di Francesca Mannocchi
La Stampa, 25 novembre 2023
Le donne che consegnano la loro storia dalle case rifugio non vogliono avere nome e non vogliono mostrare il volto. Hanno bussato alla porta dei centri antiviolenza per recuperare quell’identità smarrita e riappropriarsi del corpo che un altro ha violato. Per questo, la giovane che apre la porta della sua camera nella casa rifugio di via di Villa Pamphili, a Roma, chiede di essere chiamata solo: donna.
Ha quasi trent’anni, una figlia di un anno e mezzo che vive lì con lei. La bimba dorme, la stanza è in penombra. Alla destra del letto una culla, alla destra della culla i giochi. La donna è arrivata nel centro antiviolenza sei mesi fa perché aveva “bisogno di respirare. Era come se fossi stata sveglia per tanto tempo e senza pace”. Non riusciva a trovare pace nemmeno in un posto sicuro e per i primi mesi al centro non è riuscita a dormire, il passato - dice - la perseguitava ancora. Poi ha iniziato il percorso di fuoriuscita dalla violenza, le ha dato un nome, ha ricominciato a respirare e insieme al respiro ha riconquistato il riposo. Quando è arrivata al centro antiviolenza non aveva un lavoro né un risparmio. Per questo, come molte, non è stata solo messa in protezione, ma accompagnata in un percorso di indipendenza economica.
Ora lavora tre volte a settimana in un ristorante in periferia e nel tempo che le resta studia, vorrebbe scrivere un libro per bambini. Un libro innanzitutto per sua figlia. Per descrivere la paura che l’ha accompagnata per anni, dice che quando vivi con la preoccupazione di essere picchiata è come se stessi sempre sul punto di soffocare: “Ti manca il respiro come se avessi costantemente sul collo le mani di qualcuno che non allenta mai la presa”.
Un giorno, quando lo sguardo della violenza si è poggiato anche su sua figlia, la donna ha deciso di scappare. Lo sguardo violento era quello di suo padre. La picchiava da quando era bambina, l’ha picchiata per tutta la sua adolescenza, è tornato a picchiarla ogni giorno quando la donna è tornata a casa, incinta e sola, e poi a picchiarla con sua figlia appena nata. Così ha trovato la forza di uscire di casa sapendo che non vi avrebbe fatto ritorno. Nella casa rifugio ha smesso di guardarsi alle spalle temendo che qualcuno la prendesse a schiaffi o a pugni e ha capito, parlando con le operatrici, che insieme a sua figlia e a uno zaino con qualche cambio, aveva portato con sé anche il senso di colpa che genera la violenza fisica e quella psicologica. “Avevo dubbi su me stessa. Mi dicevo: è colpa mia. La notte, quando non dormivo, pensavo: potrei comportarmi in maniera diversa? L’ho deluso? Forse se mi mena così tanto me lo merito”.
Ora, dopo sei mesi, ha capito che quel senso di colpa, quello svilimento erano già violenza. Dannosa come le botte. E ha capito che insieme ai lividi, e ai segni sulla schiena, deve tamponare e curare le ferite antiche, quelle di chi, abusando di lei, le ha fatto credere di non valere niente e di meritare di essere umiliata. La casa rifugio di Villa Pamphili è uno storico centro antiviolenza, aperto nel 1992 e gestito da Differenza Donna, oggi ospita 8 donne, 4 di loro con figli. Ogni anno arrivano qui circa 400 donne, bussano perché emerga la violenza che hanno subito. Bussano, soprattutto, per essere credute.
