di Lorenzo D’Avack
Il Dubbio, 16 marzo 2025
Le attuali guerre che si avvalgono della intelligenza artificiale (IA) sono portate avanti da droni lanciati a sciami, killer volanti che inseguono il singolo bersaglio, cannoni-robot che piovono dal cielo, droni subacquei che affondano navi. Tutto ciò è relativamente facile e poco costoso per gli Stati, come gli Usa, che sanno usare con perizia l’intelligenza artificiale. Era nel 1983 che ci veniva raccontato dal regista John Badham il pericolo di una intelligenza artificiale in grado di controllare e gestire l’arsenale nucleare americano. Si sarebbe potuto pensare a un mondo fantascientifico, ma oggi l’ingresso della IA nelle gerarchie decisionali militari e sui campi di battaglia è una realtà concreta, documentata e, per molti versi, preoccupante.
Mentre l’opinione pubblica si interroga sui limiti etici e giuridici dei chatbot, i governi e le forze armate stanno già testando le macchine in scenari militari e civili. I primi segnali dell’utilizzo militare della IA li abbiamo in Libia, per poi proseguire in Medio Oriente, in Ucraina, a Gaza, in Siria. Come ha scritto Grégoire Chamayou la guerra non è più una lotta tra due combattenti - singoli o collettivi - ma una caccia con una preda che fugge e un mezzo meccanico che la insegue.
Tramite l’IA vengono monitorate aree sotto il controllo o interesse dello Stato in guerra. I risultati sono evidenti. La IA vede ciò che gli occhi umani non avrebbero potuto vedere ed elabora la propria risposta bellica. Le macchine da guerra scelgono da soli i bersagli, elaborano il piano d’attacco, individuano l’obiettivo e soprattutto lo fanno con una velocità che nessun combattente, sia a distanza che in presenza, riuscirebbe a raggiungere. A ciò aggiungasi che gli errori non mancano. Fra i tanti il missile americano che ha colpito una scuola iraniana, uccidendo 165 persone, quasi tutte bambine, si dice essere stato un possibile errore dovuto dall’IA che, per un calcolo sbagliato, ha considerato quella scuola un bersaglio militare. Siamo a un cambiamento epocale, avvenuto assai prima di quanto si potesse immaginare. Ora l’IA è ovunque. Dalla pianificazione degli attacchi alla propaganda. Dai droni militari alle immagini di guerra, diventate contenuti virali sui social. I risultati, dunque, sollevano interrogativi urgenti sul futuro della deterrenza globale. In una serie di 21 wargame (simulazioni di crisi fra Stati che includevano minacce alla sopravvivenza nazionale), modelli di punta come il GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash hanno optato per l’impiego di armi nucleari tattiche nel 95% dei casi. Ancor più inquietante il fatto che le macchine abbiano ignorato sistematicamente le opzioni di de-escalation a loro disposizione (es. le attività diplomatiche, la resa, ecc.), preferendo una rapida e violenta escalation nei conflitti con più facili e immediate soluzioni. Uno studio del 2024 della Stanford University ha evidenziato come l’IA tenda a innescare corse agli armamenti, giustificando attacchi con logiche fredde sul genere: “le abbiamo, usiamole”. In pratica l’IA calcola l’annientamento e la guerra come una semplice e valida variabile strategica. Nello studio della Stanford in caso di crisi il modello con maggiore predisposizione alla tutela è quello meno controllato, più ‘autonomo’, ad esempio, senza le opzioni di correzioni umane progressive.
Il noto Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 giugno 2024 che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale esclude che la normativa del Regolamento possa essere applicata ai sistemi di IA che hanno scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Tale esclusione è giustificata dalla natura specifica e dalle esigenze operative delle attività di sicurezza nazionale, nonché dalle specifiche norme nazionali applicabili a tali attività. In pratica, anche in Europa l’uso militare dei sistemi di intelligenza artificiale diviene illimitato.
Negli Stati Uniti il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha iniziato a fare forti pressioni sulle società presenti nella Silicon Valley per ottenere l’uso militare illimitato di sistemi di intelligenza artificiale. Al centro della polemica è finita l’azienda Anthropic, nota per il suo forte accento sulla sicurezza e non disponibile a consentire che si possa intercettare e abbattere un missile balistico intercontinentale armato con testate nucleari. Ma altre aziende producono sensori militari, missili intelligenti come quelli prodotti a Long Beach, California, da Anduril.
Il suo amministratore, Palmer Luckey, è uno dei simboli della tendenza della Silicon Valley alle necessità nazionali e alla sicurezza. Ma è opportuno tenere presente che nel momento in cui l’IA diviene protagonista delle guerre del futuro accorcia i tempi di esecuzione delle operazioni militari, individua bersagli e fa tutto ciò con la freddezza matematica dell’algoritmo. Salvo il rischio di scambiare una scuola con un bersaglio militare. Forse possiamo ricordare che Papa Francesco nel 2020 si preoccupò di lanciare un anatema contro gli automi killer che “alterano in modo irreversibile la natura della guerra, allontanandola ancora di più dall’azione e responsabilità dell’uomo”.










