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di Mauro Calise e Fortunato Musella*

Il Dubbio, 16 giugno 2025

Sono il nuovo oro nero, ambìto da imprese e governi di tutto il mondo. Come in passato il petrolio. Tutti alla rincorsa dei dati digitali, le tracce che lasciamo in una realtà virtuale dove sino a poco tempo fa ci sembrava di “andare”, e che invece ha inghiottito le nostre vite. Basti pensare che quindici anni fa ogni persona in rete era in possesso di un solo device, nel 2010 la media sale a uno e mezzo, nel 2020 arriveremo a 7 device a testa, in un ambiente iperconnesso che segnala una assoluta novità rispetto al passato. Trascorriamo online sei ore al giorno, di cui almeno due su una piattaforma di social media.

In un solo minuto della rete sono totalizzate 4,2 milioni di visualizzazioni su YouTube, 3,7 milioni di ricerche su Google, 38 milioni di messaggi via WhatsApp, 187 milioni di email inviate e oltre 481.000 nuovi tweet pubblicati3. Che si tratti di leggere un libro o prenotare un albergo, esprimere emozioni o ascoltare musica, non si scappa a un sistema che traccia, e archivia perennemente, azioni, abitudini, preferenze.

Le possibilità di sfruttare questa enorme mole di dati sono sterminate. E danno immediati vantaggi competitivi a chi se ne appropria. L’inedita capacità di calcolo sui dati permette di elaborare forme automatizzate di comunicazione con amplissimi pubblici. Le più immediate applicazioni riguardano il mercato dei beni. Così Amazon, piattaforma che detiene il primato del commercio mondiale elettronico, utilizza informazioni dettagliate per dare consigli pubblicitari basati sui precedenti acquisti. Facebook attraverso la più grande base dati del pianeta “riesce a vendere miliardi di inserzioni pubblicitarie al giorno, ciascuna ritagliata su misura del profilo socio-demografico e comportamentale dell’utente”.

Mentre cresce in maniera vertiginosa il numero di imprese al mondo che fanno dei dati una componente essenziale del loro business. Senza considerare quale uso si possa fare delle tecnologie della localizzazione, per ragioni che vanno dalla sicurezza all’e-commerce: molti produttori conservano con dettagliata minuziosità i dati di ogni singolo possessore di smartphone, e potrebbero ricostruire anche gli spostamenti che questi non ricorda più.

È però quando si passa dal mercato dei beni a quello delle idee che la questione dei big data va al cuore della nostra vita associata, rendendo il possesso dei dati la risorsa principale per capire e misurare preferenze passate, e influenzare orientamenti futuri dei cittadini. L’uso dei big data impatta sull’opinione pubblica, stravolgendone le caratteristiche originarie, così strettamente intrecciate con l’ascesa dei regimi liberaldemocratici. A partire dal suo elemento più prezioso: la libertà e autonomia di giudizio. Un fenomeno segnalato già agli esordi del web, ma sul quale l’avvento dei social media ha acceso prepotentemente i riflettori, minacciando di erodere alle radici il ruolo dell’opinione pubblica come principale parametro - e baluardo - della democrazia.

La nascita della sfera pubblica è scandita da requisiti strutturali, dalla diffusione della stampa alla proliferazione dei luoghi di discussione sui temi più rilevanti, ma soprattutto dalla rivendicazione dell’emergente classe borghese del suo ruolo e controllo sulle decisioni che la riguardano.

Nell’affresco di Jürgen Habermas, i cittadini si fanno pubblico quando acquistano adeguate capacità critiche per informarsi e assumere scelte consapevoli e razionali sui destini della collettività. Senza questi passaggi, che assegnano al cittadino la capacità di autodeterminarsi nell’interazione con gli altri, di democrazia non si può iniziare a parlare. Per una lunga fase storica, lo sviluppo dell’opinione pubblica è legato a tre fattori, e alla loro sinergia: l’esistenza di libertà civili efficacemente tutelate dallo Stato, l’ampia diffusione di organi di stampa pluralisti, un adeguato livello di alfabetizzazione che consenta a fasce consistenti della popolazione di partecipare attivamente al dibattito pubblico.