A Roma i posti letto in tutto per le case rifugio sono circa 50, numeri lontani dai parametri indicati dall’Unione Europea, che prevede un posto ogni 10 mila abitanti. L’accoglienza per le vittime di violenza dovrebbe dunque garantire 300 posti letto, a oggi sono appena un sesto, e le strutture cittadine tirano avanti con meno di 70 mila euro l’anno perché i fondi vengono distribuiti con il meccanismo delle gare al massimo ribasso. Elisa Ercoli è la presidente di Differenza Donna. Fa parte dell’organizzazione da trent’anni, trent’anni in cui molto è cambiato, dice, in cui non è cambiato ancora abbastanza. Cammina lungo i corridoi della sede di Differenza Donna, a Roma, tra i manifesti delle lotte femministe, degli obiettivi raggiunti. Lo specchio di quelli lontani è il rumore del telefono che arriva dalle stanze in fondo. È il 1522, il numero antiviolenza.
- Buongiorno, come posso essere d’aiuto?
- Quindi non esclude il fatto che lui possa essere anche in possesso di armi?
- È consapevole che sta vivendo una situazione di violenza?
- Chiama perché è preoccupata per sua figlia?
- Stai tranquilla, nessuno farà partire la denuncia al posto tuo. Ti spiego cosa puoi fare, quali sono gli strumenti che hai a tua disposizione. Ma nessuno può importi di fare qualcosa che non vuoi, nessuno può denunciare al posto tuo.
- È in un luogo protetto al momento?
- Sua figlia è minorenne? È la prima volta che viene minacciata di morte?
Le parole delle operatrici si sovrappongono, in un flusso ininterrotto di voci che rispondono ad altre voci da Udine e Reggio Emilia, Torino e Palermo, Roma e Trieste. È così ogni giorno e ogni notte, è così con numeri ancora più alti dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin.
“Giulia Cecchettin ha scosso tutti, come ogni femminicidio - dice Ercoli -, ma quello che sconvolge ancora di più è che è chiaro che per Filippo Turetta fosse insopportabile che lei avesse raggiunto degli obiettivi importanti prima di lui, meglio di lui. È la violenza per eccellenza”.
La violenza maschile si basa su questo, spiega Ercoli, “quando diciamo che la violenza maschile contro le donne è collegata alla cultura patriarcale intendiamo dire che gli uomini nel loro privilegio di superiorità gerarchica pensano le donne in una posizione subalterna, e oggi che questo non è più possibile ci sono reazioni violente come quella di Turetta, una reazione che non è iniziata con il femminicidio, è viceversa una violenza che si è conclusa con il femminicidio”. Dalle narrazioni e dagli audio di Giulia Cecchettin è ormai chiaro che Turetta avesse messo in atto un meccanismo di controllo, un’influenza determinata dal senso di colpa e una conseguente limitazione della libertà. A Giulia Cecchettin non è bastato lasciarlo e quella violenza agita da tempo in forme più subdole, l’ha uccisa.
“Le donne hanno aumentato la loro consapevolezza, vogliono affermarsi nella sfera pubblica e vogliono mantenere la cultura della cura nella sfera pubblica e privata - continua Ercoli - e se è vero che le donne oggi denunciano prima, è vero anche che si è ristretto il tempo in cui la minaccia può rivelarsi letale, perché la violenza maschile nelle nuove generazioni ha un’escalation tanto più rapida quanto più velocemente la donna capisce che quella relazione non è più un luogo protetto. 120 relazioni che smettono di essere luoghi sicuri, 120 femminicidi l’anno, uno ogni tre giorni, 120 uomini l’anno che non hanno sopportato la libertà delle donne”.
Servirebbero politiche di prevenzione, sostengono tutte le organizzazioni, non solo più soldi ma soldi spesi meglio. Dall’ultimo rapporto di Action Aid, “Prevenzione sottocosto, la miopia della politica italiana nella lotta alla violenza maschile contro le donne”, emerge proprio questo cortocircuito. Negli ultimi dieci anni, in Italia, le risorse economiche stanziate ogni anno per prevenire e contrastare la violenza sono aumentate del 156%, eppure nonostante l’aumento di fondi il numero dei femminicidi è rimasto sostanzialmente stabile. Significa che le politiche antiviolenza adottate sono state inadeguate e l’analisi dello stanziamento dei fondi dimostra che l’approccio era e resta emergenziale e non strutturale.
