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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 8 maggio 2026

In molti istituti penitenziari non è più possibile fare le rappresentazioni teatrali di fronte a un pubblico. A seguito di una Circolare Dap dello scorso ottobre, che centralizza le decisioni sulle attività educative e ricreative dei detenuti delle carceri, tante attività non ricevono il nulla osta dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La normativa si applica se nell’istituto sono presenti sezioni di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti al 41-bis e coinvolge anche attività destinate ai ristretti di media sicurezza. “Questa “chiusura” del carcere è contraria ai principi europei sull’esecuzione penale”. La denuncia di Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa in rappresentanza dell’Italia.

Sono passati più di sei mesi dalla circolare del 21 ottobre 2025 che subordina all’approvazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap la realizzazione di attività trattamentali, culturali e ricreative negli istituti penitenziari in cui sono presenti circuiti di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti sottoposti al regime del 41-bis e riguarda anche le attività destinate ai detenuti di media sicurezza. Qual è la situazione? “Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Molte attività non stanno ottenendo il nulla osta. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle norme penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento”, dice Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa in rappresentanza dell’Italia.

 

Zamparutti, com’è la situazione per quanto riguarda le attività trattamentali nelle carceri italiane?

La situazione è cambiata in peggio, alla luce della circolare adottata dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento Ernesto Napolillo, dello scorso ottobre. Rispetto a tutte le carceri dove ci sono regimi di alta sicurezza, sezioni 41-bis o collaboratori di giustizia, il Dap accentra su di sé le autorizzazioni (poi questo termine è stato modificato in nulla osta), per quanto riguarda le attività che si svolgono in un istituto. Il provvedimento coinvolge soprattutto le sezioni di alta sicurezza, ma impatta anche sulle attività della media sicurezza.

 

Quindi, se in un istituto di pena c’è l’alta sicurezza…

…Tutto viene “irregimentato”, da un po’ di mesi. Questo lo abbiamo direttamente constatato, in base alle visite che, come Nessuno tocchi Caino, effettuiamo negli istituti penitenziari, e prestando attenzione alla situazione che si è venuta a creare. Nelle carceri di Saluzzo (Cuneo), di Civitavecchia (Roma), di Rebibbia nella Capitale, ad Opera a Milano abbiamo constatato che non sono stati dati dei nulla osta. Questa “chiusura” del carcere incide molto sull’atmosfera che si crea, al di là della spicciola normativa, come può essere quella di una circolare.

 

Ci spieghi meglio...

Si sta creando un’atmosfera securitaria tale per cui, ad esempio, i vari circuiti, come alta sicurezza e media sicurezza, non possono più svolgere attività in comune. Si sta impedendo quello scambio che ci può essere tra i vissuti, tra le esperienze. Un detenuto può avere compiuto fatti più gravi rispetto ad un altro, aver trascorso più tempo in carcere rispetto ad un altro; è importante sentir parlare qualcuno che ha già trascorso tanto tempo in un istituto e che ha rivisto il proprio modo di pensare e di agire. Parlarne ad altri è anche un fatto educativo e formativo. Impedire questo dialogo è fortemente limitante. Ma soprattutto si è venuta a creare un’altra situazione.

 

Quale?

Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Mi riferisco, per esempio, a quanto abbiamo riscontrato nel carcere di Opera a Milano, dove i detenuti di alta sicurezza si sono visti limitare la loro attività teatrale. Ci sono uomini adulti, anche anziani, che hanno avuto per molti anni la possibilità di fare un’attività teatrale molto importante, di sperimentare la possibilità di essere interpreti in un ruolo diverso. Entrare in una “parte”, come permette il teatro, fa capire anche che è possibile comportarsi e pensare diversamente.

 

In che modo è stata limitata l’attività teatrale?