Durante tutto l’Ottocento, la conquista di questi tre traguardi e il loro consolidamento segna il faticoso affacciarsi dei diversi paesi sulla scena democratica. In genere, il raggiungimento dei primi due viene considerato sufficiente per entrare a far parte del club dei regimi liberali. Ma è solo quando anche il terzo indicatore coinvolge una percentuale ragguardevole degli aventi diritto al voto che si può parlare di una opinione pubblica di massa. E, di conseguenza, di una più stretta integrazione tra opinioni consapevoli e funzionamento della democrazia. Tuttavia, anche quando le statistiche ufficiali mostrano un notevole restringimento dell’analfabetismo non consegue immediatamente la crescita dei comportamenti - e dell’elettorato - di opinione. Anzi, l’analisi delle motivazioni di voto mostrerà che, a dispetto delle più o meno parziali informazioni che un cittadino può raccogliere sul funzionamento della vita pubblica, queste non saranno trasformate necessariamente in una propensione a scegliere questo o quel partito, o leader. Le sue scelte possono essere orientate da altre spinte, che si tratti della propria esperienza di socializzazione alla politica - familiare, subculturale, partitica - o di attaccamento fideistico a qualche personalità carismatica. Per non parlare, in moltissime occasioni, della semplice tutela di un proprio interesse privato senza prendere minimamente in considerazione le ricadute sul bene collettivo. Un fenomeno cui il nostro paese non manca di contribuire, come lascia intendere il vasto ricorso al voto di preferenza a livello locale e regionale.

Alla luce di questi criteri, il peso dell’opinione pubblica, anche in quei regimi politici che sul piano formale corrispondono ai principali requisiti per un suo pieno sviluppo, risulta molto più ristretto di quanto una visione razionale della democrazia postulerebbe. Ma accanto a questi ostacoli sistemici di ordine politico, c’è un altro fattore che, dalla seconda metà del Novecento, mette in crisi la centralità dell’opinione pubblica tradizionale. Mutuando il proprio ruolo e la propria influenza dall’ambiente - e dalla logica - del mercato in cui muovono i primi passi, i sondaggi d’opinione si affermano come uno strumento alternativo di misurazione degli orientamenti dei cittadini.

I sondaggi riescono, infatti, a pesare, con discreta attendibilità quantitativa, le opinioni e i loro andamenti nel corso del tempo. Superando le strozzature dei circuiti inevitabilmente elitari dei lettori della carta stampata e delle nascenti trasmissioni radiotelevisive, e ponendosi come interpreti statisticamente affidabili dell’universalità dei cittadini. Proprio questa loro pretesa di esaustività espone però, fin dagli esordi, i sondaggi alla critica sulla validità delle opinioni che raccoglievano. Quanto veramente ne sapevano, i cittadini intervistati, delle questioni su cui si esprimevano? Restano celebri le sprezzanti osservazioni di Lazarsfeld, uno dei padri della sociologia americana: “Dopo avere esaminato in dettaglio i dati su come gli individui percepiscono in modo sbagliato la realtà politica, o rispondono a influenze sociali irrilevanti, uno si chiede come una democrazia possa mai risolvere i suoi problemi politici”.

Un quadro che, nel tempo, non sarebbe molto cambiato. I sondaggi elettorali hanno segnalato negli ultimi anni altissime percentuali di “last-minute voters”, indecisi pronti a cambiare idea all’ultimo momento. Con un livello molto superficiale di informazioni e motivazione, che la ricerca mette chiaramente in evidenza. Molto ampi, inoltre, erano - e restano - i rischi che i sondaggi, in sede di somministrazione come di pubblicazione, influenzino gli orientamenti dei cittadini. Si consideri il noto effetto bandwagon, sul quale ha tanto fatto affidamento l’ascesa di Berlusconi nel nostro paese: basta annunciare, sulla scorta di sondaggi più o meno verificabili, un candidato come vincitore per convincere gli elettori più tiepidi. Con i sondaggi, l’opinione pubblica diventa più facilmente influenzabile.

Sarebbe sbagliato, però, attribuire ai sondaggi un ruolo sistematico di manipolazione o, addirittura, contraffazione. A parte casi isolati, nella maggior parte delle democrazie i rilevamenti di opinione vengono sottoposti a rigide regolamentazioni e ad obblighi di trasparenza. Oltre che al deterrente più importante, la concorrenza di altri istituti che possono facilmente smentire risultati clamorosamente inattendibili. Il limite principale dei sondaggi non riguarda lo strumento, ma il fenomeno che mette a nudo: l’impietosa fotografia di quanto sia problematico raggiungere, per la maggioranza dei cittadini, un livello informativo adeguato ad affrontare soluzioni complesse, come quelle che quotidianamente intasano l’agenda di governo, a livello locale, nazionale, internazionale. Questo iato - questa contraddizione - diventa ancora più eclatante con l’avvento dei circuiti di informazione, comunicazione e interazione del web.