Ovvero che alle vittime si continua a pensare dopo che hanno subito violenza e non prima. “La prevenzione di cui l’attuale governo è promotore riguarda principalmente interventi per prevenire casi di recidiva e incrementare la protezione di donne che la violenza l’hanno subita - si legge nel rapporto -, iniziative importanti, ma in base alla Convenzione di Istanbul gli Stati hanno anche l’obbligo di adottare misure per promuovere cambiamenti nei comportamenti socioculturali per eliminare pregiudizi e pratiche basate sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”.
Elisa Ercoli è dello stesso avviso: “Noi vogliamo pensare agli uomini violenti come uomini che siano fuori da una vita normale, invece sono uomini normalissimi”. Per questo parlando di uomini maltrattanti usa spesso paragoni con la mafia: “Noi diremmo mai a un mafioso che ha sciolto un bambino nell’acido che è stato un giorno simpatico e carino perché faceva i biscotti? Non lo diremmo. Ci basta sapere che è stato un mafioso e che ha sciolto un bambino nell’acido per sapere che è da condannare. Invece in Italia non bastano 120 donne ammazzate ogni anno, quasi tutte per mano di partner o ex partner, per avere una posizione netta. Chi non ha una posizione netta è parte del problema”.
La seconda donna che vuole raccontare la sua storia, nella casa rifugio romana, ha ventotto anni, una laurea in architettura e la consapevolezza di aver trovato la forza di denunciare un attimo prima di diventare l’ennesima della lista. Ha conosciuto il suo ex compagno nei corridoi dell’università, l’entusiasmo delle attenzioni si è velocemente trasformato in controllo. La aspettava dopo lezione, la portava a casa, ha cominciato a stringere sempre di più la sua cerchia di amicizie con l’inganno coercitivo che delle altre persone, amici e famiglia, non ci fosse più bisogno, che la loro felicità bastasse, che lui fosse il solo in grado di proteggerla. Nella solitudine che lui le aveva costruito intorno, non sapeva più con chi parlare, pensava di non essere creduta. Che i suoi timori sarebbero stati visti come l’esagerazione di una donna stufa di una relazione. Lo ha lasciato e ha avuto conferma che la paura che le risuonava dentro fosse reale. Non è bastato cambiare abitudini, tram, tragitti, lavoro. Lui ha cominciato a pedinarla, cambiare scheda per continuare a scriverle, fino a minacciarla che se non avesse risposto sarebbe stata la prossima sulla lista delle donne morte per mano di un uomo. Così lei ha cercato il numero del centro antiviolenza più vicino a casa sua, lo ha denunciato, e da allora attraversa un percorso che la sta portando a capire cosa ha vissuto. “Le operatrici mi hanno offerto una consulenza legale, ma questo è stato un passo successivo, per me la prima liberazione è stata l’essere capita, l’essere creduta, non essere mai messa in discussione, sentire che avevo un posto in cui non mi veniva detto che era colpa mia”.
Ha gli occhi liberati e consapevoli quando dice: “La violenza è tutta uguale, è così banale”. “La violenza aggancia, perché non parte subito ma cresce e il crescendo non ti allarma. Se tutti gli uomini arrivassero e ci dessero due ceffoni in faccia nessuna inizierebbe una relazione. La violenza cresce, come nel mio caso, non ti rendi conto di quello che ti sta accadendo, spacciano la gelosia per romanticismo, ti convincono e ti convinci che puoi cambiare l’altra persona o almeno gestirla e quando la gelosia è diventata intimidatoria è spesso troppo tardi. Può essere chiunque, qualunque bravo ragazzo”. Che non avrebbe fatto male a una mosca. Per questo in lei la storia di Giulia Cecchettin risuona così tanto. Perché non ha fatto in tempo a denunciare. Perché, dice, “sono come lei, solo più fortunata”. “Al suo posto potevo esserci io, potrebbe esserci ognuna di noi”.