In molti istituti non è più possibile fare la rappresentazione di fronte a un pubblico, questo ad Opera a Milano, ma anche, ad esempio, nel carcere di Rebibbia, con il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli, che in maniera analoga fa un lavoro straordinario. A teatro si recita per farsi dire “bravo”, per ricevere un applauso, altrimenti è come se recitassi allo specchio. È proprio il senso di una pedagogia al negativo che significa regressione. Quest’atmosfera securitaria fa sì che ci sia una regressione che è contraria non solo all’impostazione del nostro ordinamento penitenziario, ma anche alle regole europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna, un elemento fondamentale del trattamento: i detenuti gridano il loro bisogno di contatto con la comunità esterna. Sentirsi negare la possibilità di esibirsi dopo aver fatto teatro porta a vivere un disconoscimento tale per cui anche la loro mente entra in crisi.

 

Vuole dirci qualche testimonianza delle persone detenute?

Un detenuto mi ha detto: “Ma come ho fatto, sono arrivato fino a qui e adesso mi sento come respinto, rifiutato? Io mi sento ributtato indietro in una condizione simile a quella del 41-bis, in isolamento”. Questo è estremamente doloroso e contrario anche all’idea di un’attività, di una organizzazione del carcere improntata ad attività trattamentali volte alla risocializzazione, all’educazione, a un andare avanti, ad una progressiva riabilitazione di recupero, di cambiamento. Diventa violento il fatto di non essere riconosciuti. Se una persona in carcere fa attività teatrale, ma poi viene negata la possibilità di esibirsi davanti ad un pubblico, gli viene negata l’identità. È un maltrattamento non molto diverso da uno fisico. Se nego la tua identità, la tua capacità di fare bene è una forma di violenza, fa male. eraltro, abbiamo in Italia un’attività di volontariato in maniera totalmente gratuita, a supporto dello Stato. Le attività non comportano un investimento finanziario, dei costi, vengono svolte a titolo volontario da tante persone, da molte associazioni e organizzazioni. Quest’atmosfera purtroppo ha delle ricadute.

 

Che ricadute?

Delle ricadute pratiche. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle regole penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento. Una regressione trattamentale senza criteri chiari, come sta di fatto avvenendo adesso, pone un problema rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo-Cedu, rispetto anche all’aspettativa legittima dei detenuti a poter avere degli strumenti a disposizione che vengono messi fortemente in crisi. Ribadisco, sono le scelte politiche a creare un’atmosfera. Nelle carceri c’è un’oggettiva condizione per cui non si va avanti, se non addirittura si torna indietro.

 

Qualche altra attività che sta avendo problemi?

Vorrei parlare dell’istituto penitenziario “Rodolfo Morandi” di Saluzzo dove a mancare non è lo spazio (come accade per la maggior parte delle carceri italiane per il sovraffollamento) ma le attività. Da un lato, la regione Piemonte non ha ancora pubblicato il bando per finanziare i corsi professionalizzanti, per le persone detenute questo significa la negazione della possibilità di costruire un futuro diverso da quello che è stato il passato. Dall’altro, un crescente accentramento del Dap delle autorizzazioni alle attività che comportano relazioni con l’esterno è risultato nella limitazione (per non dire negazione) dell’ingresso della comunità esterna. Descrivono bene la situazione le mancate autorizzazioni alle attività che da tempo conducono associazioni come “Liberi dentro”, “Cascina Macondo” e Voci erranti”. Non è potuto entrare il coro degli studenti dell’istituto Soleri-Bertoni per il Natale 2025, non sono potuti entrare gli studenti coinvolti nel progetto “Adotta uno scrittore” legato al Salone del Libro di Torino e attivo da 15 anni (VITA ne ha scritto QUI, ndr). In carcere non è potuto entrare neanche il giornalista Matteo Caccia di Radio24, a conclusione di un laboratorio di scrittura, e non è potuto entrare neanche il gruppo di lettura legato al gemellaggio tra il carcere e la biblioteca civica di Settimo Torinese. Ma c’è dell’altro.

 

Cos’altro?

