di Dario Crippa
Il Giorno, 25 ottobre 2026
“Si sentono esclusi, provano una rabbia distruttiva che poi esplode nelle piazze. Ma quello che abbiamo visto in questi giorni a Milano, noi lo vediamo prima”. E con il pronome “noi”, Cosima Buccoliero, da trent’anni al lavoro nelle carceri di mezza Italia, dal 2023 alla direzione della casa circondariale di Monza, prima per due anni e mezzo alla direzione del carcere minorile Beccaria di Milano, una lunga esperienza anche in realtà come Opera o il carcere modello di Bollate, intende chi si sporca le mani quotidianamente nella gestione di una popolazione carceraria sempre più giovane, sempre più composta da cittadini di origine extracomunitaria, sempre più disperata e rabbiosa. “In carcere questi problemi si manifestano prima, assistiamo a una rabbia crescente dovuta soprattutto alla mancanza di opportunità e di percorsi in cui incanalare le legittime aspirazioni, le pulsioni interiori”.
Chi sono questi ragazzi?
“Tanti italiani cresciuti in contesti disagiati, in periferia, molti di seconda generazione, molti arrivati in Italia come minori non accompagnati ma che nel frattempo sono cresciuti. Tutti sono accomunati dal sentirsi esclusi dal modello di consumismo che gli viene imposto quotidianamente, da un sistema valoriale con cui si scontrano”.
Giovanissimi?
“Anche negli istituti minorili si tratta di ragazzi di difficile gestione, presi da un istinto di rabbia distruttiva”.
Li abbiamo visti sfondare le vetrine per rubare abiti firmati?
“Ma non c’è solo quello. Sicuramente vanno ad appropriarsi di quello che non possono avere, ma allo stesso tempo vogliono distruggere quel mondo da cui si sentono esclusi”.
Nella casa circondariale di Monza c’è un sovraffollamento a livelli spaventosi...
“A Monza attualmente ci sono 764 detenuti (per una capienza di 413 posti, ndr) e ovviamente questo rende tutto più difficile. Anche se non basta costruire carceri più grandi. Un carcere non ha mai risolto i problemi”.
E una volta fuori?
“Il disagio a cui assisto lo vedo anche come cittadina: abito in una zona periferica di Milano come quella attorno a via Padova e vedo anch’io questi ragazzi ciondolare e fare capannelli da mattina a sera creando un allarme sociale come se stessero organizzando chissà cosa. La differenza è che io li riconosco perché spesso poi li ritrovo in carcere. Sono soprattutto ragazzi che si sentono esclusi e che la scuola, nonostante gli sforzi, fatica a coinvolgere. Ragazzi che se non riescono a stare al passo a volte entrano in conflitto con quei modelli culturali da cui vengono bombardati. Schiacciati da modelli di consumismo da cui si sentono tagliati fuori, si sfogano con la violenza”.
L’appartenenza ad altre culture complica le cose?
“Conosco molti stranieri di origine araba che si sentono presi in mezzo a questo conflitto: da un lato c’è l’idea, inculcata dai genitori, che entro i 30 anni devono mettere su famiglia e fare figli. Dall’altra c’è la consapevolezza che tutto questo sarà difficile se non impossibile, che tutto questo è loro precluso. Soprattutto quando si accorgono che non riusciranno a trovare facilmente un lavoro in regola. Quando arrivano in carcere, questi sogni naufragano miseramente: arrivano con i loro sogni, le loro ambizioni, l’idea di trovare un lavoro, un disperato bisogno di trovare i soldi da mandare alle famiglie lontane. Poi, quando si accorgono che la strada per un guadagno legale a breve termine è complessa, cadono nelle mani delle organizzazioni criminali che approfittano delle loro fragilità”.
Una storia che l’ha colpita?
“Tantissime. Penso ad esempio a un ragazzo originario dell’Africa che eccelleva negli sport, nella pallacanestro in particolare, e sarebbe riuscito a sfondare se non si fosse fatto trasportare dalle cattive amicizie. Aveva perso la madre, il padre si era risposato costruendosi una nuova famiglia da cui lui si sentiva escluso. Abbiamo fatto una fatica enorme per tirarlo fuori dal pantano in cui si era infilato, e che lo aveva portato a entrare e uscire di prigione”.
Ci siete riusciti?
“Spero di sì, forse ce l’abbiamo fatta a reindirizzarlo e a tirarlo fuori dalla strada. Ora ha anche ripreso a giocare a basket”.
Che reati commettono i giovani detenuti?
“I reati predatori soprattutto, furti e rapine, spesso ai danni di coetanei (cui spesso non a caso strappano i-Pod, cuffie, telefonini, capi di abbigliamento griffati, ndr). E poi spaccio di droga: quando si sentono liberi e più grandi di quello che in realtà sono, vengono abbindolati per guadagnare soldi facili. Convinti ad assumere stupefacenti e diventare loro stessi spacciatori”.
Come il Gatto e la Volpe?
“Esattamente, molti di loro arrivano in Italia dopo percorsi difficilissimi e hanno l’esigenza di mandare soldi alle famiglie di origine. E lo spaccio è una tentazione”.
In carcere però...
“La situazione diventa irrimediabile, chiedono disperatamente una possibilità, ma non la troveranno facilmente. I documenti per mettersi in regola pure”.
Un miraggio...
“E fuori dal carcere non hanno nessuno che li aspetta. La situazione è peggiorata tantissimo: quando sono arrivata a Monza la percentuale di detenuti stranieri era sotto la metà, oggi è al 53%. Una situazione che si aggrava sempre di più”.
Quanti sono i giovani?
“Attualmente, su 764 detenuti a Monza, 120 sono sotto i 25 anni”.









