di Marta Bonini
Donna Moderna, 30 giugno 2022
Così l’ha chiamata un ex detenuto, ringraziandola. Perché questa donna ha rivoluzionato le carceri di cui è stata direttrice. Trasformandole da luoghi di segregazione in spazi di incontro. Per offrire davvero un’altra possibilità
Spiegare cos’è il carcere: è cupo, come i corridoi dove si affacciano le celle. È difficile. Perché è un luogo che non ha appartenenza, che non ha riconoscibilità. Esiste ma rimane fuori dalla nostra percezione, lo fuggiamo per paura o per inadeguatezza.
O semplicemente perché ci disorienta. Ma lei lo fa con naturalezza, quasi con dolcezza, come se stesse parlando di casa sua. E, in effetti, è un po’ come se lo fosse. Perché Cosima Buccoliero, 54 anni, di Sava, in provincia di Taranto, due figli, è dal 1997 che ci lavora.
“Nonostante siano passati così tanti anni, a volte ho ancora l’incubo di entrarci da detenuta” racconta, mentre risponde alle continue richieste degli agenti carcerari. “Ci si deve far pace, alla reclusione non ci si abitua mai. E forse va bene così”. Donna forte, carismatica ma dall’animo dolce, che capisci subito che sa accogliere il dolore e i tormenti degli altri, si è laureata in Diritto penitenziario nel 1992 a Bologna (“Perché è il diritto meno arido, più umano, empatico” spiega), scalando poi le gerarchie.
Fino a diventare a Milano direttrice delle carceri di Bollate e Opera, poi del minorile Beccaria, e da gennaio di quest’anno reggente del circondariale Lorusso e Cotugno a Torino. Una vita, la sua, dedicata a un sistema fatto di regole ferree e cancelli, ma anche di persone, storie, emozioni. Un luogo che in parte Cosima Buccoliero negli anni è riuscita a rivoluzionare, come racconta nel suo libro “Senza sbarre. Storia di un carcere aperto” (Einuadi). “Perché il carcere non deve essere segregazione. Queste porte devono aprirsi per far entrare energia. E, al momento giusto, per dare un’altra possibilità” dice, mentre saluta con la mano un ex detenuto che è venuto a trovarla e a ringraziarla di avergli dato quell’altra possibilità.
Qual è il suo primo ricordo del carcere, quando è diventata vicedirettrice a Cagliari?
“Il grande isolamento. La sensazione di chiusura, sia all’interno sia verso l’esterno. Man mano che percorrevo i corridoi delle celle, lo spazio diminuiva, come un cuneo. E poi l’odore. Un miscuglio di umanità, cibo, cucina, pavimento mal lavato, disinfettante che cerca di coprire gli altri odori. Un odore persistente, che ti porti a casa. Un sentore di sofferenza che ti impregna”.
Ha definito Bollate, di cui è stata direttrice per 2 anni, dal 2018 al 2020, un carcere “trasparente”. Cosa intende?
“Il carcere deve sconfinare, superare le mura, fare in modo di essere trasparente. Deve consentire da un lato alla comunità di entrare, di guardarci dentro, dall’altro ai detenuti di uscire: permettere, cioè, quella contaminazione che è fondamentale per il reinserimento delle persone nella società. Il carcere da luogo di isolamento deve diventare luogo di incontro”.
Gli ultimi dati dicono che questo modello funziona...
“Sì. Il tasso di recidiva delle persone che escono da Bollate è del 20% rispetto al 70% della media nazionale. Secondo me non servono più carceri né più carcere. Serve un nuovo modello di carcere”.
Quale dovrebbe essere questo modello?
“Un sistema carcerario efficiente non è quello che aumenta le sbarre, al contrario è quello che ipotizza una carcerazione senza sbarre, in cui i detenuti possono muoversi da una sezione all’altra liberamente: perché, se la carcerazione è recupero e non afflizione, queste sbarre non hanno più ragione d’esistere. È un carcere dinamico, che guardi fuori, che crei comunità, che si prenda cura delle relazioni. È per questo che io ogni giorno cerco di attraversare i corridoi in modo che i detenuti possano parlarmi, sentire che ci sono”.
Un carcere così, però, a una prima impressione potrebbe sembrare meno sicuro...
“Se non garantiamo i diritti di chi è in prigione, non garantiamo neanche i diritti di chi è fuori. Se il carcere è coercizione e violenza, questa violenza si ribalterà nella società, rendendola violenta e insicura. La qualità della carcerazione non è una concessione “buonista”, come spesso sento obiettare: “Perché devono avere il teatro? Perché devono avere la scuola? Ma se lo meritano?”. Qui non si tratta però di merito o demerito, si tratta di rispettare la Costituzione e la legge. E si tratta di farlo a garanzia di tutti”.
Sono tante le donne che in Italia dirigono carceri. Un bel cambiamento...
“È un cambiamento che per fortuna va avanti da 20 anni. Già quando feci io il concorso, alla fine degli anni ‘90, eravamo candidate più donne che uomini. E tra i dirigenti penitenziari ne entrarono moltissime. Sicuramente noi abbiamo una marcia in più perché ci mettiamo il cuore, il coinvolgimento emotivo, la cura e l’attenzione”.
A proposito di donne, sono quelle che in carcere soffrono di più...
“È come se tutto si sovvertisse: la nostra capacità di adattamento qui diventa incapacità di tollerare. È come se non accettassimo nulla della nuova condizione e, in questa situazione costante di rifiuto, ci avvolgesse un malessere ancora più grande. Anche perché spesso le donne sono profondamente sole. Perché la famiglia o si è sbriciolata con la loro carcerazione o le ha respinte. E se di questa famiglia loro sono state il centro, la perdita le annichilisce. L’unico aspetto positivo è che le detenute in Italia sono una percentuale bassissima: soltanto il 4%”.
È un lavoro faticosissimo il suo, ma credo ricco di gratificazioni. La più bella?
“Sono tante. Il ristorante gestito dai detenuti, il vivaio, l’asilo nido Biobab, aperto al personale interno e anche ai figli delle detenute, il magazzino della Sesta Opera dove i detenuti e le detenute hanno la possibilità di trovare capi di abbigliamento. Uno spazio utile, che rappresenta anche un’iniezione di vitalità perché permette di prendersi cura del proprio aspetto, di interrompere la ripetitività delle giornate, di mostrarsi diversi. Ma, soprattutto, i sorrisi degli ex detenuti quando mi incontrano per strada e i loro messaggi. Perché se si ricordano di me e, attraverso di me, del carcere, vuol dire che qualcosa di buono per loro lo abbiamo fatto”.
Prima di salutarci mi legge uno di questi messaggi, che ha appena ricevuto e che, nonostante tutto, la commuove. È di Francesco e recita così: “Lei è la madrina della mia libertà”.










