di Eugenio Occorsio
La Repubblica, 28 marzo 2022
L’ultimo saggio di Sabino Cassese. In Italia ci sono sei milioni di cause pendenti. La durata media di un processo civile è di sette anni (contro la media europea di due), 3 per il penale: proprio quest’elemento è il più citato dalle aziende internazionali quando si rifiutano di investire da noi. Eppure, in questo quadro disastrato il potere dei giudici aumenta.
Anzi, la magistratura sembra diventata parte della governance nazionale e invade la politica e l’economia fino a proporsi in apparenza finalità palingenetiche delle strutture sociali. Si è sfumata fino a perdersi la ripartizione costituzionale fra poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Com’è stata possibile negli ultimi trent’anni, da Tangentopoli in poi, questa deriva? Se lo chiede Sabino Cassese, padre nobile dei costituzionalisti italiani, nel suo ultimo saggio, “Il governo dei giudici”, appena uscito da Laterza.
Che comincia enumerando i tanti paradossi, come il fatto che la magistratura, cronicamente sotto organico (come prova la lunghezza dei processi), fornisce propri appartenenti copiosamente a segreterie e Gabinetti di ministeri di ogni natura. Simbolo negativo è il Csm, che ha fallito in pieno in tutte e due le sue funzioni - difensore dei magistrati da tentativi di condizionamenti e simmetricamente garante del contenimento della loro funzione all’interno della sfera giurisdizionale - per diventare viceversa terreno delle più spregiudicate scorribande torrentizie.
Ma anche contro le procure si accanisce Cassese: sempre negli ultimi anni troppe volte si è ricorso alla carcerazione preventiva per estorcere confessioni, e la lunghezza dei processi ha stravolto completamente la fase indagatoria preliminare rendendola il cuore dell’azione penale. Il pericolo, avverte Cassese, è di trasformare l’Italia in una “repubblica giudiziaria”.
La differenza fra questo e i generici atti d’accusa urlati da tribuni di ogni specie, è però sostanziale: da fine giurista, Cassese senza pregiudizi né paraocchi ci conduce attraverso i vari passaggi che hanno portato alle attuali discrepanze. Intanto, le leggi sono troppe, spesso si sovrappongono e applicarle è difficile. Finisce anche che leggi sbagliate determinano decisioni sbagliate, e continueranno a determinarne finché non saranno cambiate, ma deve farlo il Parlamento.
Questa e altre carenze qualitative della classe politica hanno paracadutato giocoforza l’ordine giudiziario su una ribalta impropria e anche scomoda. L’abuso dell’istituto delle authority - come quella anticorruzione ha sì creato corpi specialistici ma a forza di sovraccaricarli di attribuzioni e deleghe li ha trasformati in parafulmini delle carenze statuali.
L’opinione pubblica non di fida più degli uomini politici, apprezza malgrado tutto ancora l’indipendenza dei giudici e finisce fatalmente con l’attribuirgli una natura profetica e oracolare. Si finisce con il dimenticare, scrive Cassese citando Montesquieu (che per primo teorizzò la divisione dei poteri), che “il potere giudiziario è privo d’azione” ed è comunque sempre appellabile a un livello superiore.
Il potere dei giudici è reattivo su singoli fatti e non proattivo nel determinarli, al giudice non è permesso il “non liquet”, insomma rifiutarsi di decidere, inoltre ha un potere circoscritto alla questione che gli viene posta, non può fare compromessi o introdurre compensazioni. Se nell’opinione pubblica le decisioni dei giudici trovano uno spazio crescente, una riflessione sul ribilanciamento dei tre poteri è inevitabile. Ma deve essere equilibrata e consapevole.











