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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 21 luglio 2025

Sconcertanti, prima ancora che non condivisibili, sono talune esternazioni del ministro della Giustizia Nordio. C’è da chiedersi se esse siano il frutto meditato della questione affrontata o invece improvvisazioni tese a ottenere qualche titolo di giornale e attizzare il solito “scontro politica-magistratura”. È il caso dell’ultima, che promette di vietare al pubblico ministero l’impugnazione delle sentenze assolutorie di primo grado, come reazione al ricorso in Cassazione della procura della Repubblica di Palermo, contro la sentenza del Tribunale nel processo che ha visto imputato il ministro Salvini. Ignorando che la Costituzione all’art. 111 stabilisce che contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. A meno che il ministro abbia in animo di modificare anche su questo la Costituzione.

E così anche le dichiarazioni subito precedenti. Il ministro, come riferito dai giornali, ha detto che un magistrato in servizio si è permesso di indicare su un giornale tutti gli errori fatti dal ministro nel caso Almasri. “Davanti a un magistrato che si permetta di censurare su un giornale un ministro per le cose che ha fatto, in qualsiasi Paese al mondo avrebbero chiamato gli infermieri. Potrebbe essere oggetto di valutazione…”. Si riferiva il ministro alle opinioni espresse nel corso di un dibattito anche tecnico-giuridico da un magistrato prima su una rivista giuridica e poi sintetizzate su un quotidiano a proposito dello sviluppo - atti assunti e atti omessi - della mancata esecuzione dell’ordine di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del libico Almasri. Con l’ultimo cenno alla possibile “valutazione” il ministro suggeriva evidentemente l’eventualità di una sua azione disciplinare contro il magistrato. Secondo il ministro il comportamento del magistrato sarebbe cosa da pazzi in ogni Paese al mondo. Ci sono certo Paesi in cui quel magistrato finirebbe in manicomio. Ma probabilmente il ministro avrebbe difficoltà a mostrarli come esempi.

È però vero che non è del solo nostro ministro il desiderio di ministri ed esponenti politici di tappare la bocca ai magistrati e alle loro associazioni. A dire il vero, stando alle dichiarazioni riportate dai giornali, sembra che il ministro Nordio voglia far tacere le dichiarazioni critiche, non quelle adesive, di apprezzamento. Non per queste, che non ne hanno bisogno, è però garantita la libertà di espressione. Ma in tempi recenti abbiamo esempi di tentativi di ottenere il silenzio dei magistrati e delle loro associazioni con sanzioni disciplinari in Turchia, Moldova, Ungheria, Bulgaria, Romania, che hanno portato a condanne di quei Paesi da parte della Corte europea dei diritti umani.

Significativo, in rapporto all’opinione del ministro Nordio, è anche quanto avvenuto in Francia due anni orsono, quando nel discutere un testo di legge in materia di giustizia, vi fu una proposta in Senato di delimitare un aspetto della comunicazione pubblica dei magistrati e dei loro gruppi associativi. Si diceva che troppo spesso i sindacati dei magistrati intervengono con dichiarazioni su temi politici non direttamente collegati con lo statuto dei magistrati e il funzionamento della giustizia. Soltanto su tali materie le organizzazioni dei magistrati (in Italia le “correnti” della Associazione nazionale magistrati, altrove le varie associazioni) dovrebbero esprimere le loro opinioni. La proposta non ha poi avuto seguito, ma la vicenda è comunque significativa.

Essa però in nessun modo sostiene l’illiberale insofferenza manifestata dal ministro Nordio. Su un terreno del tutto diverso va considerata la speciale posizione dei magistrati, dipendente sia dalla funzione che essi svolgono nei singoli casi giudiziari, sia in generale nella architettura dei poteri dello Stato. In effetti anche la Convenzione europea dei diritti umani nel prevedere il diritto alla libertà di espressione, nota che essa comporta doveri e responsabilità, che però non implicano un obbligo di essere d’accordo e appoggiare i ministri. Come è ovvio ed è riconosciuto dalla Corte europea, quella libertà vale non soltanto per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o sono considerate inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che urtano, colpiscono, inquietano lo Stato o una qualunque parte della popolazione. Anche e forse soprattutto quando si tratta del potere politico.

È questa un’esigenza propria del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste società democratica. La libertà di espressione, garantita dalla Costituzione e dalla Convenzione europea, è assicurata anche ai magistrati. Essi possono esprimersi liberamente, e anzi dalla Corte europea dei diritti umani è venuta l’affermazione che, in materia di organizzazione e funzionamento della amministrazione della giustizia, vi è un obbligo per i magistrati di esprimersi, per contribuire al chiarimento dei termini dei problemi che il legislatore affronta e per difendere autonomia e indipendenza della magistratura.

Secondo la Corte si ha ragione di aspettarsi che il magistrato si avvalga della libertà di espressione con discrezione e misura, ma il fatto che un dibattito su tali temi abbia anche implicazioni politiche non è ragione per impedire a un magistrato o a una associazione di magistrati di esprimersi in proposito. E quando il magistrato si esprime nella qualità di attore della società civile, come un dirigente di un’associazione di magistrati, egli ha il dovere e non solo il diritto di intervenire su questioni che riguardano il funzionamento della giustizia.