di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 3 aprile 2025
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno racconta via Facebook i suoi primi 90 giorni a Rebibbia: “Dormiamo in 6 su brande a castello. Ma la reclusione è un’intensa esperienza comunitaria: ecco perché è stupido sprecarla”. E dovrà passarci un altro anno. “Ogni attività del carcere è molto frequentata dalle persone detenute, certamente in cerca di modi per passare la giornata, ma anche molto attente a tutto quanto li può far sperare di avere una vita migliore durante e dopo la carcerazione. C’è voglia di partecipare, non di tutti, perché c’è anche chi si lascia andare e diventa un morto vivente. La reclusione è una intensa esperienza comunitaria: ecco perché è stupido sprecarla”. È uno dei passaggi più accorati del diario dal carcere di Gianni Alemanno.
L’ex sindaco di Roma, rinchiuso a Rebibbia da oltre 90 giorni, rispettando le procedure previste dalla legge sta continuando a fare politica attraverso la sua pagina Facebook, dove continua a pubblicare contenuti per Indipendenza, il suo partito sovranista “rossobruno”. E se l’altro giorno ha fatto pubblicare un post in cui esprime “massima solidarietà a Marine Le Pen” dopo la dura condanna che la escluderà dalle elezioni presidenziali francesi, promette che “la battaglia sovranista andrà avanti”.
L’ex primo cittadino della capitale ed ex ministro era stato arrestato la sera del 31 dicembre scorso per violazione degli obblighi imposti dai magistrati di sorveglianza. In sintesi: era stato condannato a un anno e dieci mesi e affidato ai servizi sociali, ma poi ha violato molte restrizioni continuando a spostarsi per l’Italia, sostenendo di avere impegni che si sono poi rivelati falsi. Alemanno è stato ritenuto colpevole di traffico di influenze illecite nell’ambito di un processo nato dalla maxi indagine “Mondo di mezzo”. I giudici gli avevano concesso appunto un affidamento dalla comunità romana di Suor Paola, amica di Alemanno e diventata famosa in tv anche per la sua fede laziale, che nel frattempo è scomparsa ieri a 77 anni.
Adesso l’ex sindaco, dopo che i suoi legali avevano tentato invano di tirarlo ancora una volta fuori dal carcere, si è arreso alla prospettiva di passare a Rebibbia almeno un altro anno. E attraverso Facebook racconta com’è la vita del carcere: “Tra i compagni di cella si condivide tutto, dalle derrate alimentari ai lavori quotidiani, dalle emozioni ai ricordi - racconta -. Ai più anziani (di permanenza in carcere) viene riconosciuta piena autorità sulle regole comuni, a prescindere dai titoli di studio e dalle origini sociali, regole totalmente autogestite ma ferree per pulire gli ambienti, preparare i pranzi, lavare i piatti”.
Una quotidianità difficile da trascorrere: “C’è un continuo lavoro artigianale di ogni detenuto per migliorare le condizioni di vita - scrive ancora sui social - a fronte di celle fatiscenti, ognuna con 6 brande a castello, di un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e di un lavandino senza acqua calda, della mancanza di apparati di condizionamento quando fa caldo”. L’ex sindaco di Roma racconta anche di essere nel braccio meno fatiscente di Rebibbia: il G8, quello risalente agli anni Sessanta. E poi spiega come vengono suddivise le mansioni culinarie: “In ogni cella c’è almeno un detenuto che, in base ad esperienze pregresse (in genere altro carcere), si improvvisa come cuoco, cucinando su fornelli camping gas quello che può essere riciclato dal vitto quotidiano o quello che viene acquistato come “sopravvitto”. E infine loda i compagni di carcere del Sud: “I risultati, soprattutto nelle celle dove vivono persone di origine calabrese, sono assolutamente al di sopra della media delle nostre case, dove ormai domina la cattiva abitudine dei cibi d’asporto”.











