di Elena Fascella
La Repubblica, 29 ottobre 2026
In un contesto di privazione della libertà come quello che si vive all’interno delle carceri, la bellezza può diventare uno strumento per ritrovare sé stessi e ricostruire la propria identità in un percorso di riabilitazione. Il colore è un mezzo potente che apre la porta della propria identità. Si è parlato di questo con la docente, autrice del volume edito da Castelvecchi “Il Colore. La voce dell’anima”, in cui racconta come l’arte possa trasformarsi in un ponte fondamentale per il riscatto sociale e umano dei detenuti. Fiori, come professoressa ha lavorato a lungo anche nelle carceri italiane insegnando la storia dell’arte ai detenuti. “Il colore, esattamente come l’arte, è un mezzo, una potentissima porta di accesso alla relazione e alla propria interiorità”, spiega l’autrice.
Una via d’uscita per traumi ed emozioni che non troverebbero sfogo con le parole. In un ambiente complesso come quello carcerario, la pittura offre una via d’uscita a traumi ed emozioni che difficilmente troverebbero sfogo attraverso la parola: “L’arte permette di creare uno spazio protetto in cui fermarsi, riflettere, guardarsi dentro e parlare di sé - dice Fiori - attraverso l’opera d’arte si può iniziare un percorso che porta a conoscere meglio se stessi. E a volte è proprio attraverso le storie, anche travagliate, degli artisti che alcuni detenuti riconoscono parti di se stessi”. Un mezzo per scardinare l’isolamento emotivo e allenare all’empatia. Lontana dall’essere una materia puramente accademica o teorica, la storia dell’arte si trasforma in questo contesto in uno strumento riabilitativo pratico, capace di scardinare l’isolamento emotivo e allenare l’empatia. Studiando la bellezza del passato, chi sconta una pena entra in contatto con le vite dei grandi maestri, scoprendole incredibilmente vicine alla propria realtà.
Portare il bello dentro le mura carcerarie. Nel suo lavoro Fiori si ispira ad altre iniziative che negli anni hanno portato il bello dentro le mura carcerarie, come quella del collega Giorgio Flamini che lavora da più di 20 anni con i detenuti del carcere di Maiano di Spoleto. “È un’esperienza bellissima - racconta Fiori - che trasforma i detenuti in veri e propri attori, tanto che lo spettacolo rientra poi nella programmazione del celebre Festival di Spoleto”. Le pagine come un manifesto culturale e sociale. Il viaggio racchiuso nelle pagine de “Il Colore. La voce dell’anima” diventa così un manifesto culturale e sociale. Ci ricorda che la vera riabilitazione non passa solo attraverso la punizione, ma attraverso la riscoperta dell’umano. “Portare il colore dove domina il grigio - conclude Fiori - significa offrire una nuova grammatica emotiva per decifrare il passato e immaginare un domani diverso”.









