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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 13 aprile 2022

“Lo Stato è mafia”, “La mafia ha vinto”, sono affermazioni puerili che vanno di moda ma del tutto fuorvianti e ingenerosi nei confronti degli uomini, servitori del Paese, che sono stati trucidati per colpirla. La mafia non solo rappresenta l’anti Stato, ma ha anche perso grazie ai sacrifici di giudici, poliziotti, sindacalisti, giornalisti attraverso le inchieste e di quei politici che l’hanno combattuta promuovendo nuove leggi, come ha fatto Pio La Torre.

Non riconoscerlo, significa dipingere una mafia invincibile e quindi dare la percezione che ci sia stata una sorta di resa ad essa. Non è andata così. Siamo al trentennale delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, ma sarebbe grave dimenticare il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino, che ha sferrato a Cosa Nostra un colpo decisivo. Non con la forza muscolare, ma con l’uso del Diritto. Un aspetto che ha voluto sottolineare Roberto Saviano grazie al suo nuovo podcast pubblicato da Audible Original, nato con la collaborazione di Massimiliano Coccia, dal titolo “Maxi - il processo che ha sconfitto la mafia”. Sì, perché - e va ribadito - il maxiprocesso è la testimonianza concreta della presenza di uno Stato che ha finalmente deciso di abbattere frontalmente Cosa Nostra.

Il podcast merita di essere ascoltato, perché passo dopo passo ci si immerge in questo maxiprocesso che vede 475 imputati, 635 avvocati, 16 giudici, otto giudici popolari, 349 udienze, 1314 interrogatori di boss, trafficanti di droga e pentiti, 635 arringhe difensive. Il tutto tenuto in un’aula, un bunker appositamente costruito per evitare attentati e per fare in modo di rendere il dibattimento asettico, quasi staccato dalle tensioni della città. Come sappiamo, il maxi non fu indolore per Totò Riina e gli provocò un odio che si è portato fino alla tomba. Per rendere bene l’idea, prendiamo in esame la testimonianza di un pentito, Antonino “Nino” Giuffre, ex capo mafia di Caccamo, nel palermitano. Tra le altre cose si occupò di garantire a lungo la latitanza di Bernardo Provenzano e fino al 1992, quando passò un anno in carcere, fu presente alle riunioni della commissione provinciale palermitana, l’élite di Cosa nostra. A proposito di una delle riunioni, Giuffrè ha confermato quanto detto da altri pentiti, e cioè che alla fine del 1991 Riina comunicò che, da notizie certe, già sapeva che in Cassazione il maxiprocesso rischiava di finire malissimo.

Dunque bisognava vendicarsi, colpire i politici che avrebbero promesso di interessarsi e non avevano concluso nulla e i principali responsabili del processo stesso, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che per di più continuavano attivamente a indagare su un altro fronte, quello del tavolino a tre gambe: mafia, politica e imprenditori per la gestione pubblica degli appalti. Attenzione alle date. Alla fine del 1991, i mafiosi avevano già deciso di uccidere Falcone e Borsellino. Quanto ai politici, l’elenco di Riina, notoriamente un sanguinario, era lungo e comprendeva, secondo Giuffre, diversi nomi, a partire dall’allora ministro della giustizia Claudio Martelli. Tutto era finalizzato alla vendetta e alla cautela preventiva, come stabiliranno le sentenze definitive per le stragi. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’esito della Cassazione del 30 gennaio 1992. Riina sperava in un giudice iper scrupoloso, che avrebbe potuto smantellare il capo d’accusa unitario. Così non è stato grazie all’intervento di Falcone stesso, il quale ideò il criterio di rotazione delle sezioni.

Totò Riina, se si leggono i suoi dialoghi intercettati nel 2013, quando era al 41 bis, usò parole dure e irripetibili contro Falcone, reo soprattutto di aver fatto fallire l’esito sperato.

Una rabbia che, come detto, si trascinò fino all’ultimo dei suoi giorni.

Interessante il podcast di Roberto Saviano perché rende bene l’idea di come erano strutturati i corleonesi. Pensare che presero il comando solo perché sanguinari è un errore. Lo spiega molto bene, sottolineando che “si fanno interpreti solerti e zelanti del ritorno al rigore; come sempre accade in tutte le derive autoritarie, i ribelli si pongono come giustizieri di una regola compromessa, vogliono ristabilire i costumi ormai degradati”. Infatti i corleonesi si misero a capo di un’operazione di riordino dentro Cosa Nostra: tornare alle regole prime, alle decisioni collegiali. “La provincia che ricorda ai cittadini ormai rammolliti dalla bella vita quale sia il compito dell’Organizzazione”, narra Saviano in una delle 10 puntate del podcast. Questo per quanto riguarda il discorso “ideologico”, utile a Riina per saldare la sua leadership. Poi ci sono i soldi, l’obiettivo principale: quello di accumulare più ricchezza possibile, essendo quest’ultima direttamente collegata al potere. Una fonte di grande importanza è il narcotraffico. Ed ecco che Saviano ricorda che nel maxi era imputato anche Koh Bak Kin, l’uomo di Singapore, il ponte tra la mafia siciliana e i clan dell’Oriente. Importante, come ha fatto Saviano, ricordare il coraggio del giudice Alfonso Giordano, scomparso recentemente, che - come viene sottolineato “con pacatezza, con uno stile del tutto particolare, riuscì a tenere a bada l’aula più dura della storia repubblicana.

Giordano, giudice civile, accettò l’incarico dopo sedici rifiuti da parte dei suoi colleghi”. Lui che non aveva mai inflitto una condanna penale si ritrovò improvvisamente a dover decidere se condannare al carcere a vita altri esseri umani. Vale la pena riportare cosa disse il giudice Giordano: “Quasi inconsapevolmente fui guidato da qualcosa di interiore. Non sono mai stato così tranquillo e sereno come in quel periodo. Non so per quale motivo, potrei anche sospettare un intervento divino. La serenità nasceva dal fatto che io mi ero proposto di fare assolutamente quello che veramente andava fatto per esigenza di giustizia e non per vendetta od opportunismi”. Saviano ci tiene a dire che il maxiprocesso ha messo in luce la teatralità dei boss che hanno fatto la storia di Cosa nostra. Michele Greco e Luciano Liggio hanno presentato la loro versione dei fatti quasi mettendo in scena un copione. Ma questa versione fu affrontata senza aggressioni. Il giudice Giordano - che ha presieduto il processo di primo grado - li ha lasciati parlare, ha dato loro tutto lo spazio per argomentare, per poi smontare, parola per parola, tutto l’impianto scenico che avevano messo in campo. Lo Stato ha vinto attraverso il diritto. È ciò che ci differenzia dalla mafia e da uno Stato di polizia.

Per Falcone, come ha sempre ricordato attraverso i suoi libri e convegni, lo Stato di diritto non è qualcosa che si può nascondere quando hai di fronte a te chi ha commesso un crimine orrendo. Il diritto vale sempre. È la forza inimitabile che ha lo Stato e che la criminalità organizzata non ha. Per comprendere questo e tanto altro ancora, va assolutamente ascoltato il podcast ideato, scritto e curato da Roberto Saviano e Massimiliano Coccia. Su Audible, il podcast è composto da 10 puntate, ricche di riflessioni, testimonianze inedite, audio originali e interviste. È la restituzione della memoria, visto che a causa di una certa narrazione predominante, l’essenza del maxiprocesso di Palermo rischiava di finire nell’oblio.