di Danilo Taino
Corriere della Sera, 30 agosto 2026
Dal lavoro alle relazioni: come l’intelligenza artificiale cambierà la nostra società e perché la politica deve discuterne ora. Se due genitori si turbano per la figlia che sta con un immigrato irregolare, come reagiranno a un figlio che ha una “fidanzata AI”, creata dall’Intelligenza Artificiale? Sì, succede già che ragazzi di “innamorino” di un o una chatbot. La domanda è stata posta dallo storico Yuval Norah Harari intervistato giorni fa dalla direttrice dell’Economist. Lo storico israeliano ha immaginato questo caso per sostenere che l’immigrazione sulla quale i governi si scontrano e si rompono la testa è destinata in breve tempo a essere di gran lunga superata da un’immigrazione ben più potente e pervasiva, l’”immigrazione AI”.
Harari è massimamente preoccupato dagli sviluppi che l’Intelligenza Artificiale avrà sull’umanità, pensa che, se non si reagisce subito alla sua forza dirompente, tra un decennio ne saremo vittime. E in questo canale di pensiero mette in secondo piano la portata dei problemi creati dalle migrazioni fisiche qui e ora, sorvola sul destino di migliaia di migranti (si può sperare che sia l’AI stessa a dare loro una prospettiva diversa). Ma coglie un vuoto disorientante nelle discussioni e nelle politiche dei governi: la mancanza di una conversazione seria e urgente su quella che probabilmente sarà una delle maggiori e più profonde trasformazioni affrontate dall’umanità, appunto l’espandersi dell’Intelligenza Artificiale a tutte le attività.
Le tre grandi preoccupazioni che suscitano gli immigrati fisici - dice Harari - sono il timore che prendano i nostri lavori, che cambino la nostra cultura, che non siano politicamente leali. Ma l’onda di “AI migrants” arriva dagli Stati Uniti e dalla Cina “alla velocità della luce nei nostri computer, nei nostri smartphone e nei nostri cervelli”, senza bisogno di visto o di fragili imbarcazioni: “Prenderà i nostri lavori, molti lavori, cambierà la nostra cultura e i nostri valori. E a chi sarà politicamente leale?”. Non ai nostri governi, risponde Harari, “ma ad alcune corporation e potenzialmente a governi al di là degli oceani”. Non dovremmo passare il nostro tempo a occuparci dell’immigrazione tradizionale: “Se vuoi preoccuparti dell’immigrazione, preoccupati degli “AI migrants”“, dice.
Il dato di fatto è che l’onda dell’AI è ormai un problema politico, probabilmente il maggiore da ora per i prossimi anni. I governi, però, fanno una fatica immensa ad affrontarlo: come un po’ tutti noi, sono disorientati; inoltre, parlare di futuro, per quanto incombente e costellato di incertezze, non è argomento che porta voti, per ora. In realtà, gli elettori sembrano essere un passo più avanti dei politici, almeno negli Stati Uniti. Al momento, nel quaranta per cento delle campagne per le elezioni di mid-term di novembre la questione dell’Intelligenza Artificiale si sta imponendo: soprattutto per le opposizioni popolari ai data center che consumano grandi quantità di energia e di acqua ma anche riguardo ai cambiamenti profondi che l’AI promette o minaccia.
Non si tratta di discussioni generali, gli elettori americani avanzano domande concrete: cosa pensano i candidati dell’esistenza degli “AI boyfriends”, vanno vietati? Come affrontano la possibile perdita di un gran numero di posti di lavoro, se ci sarà? Intendono lasciare correre la diffusione capillare della sorveglianza di massa? Come si regolano con la produzione di video falsi che facilmente ingannano (lo stesso Harari ha faticato per cinque minuti a riconoscere come falso il video di un suo discorso che non aveva mai pronunciato)? E così via: le domande che l’Intelligenza Artificiale solleva sono centinaia e ruotano attorno a questioni che hanno la potenzialità di trasformare radicalmente le nostre vite. Gli elettori, almeno negli Stati Uniti, iniziano a fare domande: il problema non è solo loro, riguarda tutti, l’AI arriverà ovunque.
L’Artificial Intelligence Act dell’Unione europea è un tentativo di affrontare la questione ma è stato criticato da chi ritiene che sia troppo rigido e limiti gli sviluppi positivi dell’AI e da chi lo ritiene imperfetto e facile da aggirare. Come spesso accade a Bruxelles, anche le regole mosse dalle migliori intenzioni sono scritte ed emanate senza il coinvolgimento dei cittadini. E i governi nazionali, alle prese con elezioni in cui di AI non si parla, sul tema sono silenti oppure ricorrono a slogan. La nuova frontiera scientifica e tecnologica cambia il mondo, il nostro mondo: non è responsabile non farne oggetto di un dibattito anche politico che coinvolga la popolazione. E non è responsabile scalciare la lattina giù per la discesa: tra pochissimi anni - come conferma Elon Musk - l’AI ci sarà sfuggita di mano.
Non si tratta di cercare di mettere una camicia di forza agli sviluppi folgoranti dell’Intelligenza Artificiale, operazione tra l’altro impossibile. Il Premio Nobel Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, ha proposto in America un comitato tra tutti i laboratori di AI e il governo che si riunisca periodicamente per valutare i rischi. Forse qualcosa del genere non può bastare, solo le persone possono alzare il loro argine contro i rischi che già si creano. Si tratta di stabilire cosa la società civile è disposta ad affrontare in cambio di avanzamenti potenzialmente straordinari nella medicina, nell’istruzione, nei trasporti, nella maggiore crescita dell’economia e del benessere. E di evitare un takeover su una grande parte dell’attività umana. Questo può essere solo fatto con un enorme sforzo di politica democratica, almeno in Occidente. Che fidanzarsi rimanga umano.