Come se non bastasse, se non sono potute entrare dall’esterno persone legate ai progetti di “Liberi dentro”, nell’ambito dei progetti di “Cascina Macondo” perfino i testi scritti dai detenuti non sono potuti uscire dal carcere. In questo clima poteva forse essere autorizzato il corso di teatro, animato da “Voci erranti”, che prevede il coinvolgimento di operatori esterni? No. Dopo la circolare del 21 ottobre 2025 a firma Napolillo, il Dap aveva emesso una nuova circolare che aggiustava la discussa direttiva. Il documento firmato il 1 dicembre 2025 dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento ridisegnava le regole per l’ingresso della comunità esterna nelle carceri, affermando che il dipartimento ha massimo 48 ore di tempo per concedere il nulla osta alle attività, sia rivolte a detenuti dell’alta sicurezza sia a ristretti della media sicurezza, se nell’istituto di pena è presente la sezione di alta sicurezza. Con quella circolare hanno cambiato il termine “autorizzazione” in “nulla osta”, hanno comunicato che la richiesta di svolgere un incontro o un’attività deve essere avanzata massimo sette giorni prima dall’evento, con l’impegno del Dap a decidere entro 48 ore dall’arrivo della richiesta. Ma il fatto è che, per svolgere molte attività, non arriva proprio il nulla osta del Dap. E si tende a tenere l’alta sicurezza divisa dalla media sicurezza.

Ad esempio, i laboratori “Spes contra spem” tenuti in molti istituti da Nessuno tocchi Caino, fino a prima della circolare li tenevamo tenendo insieme i vari regimi: AS1 in una parte del teatro, AS2 in un’altra e media sicurezza in un’altra ancora. Da 10 anni continuiamo a farli e non è mai accaduto nulla, ora li svolgiamo senza poter più tenere insieme le persone. Ma ripeto, è proficuo lo scambio anche tra di loro, non solo con noi. Ringraziamo l’amministrazione penitenziaria di poterli ancora svolgere. Noi entriamo dando un conforto importante a chi, spesso, altre attività non le può più fare. E non abbiamo idea di quanto sia importante il collegamento con la società esterna che è parte costitutiva, fondativa dell’attività trattamentale. E significative sono le Mandela Rules, le regole penitenziarie approvate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per cui i significativi contatti umani sono fondamentali (individuano  in 22 ore quotidiane la soglia superata la quale, in assenza di interazioni umane significative, si può parlare di isolamento e stabiliscono la soglia dei 15 giorni come termine da non oltrepassare in nessun caso, che corrisponde al termine massimo previsto in Italia, ndr). Non ci si fida più. Bisogna interrompere questo circolo vizioso e ripartire con un circolo virtuoso.

 

Da dove iniziare, per ripartire con un circolo virtuoso?

Innanzitutto dal fatto di non vedere nemici. Non ci sono nemici, ci sono persone che la pensano diversamente da come la pensiamo noi. Bisogna dialogare sempre, non criminalizzare mai nessuno, neanche se magari ha adottato una delibera infelice. Occorre dialogare, spiegare, parlare e far leva sulla parte buona che c’è, anche nello Stato, anche se adesso si sta manifestando un certo tipo di impostazione. Siamo un Paese che è stato capace di adottare una riforma come quella del 1975 e siamo stati capaci di fare molto. Basta avere fiducia in quello che siamo capaci di fare tutti, anche come comunità penitenziaria. Ed è importante continuare ad avere speranza.

 

Nessuno tocchi Caino ha il motto Spes contra spem...

Che è quello che costantemente diciamo in carcere. Sperare contro ogni speranza, senza aspettare che siano gli altri a fare quello che vorremmo facessero. Bisogna aprire le porte, in questo caso alla società esterna. Anche se le attività non ci sono, bisogna tenere un comportamento all’insegna della non violenza, all’insegna della speranza e continuare a coltivare quel modo di comportarsi tale per cui, quello che chiedi, un giorno ti verrà riconosciuto. Non bisogna arrabbiarsi e occorre dialogare facendo presente quello che funziona e quello che non funziona. Ribadisco, prima di tutto non bisogna perdere la speranza, anzi coltivarla, incarnarla sappiamo che si può fare tanto anche nelle carceri. Cerchiamo di spiegare com’è importante questo atteggiamento, come possa aiutare a stare tutti meglio anche nella comunità penitenziaria. Un approccio diverso non giova a nessuno. Se ci sono detenuti che soffrono, di riflesso soffre il personale che ci lavora, polizia penitenziaria compresa. Dobbiamo operare per un circolo virtuoso che aggiunga più formazione, più cultura, più apertura.