di Gabriele Segre
La Stampa, 22 novembre 2025
La politica fallisce quando pensa di poter contabilizzare le emozioni. È ciò che accade oggi nel dibattito europeo sui flussi migratori, dove una questione profondamente umana viene trattata come una delle tante pratiche amministrative che si risolvono con un timbro e una tabella, invece che con un’idea di società. Con il nuovo meccanismo di solidarietà introdotto dall’Unione, ogni Paese membro dovrà contribuire in uno dei due modi previsti: accogliendo una quota di richiedenti asilo oppure versando un contributo economico per ogni persona che decide di non ricollocare. La formula dell’”accogli o paga” appare come un rimedio ordinato e immediato, ma finisce per riproporre la stessa illusione di sempre: che dati, competenza e pragmatismo siano da soli sufficienti a governare la vita delle persone, trasformando un fenomeno di portata storica in una variabile contabile.
Ormai si è capito che la migrazione non è un’emergenza provvisoria, ma una condizione strutturale del nostro tempo; eppure, si persiste a maneggiarla con il linguaggio della burocrazia, come se bastasse aggiornare una procedura, aumentare un incentivo o introdurre una sanzione per darle una direzione. Ciò che continua a mancare è piuttosto una capacità di racconto: un modo per spiegare il fenomeno, inserirlo in una visione e declinarlo nell’idea di Europa che si intende costruire. Senza questo, ogni tabella diventa un’inefficace scorciatoia, non una risposta.
È una fragilità che emerge anche dal modo in cui vengono letti i numeri. La Commissione sottolinea da mesi la diminuzione degli arrivi: meno richieste di asilo, sbarchi e pressione sulle frontiere. Ma le variazioni statistiche, da sole, raccontano poco: è l’interpretazione politica a dar loro significato. Se la migrazione viene percepita soltanto come una minaccia, ogni riduzione appare automaticamente come una vittoria. Se invece la riteniamo una componente del nostro futuro, il calo dei flussi impone di guardare il fenomeno più a fondo, considerando come gli arrivi non diminuiscono in realtà grazie a una strategia europea: calano perché le rotte sono più pericolose, perché le crisi interne di molti Paesi d’origine rimescolano le dinamiche locali, e perché altri attori - Cina e Russia in primis - stanno investendo nel continente africano con un’intensità che noi non abbiamo saputo né voluto eguagliare. Senza una visione condivisa, ogni cifra resta dunque sospesa: pronta a confermare una paura o a sostenere una convenienza, ma incapace di orientare una scelta politica.
Che piaccia o meno, però, la migrazione, come ogni processo storico, impone a una comunità di interrogarsi su se stessa. È di fronte a questi snodi che si definisce la forma della società che si vuole diventare. Così accadde, ad esempio, agli Stati Uniti all’inizio del Novecento: non si limitarono a registrare l’arrivo di milioni di persone, ma utilizzarono quell’ondata per costruire un’identità e un immaginario condivisi.
Anche l’Europa si trova oggi davanti a una condizione simile. Le sue istituzioni operano, certo, entro limiti fissati dagli Stati membri, ma è proprio dentro quel perimetro ristretto che si misura la loro capacità di incidere. Il modo in cui l’Unione affronterà la sfida migratoria non dirà soltanto se saprà gestirla, ma chiarirà quale progetto intende incarnare e quale ruolo aspira ad avere nel mondo. Se continuerà a trattare la questione esclusivamente come un problema contabile, finirà per chiudersi nella difesa rigida e sterile di ciò che è stato. Se invece saprà leggerla come una possibilità, allora la migrazione potrà diventare una leva di rinnovamento - per quanto complessa e delicata - capace di indicare all’Europa la direzione verso cui crescere.
Per farlo, però, non basterà evocare una generica cultura dell’accoglienza e dell’inclusione. Servirà un realismo pratico, capace di misurarsi con ciò che la migrazione implica davvero. Contestualizzare il fenomeno, comprenderlo e spiegarne il senso richiede lucidità nel riconoscere rischi e conseguenze: significa sapere che l’integrazione ha bisogno di tempo, di infrastrutture adeguate, di scuole e sistemi sanitari preparati, di lavoro e di amministrazioni locali in grado di sostenere il carico che questi processi comportano. È proprio in questo spazio concreto - non nei massimi sistemi - che l’Europa può dimostrare di essere un attore politico e non solo un amministratore.
Gli Stati Uniti del primo Novecento riuscirono a trasformare l’ondata migratoria in un progetto nazionale non perché fossero più generosi o più illuminati, ma perché ebbero il coraggio di assumere quella sfida per ciò che era: una trasformazione strutturale, che chiedeva strumenti all’altezza del tempo, investimenti massicci in istituzioni, infrastrutture sociali e un immaginario condiviso.
Quelle politiche funzionarono perché partirono dalla realtà del loro presente, non da un ideale astratto né da un capitolato amministrativo. Se l’Europa vuole ancora sperare di incidere davvero, deve fare lo stesso: affrontare una questione fatta di emozioni difficili e realtà complesse, e trasformarla in una risorsa fondativa anziché nell’ennesimo dossier da archiviare.