La rilevazione delle opinioni dei cittadini emerge direttamente dalla rete, dall’aggregazione di micro-atti privati misurati da complessi sistemi di calcolo automatizzato, a partire da un’immensa mole di tracce che essi lasciano online nel corso delle loro attività. Frammenti di esistenza che acquistano coerenza nei trend evidenziati dagli “analytics”, dettagliate statistiche in grado di raccogliere ogni respiro digitale del cittadino- utente. Con un’aggravante, anzi, due, che sono i punti deboli - e oscuri - dell’opinione di rete.

Il primo è l’eterodirezione. In nessuna altra epoca storica il cittadino ha avuto più informazioni e strumenti di conoscenza a disposizione. Gli internauti mostrano “appetito onnivoro” per notizie politiche diffuse attraverso canali multimediali, con accresciute possibilità anche di creare nuovi contenuti. Tuttavia la catena intellettuale che vede il cittadino autorità suprema nel connettere dati, informazioni e conoscenza rischia di venire meno per la progressiva incapacità di gestire la mole di dati della nuova infosfera. Sono gli algoritmi elettronici a selezionare e diffondere i contenuti online, attraverso una serie di regole e procedure spesso opache e mutevoli nel corso del tempo, agendo da formidabili costruttori di una “agenda setting automatizzata e applicata alla quasi totalità della nostra vita digitale”.

Di fatto, le procedure degli algoritmi finiscono per ridurre drasticamente la nostra capacità di capire, e orientare, “il mondo sociale che la Silicon Valley sta creando”. Ciò che in rete è visibile o non visibile dipende da chi definisce le regole del web. E ciò che non è visibile, nel nuovo mondo digitale, rischia di non esistere. L’intima logica dei search della principale, e tendenzialmente universale, piattaforma di certificazione e diffusione delle informazioni in rete non è di competenza del cittadino, per quanto intimamente legata ai suoi comportamenti.

Google assegna valore alle pagine web sulla base delle misure quali-quantitative come il numero delle visite degli utenti o l’autorevolezza istituzionale, ma anche valutando le abitudini e le preferenze degli utenti che l’algoritmo fedelmente riporta. Basta preferire un candidato alla Casa Bianca per vedere comparire un maggior numero di notizie o spot elettorali sul suo conto. Secondo un effetto di inscatolamento del nostro mondo informativo, di costruzione di mondi di vita a nostra immagine e somiglianza, offrendo ad ognuno ciò che gli interessa. Una conseguenza del modellamento sulla base delle preferenze degli utenti è anche la crescente polarizzazione delle opinioni in rete, che non ci aiuta a confrontarci con chi ha identità o posizioni diverse dalla nostra. È il pericolo della formazione delle echo chambers, le “camere dell’eco” che rinforzano la segregazione ideologica. Il risultato è una crescente autoreferenzialità dei processi di formazione dell’opinione pubblica via web.

Inizialmente sembrava che la rete potesse rinvigorire l’agorà pubblica. I weblog, ad esempio, si sono diffusi nei primi anni Duemila come veicolo di discussione comunitaria su temi di interesse pubblico, secondo un modello che enfatizzava l’autogestione dei cittadini. Ognuno avrebbe potuto creare il suo diario online - su vari temi dalla cucina alla politica - a bassissimi costi di gestione, per avviare “una rete di relazioni intellettuali dirette e navigabili, risultato dall’apporto gratuito, aperto e verificabile delle conoscenze e delle opinioni di molte persone su argomenti pressoché generali e in tempo pressoché reale “9. Uno spazio dunque di riflessione condivisa. La partecipazione dei cittadini in rete faceva intravedere strade per “innovare la democrazia” in direzione dell’ideale deliberativo, con micropubblici impegnati in tutti gli aspetti del processo decisionale, dalla raccolta delle informazioni alla decisione finale. Tuttavia, col passare degli anni, tali esperienze sono state sopraffatte dai meccanismi di formazione dell’opinione dei larghissimi pubblici che si sono affacciati online attraverso i social network.

