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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 19 febbraio 2026

Secondo la grammatica di una volta, Carlo Nordio non se la sarebbe cavata con un comunicato di circostanza sul discorso di Sergio Mattarella, come se riguardasse altri e non ne fosse il destinatario principale. Si sarebbe posto, nell’ambito di un imbarazzo condiviso nel governo, il tema del suo passo indietro. L’uscita del capo dello Stato a difesa del Csm è davvero senza precedenti. Ed è stata determinata dall’accusa di “metodi mafiosi” da parte - anche qui senza precedenti - di un guardasigilli in carica. Che, per i successivi tre giorni, non ha trovato occasione per correggersi, né è stato spinto a correggersi o redarguito.

E, sempre secondo la grammatica di una volta, dalle parole di Mattarella si sarebbe sentita interrogata anche Giorgia Meloni. Perché quelle parole non sono una limatura di un decreto o una moral suasion discreta, ma fissano un perimetro istituzionale dal quale non sconfinare. La premier avrebbe potuto cioè prendere il richiamo per ciò che è: un cartellino giallo, dopo il quale evitare ulteriori falli, compresi quelli dei suoi giocatori, nell’interesse del paese e, in fondo, anche nel suo.

Già, anche suo. Il capo dello Stato per ben due volte ha usato la parola “necessità”, come a dire che si è trovato costretto a un atto eccezionale, ma non ha alcuna intenzione di essere trascinato nella pugna, purché tutto rientri nei binari della correttezza: si possono sostenere le ragioni di una riforma, anche con vigore, ma senza denigrare quotidianamente la magistratura e i suoi organismi. Insomma, Giorgia Meloni avrebbe potuto cogliere l’occasione per cambiare registro. In fondo, un’eventuale vittoria su un cumulo di macerie non fa bene a nessuno e una sua eventuale sconfitta, su questi presupposti, non è a costo zero per lei.

È accaduto esattamente l’opposto. Ed è la ragione per cui Nordio non è stato mai sanzionato. Il guardasigilli ci avrà anche messo del suo nella scelta del bersaglio grosso e di parole particolarmente infelici ma, in fondo, è perfettamente in linea con l’impostazione di Giorgia Meloni. La conferma, di una linea che non cambia e del suo sfrontato rilancio, è nel video postato proprio poche ore dopo il discorso di Mattarella, tutto incentrato sul rispetto tra le istituzioni.

È il secondo video in due giorni in cui, con toni piuttosto virulenti, la premier attacca i giudici, in perfetta sintonia col canovaccio seguito finora: la politicizzazione della pugna, scaricando sul presunto pregiudizio delle toghe tutto ciò che non va, dal Ponte sullo Stretto al tema immigrazione e sicurezza.

La reazione dà il senso della sfida al Colle. Invece di rispettare il cartellino giallo, di fronte a un passaggio molto delicato, Giorgia Meloni ha reagito assecondando quella mentalità sospettosa e complottarda sull’operato del Quirinale che la porta vivere il richiamo come un drappo rosso davanti a cui eccitare ancor di più la corrida. Anche mettendo in conto una tensione istituzionale strisciante. Trumpismo in purezza, nel senso di giudici come “nemici” che impedirebbero di governare e una riforma presentata come una spedizione punitiva. Unzione popolare contro regole. È un registro che la porterà, inevitabilmente, a una campagna elettorale all’insegna della crescente politicizzazione fino alla personalizzazione. Non ascoltando Mattarella ha certificato che il referendum sarà sul governo e su di sé. Con annesse conseguenze.