giudice con la sua richiesta successiva a una indagine avrebbe reso pubblico il comportamento del parlamentare provocandone un giudizio politico. Non giudiziario, ripeto, ma politico.
Non si comprese che questo più forte potere del giudice avrebbe comportato conseguenze sul quadro storico nel quale l'accusa andava a inserirsi. La corruzione è male inestinguibile. Si può punire il colpevole. Non la si elimina perché non si elimina il male. Essa costituisce un distorto motore economico. Perché non si fanno alcune opere se non vi è un guadagno illecito. Tutto ciò si deve evitare con sistemi amministrativi. In ultimo con il giudice penale.
Mi pare invece che molte vicende dimostrino che troppo è lasciato alla cosiddetta ultima barriera, quella del giudice che accerta e punisce il delitto. Perché le altre difese sociali, affidate all'amministrazione efficiente e controllata e al governo concreto, non hanno funzionato. Ovvio che al pm viene attribuito un peso abnorme, oggettivamente politico.
Il peso di dire come e quando operare nel governo delle cose, essendo chiaro che un modo o un altro di operare non sono neutrali verso la funzione politica in questione. Ovvio che questo crea contrasti. Ovvio che metta in conflitto la funzione del giudice con quella del governo. E che confonda il Paese al quale resta la percezione di una assoluta incertezza nei momenti difficili. Pensiamo al processo civile.
Una macchina enorme che gira intorno a sé stessa macinando il nulla. Serve anzitutto alla sopravvivenza dei suoi addetti. Ogni tentativo di renderlo fedele al modello di decidere chi ha ragione, e chi e quanto deve pagare, costringendo i suoi addetti a confrontarsi sui fatti, è annegato in un mare di tecnicalità, ciascuna figlia di un'altra, che portano a una sola conclusione: esso aiuta anzitutto chi ha torto, chi non vuol pagare.
Amministrazioni pubbliche per prime. E spaventa il cittadino onesto. Questo è tutto un sistema che si divora. Perché rinuncia a tutti i passaggi ordinari e ricorre allo strumento ultimo della punizione penale, e non riuscendo a ritrovare la regola generale, diventa sempre più legato al caso concreto. La balcanizzazione orrenda dei magistrati, la cui cultura si sta dimostrando inadeguata a fronteggiare questa crisi dello Stato di diritto, è solo una conseguenza. Il caso Palamara, reati a parte dei quali non so nulla, lo dimostra.
Una banale questione, quella degli accordi tra membri di un collegio eletto per liste contrapposte o nominato nella quota parlamentare secondo scelte legittimamente partitiche ha fatto scoprire la valutazione politica delle scelte. La diffusione di conversazioni private ha dimostrato, niente di meno, che queste scelte sono oggetto di patteggiamenti.
Si immagina di togliere discrezionalità al Consiglio. Si dimentica che l'autonomia e l'indipendenza dei giudici è affidata alla discrezionalità dell'organo costituzionale che li governa. L'indipendenza dei giudici sta insieme alla libertà del Consiglio. Il problema si può risolvere affidando al governo maggiori poteri e diminuendo l'indipendenza della magistratura.
Oppure affrontando il peso della indipendenza stessa. Che comporta la necessità della valutazione discrezionale del Consiglio. Il Covid ci impone di affrontare tutto questo ritardo. L'assenza del dibattito giuridico e la sua riduzione a valutazione pettegola di messaggini tra addetti ai lavori, è un danno enorme. È una distrazione di massa. I magistrati certamente, ma tutti noi, dovremo recuperare il senso politico delle vicende. E decidere come cambiare.