La massificazione dell’interazione social, piuttosto che promuovere la formazione di microcomunità proiettate verso l’esterno, ha finito col ricacciare il singolo utente nella sfera familistica e localistica più congeniale alla sua vita privata. Ribaltando la direzione di un plurisecolare processo storico, la visibilità pubblica che i social consentono è stata messa al servizio delle proprie abitudini, ambizioni, pulsioni private. Per decenni, aveva retto - e si era rafforzata - una linea di demarcazione tra le opinioni sulla cosa pubblica che si guadagnavano, pur tra molti contrasti, uno spazio di discussione pubblico, e quelle private, che restavano relegate in un ambito di circolazione circoscritto, e, spesso, gelosamente custodito. La novità più dirompente è che, oltre ad essere in ampia misura eterodiretta, l’opinione resa pubblica attraverso i social è un’opinione privata. La privatizzazione - il secondo elemento che caratterizza l’opinione pubblica online - è un fenomeno di cui ancora facciamo fatica a cogliere la portata. Come sia stato possibile che la separazione tra sfera privata e sfera pubblica, l’architrave della liberaldemocrazia, sia stata spazzata via in pochi anni, è l’interrogativo più inquietante del nuovo ecosistema digitale. Tanto più che lo tsunami è avvenuto con l’acquiescenza e, in moltissimi casi, l’entusiastico contributo degli utenti. Siamo noi ad aver reso pubblica la nostra vita privata, adeguandoci ai vari protocolli che le multinazionali social imponevano.

La separazione tra le due sfere è stata di cruciale rilevanza per lo sviluppo dell’Occidente. Ora sembra cadere in modo ineluttabile, a mano a mano che appartenenze e relazioni tradizionali diventano più fragili. In rete la relazione tra vita pubblica e privata si ribalta rispetto al passato. Le prime analisi empiriche delle percezioni degli utenti di Facebook in Italia mostrano ad esempio che, mentre prima vivevamo in privato scegliendo quali parti di noi mostrare in pubblico, oggi viviamo in pubblico scegliendo le poche parti della nostra vita da mantenere private. Al web affidiamo la nostra intimità, ogni aspetto serio e frivolo della quotidianità. In uno spazio di “confortevole solitudine”, dove per fare e disfare un’amicizia basta un click. Del resto ciò riguarda anche i personaggi pubblici. Dell’ex vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, sappiamo cosa mangia su base quotidiana. L’agenda politica è scandita dai suoi post sui social network e dalle foto delle sue felpe, più o meno militarizzate. E anche l’ex partner Elisa Isoardi ha messo fine alla relazione col ministro via Instagram, accompagnando poche parole di commiato a una foto che ritraeva la coppia a letto. Tutto è risucchiato nel pubblico. Il pubblico, però, della vita privata. Col che veniamo al secondo risvolto - addirittura più inquietante - della privatizzazione delle opinioni: il controllo economico del processo - delle sue forme e del suo utilizzo - da parte delle stesse aziende che lo hanno tecnologicamente promosso. Non attraverso princìpi etici o politici, ma sulla base di criteri - algoritmi - dettati dalle logiche di marketing e di profitto decise a Menlo Park o a Mountain View. Come, agli albori del liberalismo, opinione pubblica aveva un doppio significato di regolamentazione pubblica delle opinioni pubblicamente espresse, così - paradossalmente - anche la privatizzazione dei circuiti dell’opinione in rete assume una doppia valenza. Le opinioni si ri-privatizzano, tornano cioè a rappresentare prevalentemente la nostra dimensione privata. E, al tempo stesso, questo processo è organizzato - orientato, permeato - dalle grandi multinazionali del web, che ne detengono l’oligopolio economico e tecnologico. Le big tech accumulano, infatti, dati per guidare i comportamenti di massa, utilizzando la loro posizione dominante al fine della standardizzazione: “i monopoli tecnologici puntano a modellare l’umanità a loro piacimento, più di qualsiasi gruppo di aziende abbia mai fatto prima”. La potenza computazionale delle corporation è tale da sbaragliare gli Stati, in uno degli ambiti che era stato di loro competenza e ne aveva alimentato la legittimità. Il controllo sui dati della collettività diventa “pratica tecnologica di pertinenza diretta delle imprese e degli imprenditori, che si trovano a sostituirsi alle istituzioni pubbliche proprio per la loro capacità di gestire messaggi globali”.

*Estratto de “Il principe digitale”, pubblicato da Laterza